Al Lago della Duchessa

Attraversare montagne, salirne pendii e pareti vuol dire non solo entrare in sintonia con questo mondo di roccia, neve, ghiacci e terra. E’ anche comprendere e essere parte delle storie e delle vicende che sono accadute in questi luoghi. La storia, quella alpinistica come quella scritta nei libri o anche quella della vita di tutti i giorni, non è qualcosa che è fuori, lontano da noi. Ognuno di noi, volente o nolente, contribuisce a costruirla, contemporaneamente oggetto e soggetto delle vicende che si snodano fra secoli, anni, ore e minuti. Conoscere, o quanto meno provare ad acquisire conoscenza, è l’unico modo per guadagnare quella capacità di scelta che è la luce della vera libertà. Il Gruppo del Velino Sirente, in Appennino Centrale, è una delle catene montuose che più amo. Li ho percorsi a piedi, con gli sci, con la mountain bike, arrampicando. Al centro di questo gruppo, c’è un piccolo lago, il Lago delle Duchessa, che alla fine degli anni ’70 del XX secolo fu al centro di un mistero, di una vicenda che prese l’inizio il 16 marzo di 40 anni fa. Una vicenda mai chiarita e che in qualche modo non ebbe quindi mai fine. Nemmeno con la morte del protagonista. E’ stato difficile scrivere quanto state per leggere. Sicuramente è stata la vicenda più complicata che ho mai provato a raccontare. Ogni singola parola scritta è stata pesata, ogni nome e data verificati attraverso ricerche su diverse fonti, con un lavoro che è durato quasi due anni. Eppure volevo raccontare questa, che comunque magari solo in parte, è anche una storia di montagna. Perché è una vicenda che ha indubbiamente segnato quelli della mia generazione. E’ stato in quei giorni che probabilmente abbiamo capito che le illusioni di cambiamento in cui credevamo non si sarebbero sicuramente avverate. Quanto meno nei tempi che avremmo sperato. Ma forse quell’illusione era solo una malattia della giovinezza. Così ora, guardando indietro, ora che siamo “grandi”, fa ancora più male pensare alla cicatrice che da quei giorni segna l’anima di ognuno di noi.
Ringrazio la casa editrice Il Lupo per avermi autorizzato a pubblicare questo racconto contenuto nel volume ‘Misteri e Segreti dell’Appennino’.


Al Lago della Duchessa
di Alberto Sciamplicotti

La neve scricchiola ad ogni passo sotto le suole degli scarponi da telemark. Riposte le pelli di foca nello zaino, la discesa dalla vetta di Vena Stellante è stata entusiasmante: i fiocchi bianchi, trasformati dal vento e dal pallido sole di tutto un inverno in uno strato compatto e coeso, hanno consentito ai due amici di inanellare una serie continua di splendide curve ma ora, per compiere gli ultimi metri fino alle rive nascoste del Lago della Duchessa, hanno preferito sganciare gli attacchi degli sci e proseguire camminando. La neve è dura quel tanto che basta per non affondare nello strato e anche se il limite con l’acqua ghiacciata non è ben visibile, il freddo è comunque sufficiente a evitare qualunque rottura imprevista.

“Una giornata stupenda” sussurra il più basso dei due fermandosi sulla sponda indistinta e aprendo la chiusura lampo della giacca a vento, “la neve era perfetta.”

L’altro prima di parlare fa un respiro profondo, come a voler permettere all’aria fredda di penetrare più facilmente e a fondo in tutti gli alveoli polmonari.

“Già” borbotta con lo sguardo fisso verso il lago ghiacciato, “una giornata perfetta.”

Con lo scarpone di plastica sposta la neve fino a scoprire la massa grigio-verde dell’acqua ghiacciata del lago, dove piccoli fili d’erba del margine della sponda sono inglobati come insetti in gocce d’ambra. Quando con la punta del bastoncino da sci inizia a battere sul ghiaccio, piccole scaglie grigie schizzano tutt’intorno, lasciando un incavo sbrecciato a segnare il punto.

“Con quello non ci fai niente” suggerisce il suo amico, “conviene che provi direttamente con la piccozza.”

Con un grugnito l’altro apre le clip che fissano l’attrezzo al suo zaino, s’inginocchia e comincia a vibrare colpi in direzione della scalfittura.

“Qui è tutto ghiaccio” sbuffa sudato dopo una quindicina di colpi, “siamo troppo vicini alla riva, non c’è acqua, è poco profondo.”

I due si spostano verso il centro del lago, puliscono dalla neve un nuovo tratto e quello con la piccozza riprende a battere. Quando dopo una decina di minuti raggiunge l’acqua, si ferma, posa l’attrezzo ed estrae dallo zaino una sonda da valanga che infila nel buco.

“Saranno due metri” dice esaminando le tacche riportate sull’asta nel punto in cui l’acqua la lambisce, “non credo che il lago sia molto più profondo.”

“Quanto ci abbiamo messo a salire fin qui?” domanda l’amico rimasto fino a quel momento a osservare in silenzio.

“Poco più di un paio d’ore, al massimo due ore e mezza. Non ho guardato l’orologio quando siamo partiti” risponde rinserrando la sonda da valanga e alzandosi in piedi, “ma avevamo uno zaino leggero e siamo abbastanza allenati. T’immagini invece cosa vorrebbe dire salire fin qui trascinandosi dietro anche un cadavere? Una cosa che si potrebbe fare agevolmente solo con l’elicottero, ma mai a piedi. Per non parlare poi di nascondere il corpo sotto i ghiacci nel lago. Le Brigate Rosse potevano anche essere organizzate, ma certo non fino a questo punto.”

“Ma allora, come si poté pensare anche solo per un momento che il comunicato numero sette fosse vero?” borbotta l’altro.

“Perché, secondo te veramente qualcuno credette mai veramente che le B.R. avessero nascosto il corpo di Moro sotto i ghiacci della Duchessa? No, fin dal principio tutti sapevano che quella specie di gita fuoriporta in mezzo a queste montagne non era nient’altro che solo questo: una scampagnata nel gruppo del Velino. Non si sapeva cosa ci fosse dietro, non si scorgeva la strana coincidenza che aveva portato quella stessa mattina alla scoperta del covo delle Brigate Rosse in via Gradoli, non si poteva nemmeno immaginare che chi aveva falsificato quel comunicato fosse ben conosciuto alle forze dell’ordine come legato alla Banda della Magliana e nemmeno che a commissionare quel volantino a Tony Chichiarelli fossero stati elementi dei servizi o gente vicina alle istituzioni. Non si sapeva tutto questo o forse in molti preferivano far finta di non saperlo.”

 

La Mercedes 190 volta in via Martini e inizia a rallentare. E’ notte inoltrata, anche se le prime luci dell’alba del 28 settembre 1984 non sono poi così lontane. E’ una strada stretta via Ferdinando Martini, come quasi tutte quelle del quartiere romano di Talenti, costruito al principio degli anni ’60 in pieno boom edilizio. Un quartiere dalle palazzine basse e rivestite in cortina, destinato nelle intenzione dei costruttori a una borghesia medio-alta. Al numero 29 di via Martini c’è una delle sezioni del Movimento Sociale Italiano più attive della capitale e del movimento politico italiano di quegli anni, di cui è stato principale attivista, fino al giorno del suo assassinio nel marzo di quattro anni prima, Angelo Mancia.

Tony Chichiarelli ferma la grossa auto sotto casa, davanti al numero 26, ma non spegne il motore: vicino a lui è seduta la sua compagna Cristina Cirilli, una ragazza di appena vent’anni che poco tempo prima ha dato alla luce il loro figlio, il piccolo bambino che dorme nel port-enfant sul sedile posteriore.

“Dai prendi Dante e vai su” dice Tony, “che io intanto parcheggio.”

“Così piccolo e già gli facciamo fare le ore piccole” risponde lei con sorriso aprendo la portiera dell’auto, “speriamo solo che non si svegli: mi sono veramente stancata alla festa e vorrei solo dormire.”

Poi è un attimo. Dall’ombra del portone si stacca una figura che avanza decisa con il braccio alzato verso Cristina. Nella mano è stretta una piccola pistola, una calibro 6,35, una di quelle armi che facilmente si riescono a nascondere sotto qualunque abito. Eppure l’automatica sembra essere molto più grande di quello che è in realtà: sulla canna è montato un grosso silenziatore. Le pallottole calibro 6,35 non hanno una grossa forza d’impatto e anche la loro gittata è molto limitata, ma queste sono caratteristiche che non servono quando si tira a bruciapelo.

L’istante prima dello sparo, la ragazza riesce solo ad alzare il braccio destro in un estremo tentativo di difesa. La pallottola lo attraversa, passa anche l’avambraccio e penetra infine nell’occhio sinistro per uscire dalla parte posteriore del cranio. Quando il corpo si accascia a terra vicino allo sportello dell’auto, lei è ancora viva ma ha già perso conoscenza. Tony Chichiarelli invece con un urlo e una bestemmia salta fuori dalla Mercedes. Non va verso la sua compagna, l’ha vista cadere, ha visto il sangue schizzare dalla testa e forse pensa sia già morta: inutile perdere tempo con i morti. I tanti anni di frequentazione con quelli della Banda della Magliana glielo hanno insegnato. Sceglie invece di affrontare direttamente il killer che già si sta allontanando velocemente e di provare a bloccarlo: forse pensa a quel bambino che indifferente di tutto seguita a dormire sui sedili posteriori della Mercedes o forse ha realizzato che non era Cristina il vero obiettivo, non quella povera ex-commessa che ha solo avuto la sventura di incontrarlo sulla sua strada e di sceglierlo come compagno. No, al massimo lei è stata solo il tramite per un avvertimento: qualcuno gli sta dicendo “Hei, attento Tony! Ci sei utile ma se non ti muovi come si deve il prossimo bersaglio sei tu!”

Un’altra delle cose che in tutti questi anni ha però imparato, è che a un avvertimento non si piega la testa: se si abbassa una volta è per sempre. Forse è per questa ragioni che sceglie di correre dietro all’uomo in pantaloni jeans, giubbetto verde e armato di pistola con silenziatore. Lo insegue per un tratto di via Martini ma quello, fatti pochi passi si ferma, si gira e, come se fosse una cosa di tutti i giorni, alza ancora il braccio e spara di nuovo. I due proiettili escono dalla canna della pistola per centrarlo all’altezza del polmone destro: i colpi lo fanno barcollare, lo lasciano senza fiato. Si appoggia al muro e capisce che questa volta per lui è la fine. Quel tipo tira bene, è un professionista. Ora può solo fuggire da quell’uomo che a passo lento e misurato gli si sta avvicinando. Con la mano sul petto, quasi a voler impedire alla vita di uscire da quei due fori, volta per via Cristoforo Landino dove riesce a fare ancora qualche passo, prima di inciampare nei suoi stessi piedi. Prova a rialzarsi mentre sente delle voci venire dalla porta della Sezione 4 dell’ufficio delle Guardie Giurate dell’Istituto Vigili dell’Urbe. Forse può ancora farcela. Riesce invece solo a mettersi in ginocchio prima di vedere, con la coda dell’occhio, le scarpe del killer ferme vicino a lui. Non chiude nemmeno le palpebre quando sente il doppio tuono dei nuovi spari vicino alla sua testa: prima che le pallottole gli penetrino nel cranio, ha solo il tempo di sentire un grande calore avvolgergli la tempia.

Il vento sta cominciando a montare: scende freddo dai rilievi del Monte Morrone e quando arriva sulla piana del lago della Duchessa gela le piccole particelle di umidità presenti nell’aria creando uno strano scintillio tutt’intorno ai due amici. Qualche minuto prima non era neanche una brezza, ora già qualche raffica più forte costringe i due ad alzare il bavero e a chiudere la lampo della giacca a vento. Anche la temperatura si è fatta più bassa.

“Chichiarelli morì alle sette di mattina, al Policlinico Umberto I, senza avere ripreso conoscenza. La ragazza invece si salvò. La polizia sul corpo del suo amante non trovò nessun documento d’identità, solo un biglietto da visita con la dizione ‘Critico d’Arte’ sotto il nome.”

Mentre parla il più alto dei due, con il bastoncino da sci, continua a rompere il bordo del buco scavato nel ghiaccio.

“Il giorno dopo, gli agenti perquisirono l’appartamento di Tony Chichiarelli e trovarono un paio di pistole dalla matricola abrasa e un contenitore di plastica, di quelli dei rullini fotografici, con dentro un cartoccetto pieno di polvere bianca. Bastava e avanzava per insistere nella perquisizione. Dovettero però aspettare l’arrivo di un inviato della casa fabbricante per riuscire ad aprire la grossa cassaforte presente nell’appartamento. Dentro trovarono una videocassetta, 37 milioni in contanti, diversi gioielli, che si andarono ad aggiungere ad altri già rinvenuti nella casa, e sembrerebbe anche delle foto Polaroid dell’Onorevole Moro scattate durante la prigionia seguita al suo rapimento in via Fani.

Quando la videocassetta fu fatta scorrere si scoprì che vi era registrato uno ‘Speciale TG1’ sulla rapina di qualche mese prima alla Brink’s Securmark: il contante trovato nella cassaforte proveniva da quella rapina.”

“La rapina del secolo” commenta l’altro aprendo lo zaino per prendere la borraccia.

“Già, così la definirono i giornali. Anche se a farla così grandiosa più che l’entità del bottino, comunque notevole, fu probabilmente la facilità con cui fu compiuta e il fatto che fino ai giorni seguenti la morte di Chichiarelli gli autori rimasero sconosciuti. Durante la rapina, più volte avevano dichiarato a gran voce di essere delle Brigate Rosse: scattarono anche delle foto a una delle guardie ponendola davanti a un drappo con la stella a cinque punte. Parlavano di esproprio proletario contro una banca di Sindona, o per meglio dire del deposito di preziosi che faceva capo a una catena bancaria di Sindona, anche se nessuno all’epoca sapeva che dietro alla Brink’s ci fosse lui. Quando se ne andarono con il bottino, lasciarono sul bancone una strana serie di oggetti: una granata fumogena Energa, sette proiettili calibro 7,62, sette piccole catene con sette chiavi, volantini di rivendicazione brigatista della rapina e altro materiale riconducibile a loro o ai tanti depistaggi fatti con il loro nome. Fin dal principio però questo sfoggio di slogan e di simboli brigatisti sembrò solo una messa in scena, in cui la massa degli ingenui vide al massimo un rabberciato tentativo di confondere le acque. Gli altri, i pochi che sapevano o potevano leggere fra le righe di quel rebus perché a loro indirizzato, ne decifrarono invece il messaggio. La granata Energa faceva riferimento all’omicidio del Tenente dei Carabinieri Antonio Varisco, le sette chiavi e le sette catene vennero in interpretate come un riferimento al falso comunicato numero sette, una sorta di firma del colpo da parte di Chichiarelli, mentre i sette proiettili calibro 7,62 potevano essere messi in riferimento all’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Ti ricordi? Era quel giornalista che durante gli anni ’70 dirigeva un’agenzia di stampa specializzata nella divulgazione di scandali politici. Fosse stato ancora vivo, ai giorni d’oggi, ne avrebbe avute di notizie da diffondere in questo campo. Lo sai da dove provenivano le pallottole usate per uccidere Pecorelli nel 1979? Da un deposito nascosto nei sotterranei del ministero della Sanità cui avevano accesso sia quelli della banda della Magliana, cui Chichiarelli apparteneva, che i neofascisti dei NAR, come i fratelli Fioravanti, la Mambro, Ciavardini, Alibrandi e Carminati. Quest’ultimo era in stretto contatto con due alti ufficiali dei servizi segreti, Musumeci e Belmonte, membri della loggia massonica della P2. Quello stesso anno, in poco tempo, oltre a Pecorelli, morirono anche il Tenente dei Carabinieri Antonio Varisco e l’avvocato Giorgio Ambrosoli, incaricato dal Governatore della Banca d’Italia Guido Carli della funzione di liquidatore del Banco Ambrosiano di Sindona. Che connessione poteva esserci fra questi tre personaggi? Si conoscevano e si erano frequentati e forse il carabiniere era la persona che passava al giornalista le informazioni che poi lui usava per le sue agenzie stampa. Morirono in una successione abbastanza rapida, subito dopo aver tenuto una riunione fra loro. Cosa si dissero di così importante che li portò alla morte? Pecorelli, qualche giorno prima di morire aveva scritto un articolo sulla sua rivista, in cui diceva che presto avrebbe pubblicato notizie rilevanti sul rapimento e sull’omicidio di Aldo Moro. Nei giorni seguenti aveva un appuntamento per un’intervista con Licio Gelli. Forse pensava di aver individuato un legame fra questo grigio personaggio, Sindona e il Banco Ambrosiano e il rapimento e l’omicidio dell’onorevole democristiano? Non lo so, certo che è tutto molto strano. Il suo omicidio come quello degli altri due. Un paio di anni più tardi, durante un processo, l’ex-moglie di Chichiarelli testimoniò che il marito gli aveva confidato che Pecorelli era stato ucciso perché aveva appurato delle cose sul sequestro Moro e che non meritava di morire, perché era un brav’uomo. Cosa c’entrava Chichiarelli con quest’omicidio? Un ruolo lo aveva sicuramente avuto, quantomeno nella sua preparazione: la segretaria di Pecorelli, la sua ultima compagna, in seguito riconobbe la fotografia del falsario in mezzo a diverse altre segnaletiche. Era l’uomo che aveva pedinato lei e Pecorelli nei giorni precedenti l’omicidio del giornalista.”

La mattina, durante la salita al lago della Duchessa, il cielo è sempre rimasto limpido, di un azzurro netto e pulito, di quel colore che solo il freddo dell’inverno in alta quota sa regalare. Ora, rade nuvole portate dal vento, hanno invece cominciato a fare la loro comparsa. Sono nuvole basse, che corrono sfiorando quasi la cima del Morrone e di Vena Stellante. Nuvole che annunciano un peggioramento a breve del tempo.

“Ci mangiamo qualcosa?” propone l’amico tirando fuori dal suo zaino un sacchetto, “Che cosa preferisci frutta secca o un pezzo di formaggio con del pane?”

“Due noci e qualche prugna andranno bene, grazie” risponde l’altro.

Poi aggiunge: “Sembra di avere davanti un puzzle gigantesco e complicatissimo. Si capisce cosa c’è disegnato sui singoli pezzi, qualcuno si riesce anche a collegare, ma come poi si possano unire al resto, rimane un mistero. Il tassello del lago della Duchessa, ad esempio, combacia alla perfezione con quello della scoperta del covo delle Brigate Rosse in via Gradoli, ma in che punto del disegno vanno poi inseriti?”

Nel cielo intanto le nuvole stanno aumentando, facendosi scure e correndo sempre più veloci.

E’ il trentaquattresimo giorno trascorso dal momento del sequestro dell’Onorevole Aldo Moro. Alle 10 e 52 di quel martedì l’Agenzia Nazionale di Stampa Associata, l’ANSA, trasmette la seguente nota:

– Un ‘covo’ è stato trovato stamane in un appartamento di via Gradoli 94, una strada che si trova all’altezza del km 10,500 della via Cassia. All’interno, secondo le prime notizie giunte, sarebbero stati trovati manoscritti, riferentisi al rapimento dell’on. Moro, e alcuni passamontagna –

C’è un errore in questa prima notizia: il numero civico è il 96 e non il 94.

Sette minuti dopo viene battuta un’aggiunta: – L’intervento di polizia e carabinieri in via Gradoli è stato chiesto dai vigili del fuoco, chiamati a loro volta per un intervento in un appartamento all’interno sette dello stesso stabile di via Gradoli. In questo appartamento, secondo quanto si è appreso fino a questo momento, era avvenuto un allagamento –

Mezz’ora dopo, a seguire la segnalazione di una moto Honda rossa guidata da una donna bionda e vista allontanarsi da via Gradoli, l’ANSA comunica che: – Fino alle 7,30 di questa mattina l’appartamento di via Gradoli era sicuramente occupato da qualcuno: è questa la circostanza di maggior rilievo emersa dopo la testimonianza di una signora che abita nello stesso palazzo e che è stata intervistata da un redattore dell’ANSA. La signora è stata svegliata stamani dal rumore di passi ‘frettolosi’ che provenivano dall’appartamento sovrastante e non ha dato peso eccessivo alla cosa. Qualche minuto dopo si è accorta che dal soffitto del bagno si allargava una macchia d’acqua. Allarmata la donna ha telefonato ai vigili del fuoco. Questi ultimi, giunti sul posto, hanno sfondato la porta dell’appartamento n.11 e si sono resi conto di trovarsi davanti ad un covo dei brigatisti –

 

“Sai da cosa arguirono i pompieri che quello poteva essere un covo delle Brigate Rosse?” biascica quello alto masticando le noci e le prugne secche, “Dal fatto che sul letto erano poggiate divise da aviere come quelle indossate dai rapitori durante l’assalto alla scorta di Moro in via Fani, che poggiati qua e là c’erano armi, passamontagna e altro materiale senza alcun dubbio riconducibile all’organizzazione terroristica. L’appartamento di via Gradoli era stato affittato da circa tre anni a un sedicente ingegnere Borghi, identificato poi in Mario Moretti. Tre anni: un tempo sicuramente lungo per chi fa sua l’esigenza di non farsi notare. La proprietà di diversi appartamenti della palazzina era poi riconducibile a società legate ai servizi segreti: strano che di tutti i palazzi disponibili nella zona di Roma, le Brigate Rosse andassero a collocare un loro covo proprio in bocca al lupo. Ancora più strano è che il lupo non si sia accorto per tempo di avere a disposizione quel boccone a portata di mano. Così, il comunicato numero sette, anzi il falso comunicato numero sette, quello redatto da Chichiarelli, alla fine forse non era un depistaggio ma costituiva parte di un messaggio fatto pervenire a chi in quel momento deteneva Aldo Moro. L’altra metà era la contemporanea scoperta del covo di via Gradoli e letti insieme potevano servire a mettere sull’avviso i brigatisti, o chi per loro deteneva il politico: vi possiamo prendere in qualunque momento se non concludete l’azione secondo quanto vi stiamo indicando.”

Tira su con il naso, mentre un brivido freddo che gli attraversa la schiena lo fa tremare per un attimo. Poi chiede al suo compagno: “Mi passi il thermos del the per favore?”

Mentre quello prende dallo zaino il contenitore d’acciaio inox, chiede: “Se la scoperta del rifugio di via Gradoli era l’avvertimento, allora il suggerimento che si poteva leggere nel falso comunicato era che tutta la storia del rapimento doveva allora finire con la morte di Moro. Perché? Chi poteva avere interesse nella sua fine? Per le Brigate Rosse, ucciderlo avrebbe significato la sconfitta nella trattativa con lo stato: non si tiene in vita qualcuno, dopo una strage come quella della scorta dell’Onorevole in via Fani durante il rapimento, se non si ritiene prezioso per uno scopo. Tanto valeva ucciderlo subito, insieme agli uomini che avrebbero dovuto proteggerlo.”

Le nuvole continuano a salire da dietro il risalto di Vena Stellante e a calare, con la pesantezza di ovatta imbevuta d’acqua, verso la piana del lago della Duchessa. Il rifugio Sebastiani, posto più in basso e invisibile dietro la mole rocciosa del Costone, deve essere avvolto dal bianco delle nubi già da qualche minuto.

“Questa giornata sta andando verso lo schifo!” borbotta il tipo alto afferrando il thermos dalle mani del suo amico, “Chi voleva che fosse ucciso mi chiedi? Saperlo risolverebbe tanti enigmi e svelerebbe il perché di molti omicidi di quegli anni. Non ultima la morte di Chichiarelli e il lavoro che fece per costruire il comunicato che funzionò da guida turistica per quella gita di fine inverno fra queste montagne. Aldo Moro stava per realizzare qualcosa d’impensabile: stava per aprire le porte del governo dell’Italia al Partito Comunista e questa era una cosa che nessuno voleva. Non la volevano le Brigate Rosse, che con un governo di sinistra avrebbero avuto ancora meno legittimazione alla lotta armata, non la voleva una grossa parte del partito della Democrazia Cristiana, di cui Moro in quel momento era il Presidente, e che non vedeva di buon occhio questa alleanza, non la volevano gli Stati Uniti, per cui l’Italia era un baluardo strategico del blocco Atlantico contro quello dell’Unione Sovietica, ma non lo voleva nemmeno quest’ultima, per cui un’Italia guidata dal P.C.I., se pure in alleanza con un partito di centro, avrebbe rappresentato più un danno al suo prestigio rappresentativo che un reale vantaggio alla causa comunista. E se pur qualcuno di questi non ebbe ruolo nell’omicidio che mise termine al rapimento, di certo non mise in atto misure che potessero portare a una differente risoluzione.”

“E quindi tutti loro avrebbero cospirato insieme solo per far saltare un governo di centro sinistra in Italia?” biascica l’amico storcendo un angolo della bocca, “Non lo so, mi sembra un’ipotesi più di fantapolitica che reale.”

“Cospirare insieme un’ipotesi assurda? Forse, ma a volte basta non fare nulla, pur sapendo esattamente cosa andrebbe fatto, per far risolvere le cose secondo i propri interessi. Qualcuno di loro fu parte attiva e qualcun altro si limitò a guardare, ma certo il risultato che si raggiunse fece comodo a tutti: nessuno aveva interesse che Moro rimanesse in vita.”

 

Nell’appartamento di via Gradoli, gli uomini della scientifica stanno catalogando il materiale: dopo aver scattato qualche fotografia, stanno redigendo un elenco scritto e particolareggiato di quanto di rilevante è stato trovato. Fuori, sul pianerottolo, un agente in divisa è di guardia all’ingresso: sbuffa, si passa la lingua sulle labbra e soffia di nuovo con insofferenza. L’uomo in borghese che si affaccia dalla porta dell’abitazione è la novità che lo ridesta dal suo torpore annoiato.

“Mi hanno piazzato qua a non fare niente” borbotta l’agente mentre il tipo tira fuori da una tasca della giacca un pacchetto di Diana Blu, “almeno voi colleghi lì dentro avete qualcosa da vedere e da fare. Di fuori il tempo non passa mai.”

L’altro s’infila un cilindretto di carta e tabacco fra le labbra e, senza rispondere, fa scattare da un Ronson una piccola fiamma blu.

“Una bella fortuna quella perdita d’acqua” continua l’agente di polizia come se il gesto di accendere una sigaretta fosse il viatico per un’intensa conversazione, “se non arrivavano i vigili del fuoco per l’allagamento, non avremmo mai individuato questa base.”

“Già” sibila quello in borghese, “una bella fortuna.”

L’agente di guardia rimane un attimo in silenzio, squadrando da capo a piedi l’uomo che gli è accanto.

“Sei un collega dei Servizi?” azzarda poi con un sussurro complice.

L’altro non risponde, si limita a schiacciare la sigaretta a terra e a rientrare nell’appartamento con una bestemmia.

“’Sto cafone!” bofonchia  sconsolato prima di ricadere nel suo torpore annoiato.

Gli uomini dei servizi non sono una presenza inusuale all’interno della palazzina di via Gradoli: diversi appartamenti risultano intestati a uomini o società riconducibili al SISMI, (il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), e nello stesso stabile vive un noto confidente della polizia. La palazzina inoltre, durante le spasmodiche ricerche seguite al rapimento di Moro, era stata già perquisita dai Carabinieri, eppure dall’esame era rimasto escluso proprio quell’appartamento. Queste non sono le uniche stranezze relative a quest’immobile: il brigatista Moretti aveva affittato l’appartamento usando il cognome di Borghi come pseudonimo. L’affittuaria era una tale signora Luciana Bozzi, che più avanti negli anni diverse fonti indicheranno come amica di Giuliana Conforto: suo padre risultò essere iscritto nella cosiddetta lista Mitrokhin di agenti del KGB, e nel suo appartamento furono arrestati i brigatisti Morucci e Faranda. In quest’elenco di strani particolari e coincidenze, s’inserisce anche una cartolina che un anno prima il giornalista Pecorelli inviò all’ingegnere Borghi, residente in via Gradoli, da Ascoli Piceno e il cui messaggio recitava ‘Saluti, brrrr’: Moretti era nato a Porto S. Giorgio, proprio in provincia di Ascoli Piceno.

 

“Queste nuvole cominciano a non piacere per nulla neanche a me” osserva il tipo più basso chiudendo il suo zaino, “non credo che nevicherà, ma se non ci sbrighiamo c’è il rischio di dover fare tutta la discesa in mezzo alla nebbia.”

Le nuvole non si sono abbassate rispetto a qualche minuto prima, hanno però completato l’accerchiamento di tutta la conca che racchiude il bacino del lago della Duchessa. Ora formano una sorta di corona grigia che chiude completamente la vista verso il cielo.

“C’è tempo, c’è tempo” mormora l’altro afferrando un bastoncino da sci e rompendo la sottile pellicola di ghiaccio che sta ricoprendo nuovamente l’acqua nel punto in cui ha scavato il buco, “c’è tutto il tempo che serve per fare quello che devo fare.”

Si ferma, fissa i movimenti lenti dell’acqua fredda e stretta fra le pareti del foro e dice: “La sai la storia della seduta spiritica, cui parteciparono Romano Prodi, sua moglie e altri professori universitari? Si trattò di un’altra strana coincidenza, se così vuoi chiamarla, delle tante che ci furono in questo rapimento. Prodi e i suoi amici dissero che per gioco, in un pomeriggio piovoso passato presso la villa in campagna di uno di loro, provarono a fare una seduta spiritica. Hai presente il gioco del piattino? Avevano provato a evocare uno spirito per chiedere notizie su Moro e indovina il piattino cosa aveva indicato? Sì, proprio Gradoli. Poi, solo per scrupolo dissero bada bene, avevano avvisato del fatto le autorità e quest’ultime, invece di prendere la cosa al massimo come una burla, sai cosa fecero? Riempirono di polizia, esercito e carabinieri tutto il paese di Gradoli in provincia di Viterbo. Una situazione grottesca: immagina gli agenti perquisire il paese casa per casa, vicolo per vicolo, fra lo stupore dei residenti abitanti, per lo più anziani. Considera poi che quando la moglie di Moro, si azzardò a osservare che forse l’indicazione degli spiriti evocati da Prodi e amici si riferiva a una strada di Roma, fu irrisa e gli fu detto che la cosa era impossibile: a Roma non risultavano vie intestate a quel nome. Sarebbe bastato prendere uno stradario della Capitale per verificare l’inesattezza di quest’affermazione. Ora, a tanti anni di distanza, qualcuno ha ipotizzato che la seduta spiritica non fosse altro che il paravento per proteggere un informatore forse vicino agli ambienti del movimento dell’Autonomia Operaia bolognese.”

Una raffica di vento strappa dal terreno qualche fiocco di neve. Sono palline dure, simili a granelli di sale fino. Vorticano nell’aria e quando urtano contro il viso dei due amici, pungono come fossero aghi. Il vento increspa anche la poca acqua libera dal ghiaccio, con serie di piccole onde, basse e veloci.

“Sembra quasi che il lago abbia i brividi” sussurra il più basso dei due stringendo le spalle per ripararsi dal freddo improvviso.

“Forse sta pensando a tutto quello che si nasconde dietro la storia del falso comunicato di Chichiarelli” ghigna l’altro tirandosi in piedi.

“Lo sai? Gli americani avevano mandato un loro uomo, Steve Pieczenik, un esperto statunitense che all’epoca era a  capo dell’Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale al Dipartimento di Stato Statunitense. Qualche anno fa, in un’intervista a un giornalista francese, ha detto che era stata sua l’idea del falso comunicato: doveva servire per preparare l’opinione pubblica all’eventuale decesso del Presidente della Democrazia Cristiana e per costringere le Brigate Rosse a fare un passo falso. L’americano aggiunse però che durante le riunioni del comitato di crisi ebbe l’impressione che Moro non andasse a genio a nessuno dei partecipanti. Disse che era un ambiente strano quello del comitato di crisi, pieno di fascisti e gente dei servizi segreti. Anni dopo si scoprì che alcuni erano anche iscritti alla loggia massonica della P2… A proposito di P2, quando Pieczenik, tornò in patria, venne contattato da un consigliere politico dell’ambasciata argentina. C’era la dittatura di Jorge Rafael Videla in quel periodo e fu chiesto all’americano aiuto contro sospetti terroristi. Piecznik si rifiutò e allora il consigliere argentino minacciò di fargli pervenire un ordine ufficiale da parte del Dipartimento di Stato statunitense. Dai discorsi che faceva l’argentino, Piecznik capì che il tipo era al corrente di quanto era accaduto e si era detto durante le riunioni del comitato di crisi per Aldo Moro. Erano fatti e parole che sarebbero dovute rimanere segreti. Non venivano nemmeno prese note scritte per evitare eventuali divulgazioni, ma evidentemente segreti non erano però rimaste. Di questo Piecznik aveva avuto sentore già quando era in Italia: nei comunicati delle Brigate Rosse c’erano riferimenti a quanto si era discusso nel comitato. Per far cessare le fughe di notizie aveva allora provato a ridurre le persone presenti alle riunioni, ma non era servito a nulla. Nemmeno quando il gruppo era stato ridotto al solo Piecznik e a Cossiga le notizie comunque cessarono di filtrare all’esterno.”

“Che vuoi dire? Che era Cossiga a passare le notizie all’esterno?” sussurra l’amico fissando il succedersi delle onde nel piccolo buco scavato nel ghiaccio.

“Beh, a meno che non fosse lo stesso Piecznik in un attacco di schizofrenia a quel punto rimaneva solo Cossiga. O lui o qualcuno del suo partito cui il Ministro si sentiva in obbligo di riferire quello che avveniva nel comitato. Qualcuno di molto ma molto in alto, qualcuno che era a conoscenza dei tanti misteri italiani, che contemporaneamente era in stretto contatto con i servizi segreti, i nostri e quelli americani, con gente legata alla mafia, con quelli della P2 e che soprattutto contava molto all’interno della Democrazia Cristiana… Quindi, o Cossiga o qualcuno con queste caratteristiche. Ti viene in mente nessuno?”

“Uno solo, quello il cui motto era: il potere logora chi non ce l’ha” butta fuori con un sogghigno quello più basso, “il Diavolo in persona.”

“Andreotti aveva una grande stima di Sindona. Arrivò a definirlo ‘salvatore della Lira’ e pubblicamente si disse ‘in pena’ per la sua sorte quando il banchiere fu latitante negli Stati Uniti colpito da mandato di cattura per bancarotta fraudolenta. Sindona, siciliano e legato alla famiglia mafiosa americana dei Gambino, affiliato alla P2 di Licio Gelli. Sindona, condannato all’ergastolo per essere stato il mandante dell’omicidio di Ambrosoli, che guarda caso era stato nominato curatore fallimentare proprio del Banco Ambrosiano ed era amico del Tenente Colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, il quale era in contatto con il giornalista Pecorelli, che fu pedinato, poco prima di morire ucciso, dal falsario della banda della Magliana Tony Chichiarelli, il quale fu l’autore del falso comunicato numero sette delle Brigate Rosse sul rapimento di Moro…”

Il tipo alto smetta di parlare. Sbuffa e una nuvola di condensa si forma davanti alla sua bocca. Scuote la testa mentre inizia a frugare nuovamente nel suo zaino. Si ferma, le mani nel sacco, alza il volto verso il suo amico e dice: “La bomba a mano fumogena lanciata per coprire la fuga durante l’omicidio di Varisco era come quelle trovate nei depositi della Gladio, così come parte delle pallottole usate per l’assalto alla scorta in via Fani durante il rapimento di Moro e di cui alcune inesplose furono ritrovate nel presunto covo di via Gradoli proprio il giorno in cui fu fatto rinvenire il comunicato numero sette del lago della Duchessa.”

“Per le Brigate Rosse, Moro poteva aveva valore solo da vivo. Di fronte all’opinione pubblica, la sua uccisione avrebbe rappresentato l’incapacità del gruppo a portare avanti un confronto diretto con lo stato, l’impossibilità quindi di essere considerati degli interlocutori politici… E allora perché avrebbero dovuto ucciderlo?”

Le nuvole vorticano sempre più velocemente su quella cresta che forma un anello di montagne tutt’intorno al lago della Duchessa. Le raffiche di vento sono cresciute di forza, tanto che ora il bordo inferiore delle nubi è sfrangiato dalla potenza delle folate: adesso è simile a quello delle meduse, con tentacoli bianchi e traslucidi che si tendono verso il fondo del vallone, pronti a coprire e ghermire qualunque cosa.

Il più basso dei due si guarda in giro, storce la bocca e borbotta: “Dobbiamo sbrigarci, non abbiamo più molto tempo: quegli accidenti di meteorologi hanno sbagliato previsioni un’altra volta.”

L’amico fa una smorfia: “Le previsioni erano esatte, è la perturbazione che ha viaggiato più veloce ed è arrivata prima.”

Poi dallo zaino tira fuori una busta gialla di carta pesante, come quelle che si usano per spedire i documenti voluminosi, l’apre ed estrae una spessa risma di fogli dattiloscritti tenuti insieme da uno spago.

“E’ tutto qui” biascica sottovoce.

Torna a ripeterlo, quasi non si fosse accorto che quella voce flebile non era che la sua: “E’ tutto qui.”

“Quanto ci hai messo a raccogliere le notizie?” domanda l’altro dopo un attimo di silenzio.

“Un paio d’anni” gli risponde con un’alzata di spalle l’amico, “ricerche in rete, interviste, consultazione di vecchi giornali e libri… a questo devi aggiungere il lavoro necessario a leggere e capire tutto quanto, quello per fare i collegamenti fra i diversi fatti e le informazioni e il tempo servito per organizzare tutto il lavoro sotto forma di scrittura. Direi alla fine tre anni d’impegno. Forse sarò stato un po’ discontino, ma all’incirca è questo il tempo che ho impiegato.”

Dalla tasca superiore dello zaino prende un piccolo coltellino, di quelli svizzeri con il marchio crociato incastonato nello smalto rosso del manico. Lo spago salta con facilità sotto la pressione della lama affilata. I fogli rimangono ancora uniti, solamente perché vincolati dalla forza delle dita che li stringono.

“Ci sono stati momenti in cui ho creduto che non sarei mai riuscito a finire e altri dove la concordanza dei fatti mi spingeva e credere di essere riuscito finalmente a trovare la via d’uscita dal labirinto che è questa vicenda” dice mentre passa il pollice sul bordo dei fogli facendoli frusciare, “la soluzione, per questa storia che non inizia con il rapimento di Moro e non termina con la sua uccisione, mi è apparsa solo alla fine…”

Rimane un attimo con il fiato sospeso, come se un imprevisto pensiero gli avesse attraversato la mente solo in quel momento. Sorride amaro quando conclude la frase: “… come nei migliori libri gialli.”

“Solo che questo non è un romanzo, ma la tesi di laurea che dovresti discutere la prossima settimana” aggiunge l’altro scuotendo la testa, “sei sicuro di voler fare quello che vuoi fare?”

“Sono venuto qua per questo, no?” borbotta quello alto, “Perché dovrei aver cambiato idea?”

“Non lo so, ma certo mollare tutto in questo modo e proprio quando sei arrivato alla fine. Tutti questi anni di studi e per cosa? Solo per fuggire lontano?” mormora quello basso, stringendo in vita la cinta del suo zaino.

L’altro, per la prima volta nella mattinata, sbotta in una risata piena, grande, quasi omerica.

“Guarda che ti sbagli!” esclama alla fine, “Non sto fuggendo! Chi fugge ha perso la speranza nel suo futuro: io invece voglio ritrovarla, voglio tornare a essere protagonista del mio domani. Solo, ho la certezza che questo non può essere fatto qui.”

Con una torsione del busto si gira verso il buco che hanno aperto nel ghiaccio a colpi di piccozza, apre la mano e lascia cadere il mucchio di foglio nell’acqua.

“Dai, vieni ad aiutarmi ad affondarli con i bastoncini da sci, così poi ce ne andiamo!” dice con un sorriso, “O preferisci aspettare che arrivi la tormenta?”

Le punte dei bastoncini da sci spingono sotto la superficie dell’acqua color del piombo i fogli stampati. Qualche pagina viene bucata dai puntali in vidia, qualche altra oppone la resistenza di una bolla d’aria sottostante, ma tutte, alla fine, s’iniziano ad avviare verso il fondo limaccioso.

Gli occhi del più alto fra i due fissano nello specchio d’acqua libero dal ghiaccio le pagine affondare una a una. E’ in piedi, immobile sul bordo, con le punte degli scarponi da telemark che sporgono su quei venti centimetri di vuoto. La voce è tornata seria quando riprende a parlare.

“Ti ricordi che poco fa ti ho parlato di Pieczenik, l’esperto americano di terrorismo, e di come rimase stupito nello scoprire che un inviato del governo argentino di Videla fosse perfettamente al corrente di quello che si era detto durante le riunioni del comitato di crisi del sequestro Moro? Sai chi era uno degli italiani che aveva più agganci e contatti con il governo dittatoriale argentino, tanto da essere tenuto in massima considerazione? Il deus ex machina della loggia massonica segreta Propaganda 2, Licio Gelli, colui che commissionò quel Piano di Rinascita Democratica che fu trovato all’inizio degli anni ’80 nel doppio fondo di una valigia.”

Interrompe il discorso mentre carica sulle spalle lo zaino. Alza il viso verso il cielo, come a voler annusare il vento e scoprire un segno, un messaggio all’interno di quello strato plumbeo sempre più basso che possa rivelare quanto rimanga ancora prima che il cuore della bufera giunga ad avvolgerli completamente.

“Il Piano di Rinascita Democratica elencava una serie di azioni da intraprendere per condurre lo stato italiano verso una forma di governo più autoritaria, una sorta di dittatura mascherata da democrazia. Da allora molto di quello che era auspicato è divenuto realtà: gran parte delle riforme al sistema sociale, politico e di governo che vi erano contenute sono state attuate e altre stanno andando invece verso una veloce realizzazione.”

Chiude la cinghia ventrale dello zaino e aggiunge: “Certo, potrebbe essere una coincidenza, o forse una convergenza d’intenti verso obiettivi condivisi, ma certo che la direzione verso le riforme istituzionali previste dal piano è stata imboccata da qualche tempo a questa parte con una certa decisione. Soprattutto per quanto riguarda il controllo dei mezzi d’informazione e le modifiche all’ordinamento giuridico e istituzionale.”

L’altro arriccia il naso. Si guarda in giro mentre fa scorrere gli sci avanti e indietro per scaldare le solette e impedire alla neve di attaccarsi.

“Sembrerebbe solo una di quelle storie di congiure e complotti che fanno tanto felici gli scrittori di romanzi di spionaggio” borbotta. Poi aggiunge: “Che dici, possiamo andare ora?”

Quello alto non risponde subito: si china prima a stringere i ganci degli scarponi. Solo quando si rialza sussurra: “Sì, hai ragione. Sembrerebbe proprio essere una trama scontata di congiure e spionaggio. Forse mi sbaglio, e allora tutto il mio lavoro è sbagliato e tutto è andato come è andato perché in fin dei conti faceva comodo a tutti che le cose finissero così. E’ la soluzione più semplice, ma anche forse la più drammatica. Vuol dire che dietro non c’erano ideologie, giuste o sbagliate, ma solo tanti piccoli e meschini egoistici interessi: quella stessa grettezza che ha spinto ad accettare la mafia, la camorra o la ‘ndragheta perché in fondo era più comodo così, che spinge tanti ad evadere le tasse, nel piccolo come nel grande, che ci fa piegare per cercare la strada più facile nella burocrazie con un “piccolo aiuto”, o che fa ha fatto prendere a tanti giudici, avvocati, politici, industriali e imprenditori la tessera di un’associazione segreta come la P2. Tu lo avresti mai fatto? L’avresti accettata, che so’ la tessera numero 1816 ad esempio, nella speranza di chissà quale vantaggio? Se fosse stato così, allora veramente non ci sarebbe via d’uscita, tutte le strade sarebbero chiuse, bloccate dall’egoismo di chi abbiamo accanto o di quelli cui abbiamo delegato il governo.”

Poi quello alto spinge sui bastoncini e gli sci cominciano a scivolare verso la lunga discesa che porterà i due amici a fondovalle.

“No, non fuggo” biascica portando avanti una gamba ed iniziando la prima curva a telemark, “vado a cercare speranza.”

Dopo qualche istante le due ombre sono già state inghiottite dalla nebbia. L’acqua del buco nel lago è ora nuovamente ferma. Sotto la superficie, serrati nel ghiaccio, restano soli alcuni fogli sparsi, le tracce di una storia che non ha mai avuto fine.

Racconto tratto dal volume: “Misteri e Segreti dell’Appennino” ed. Il Lupo