Brenta Base Camp 2014

(vecchie pareti, nuove visioni)

La visione di Brenta Base Camp 2014 (2015) è disponibile online e gratuitamente fino al 3 giugno 2020. Basta entrare in
https://basecamp2.trentofestival.it/casabase/film/2c5574e5-b615-4154-aae2-56d92c11585f
e registrarsi.

Brenta Base Camp 2014 è un documentario di 46’53”, con la regia di Marco Rauzi e Anna Sarcletti. A 150 anni dalla scoperta alpinistica delle Dolomiti di Brenta, Alessandro Beber con Alessandro Baù dà vita al Brenta Base Camp, con l’obiettivo di aprire nuove vie d’arrampicata sulle pareti simbolo del Gruppo. In parete con i due alpinisti si alternano gli amici Simone Banal, Matteo Faletti, Jiri Leskovjan, Fabrizio Dellai, Claudia Mario e Matteo Baù. La piccola spedizione diventa un’occasione di dialogo tra passato e presente.

trailer

Programmata nel bel mezzo dell’estate “più piovosa a memoria d’uomo”, la spedizione nelle Dolomiti di Brenta non poteva che essere “benedetta” da precipitazioni abbondanti, ma non per questo i nostri si sono lasciati scoraggiare.

Certo, per realizzare le scalate in programma hanno dovuto posizionarsi in agguato dei pochi sprazzi di bel tempo, con levatacce infami e rientri rocamboleschi, ma l’ottima compagnia non gli ha nemmeno lasciato il tempo di lamentarsi.

Tra le confortevoli mura del Baito dei Massodi, infatti, si sono alternati molti amici, scalatori e non, ma tutti accomunati dal piacere di stare in montagna in allegria (e a questo proposito una cambusa ben fornita aiuta sempre!).

Il 28 luglio 2014 hanno iniziato con un’uscita perlustrativa sulla Brenta Alta, per verificare se la linea immaginata era effettivamente libera, cosa non scontata quando si punta su pareti un po’ blasonate come quella in questione…

Si capisce che una linea a fianco del mitico Detassis può far gola a molti… però vale la regola che basta partire sul duro, e le possibilità di non intercettare tentativi precedenti aumentano sensibilmente!

Comunque il primo giorno si portano sotto gli strapiombi, inizia a piovere ma chisseneimporta tanto loro stanno all’asciutto: aprono tre belle lunghezze e rientrano a valle contenti.

Simone Banal in apertura di Scintilla alla Brenta Alta, seconda lunghezza.

Nei successivi due giorni diluvia quindi optano per una gita culturale e vanno a fare visita ad un alpinista con la “A” maiuscola, l’inimitabile Mariano Frizzera, per farsi mostrare come si costruiscono i chiodi artigianali…

Hanno commentato: “Difficile dire se sia più bello stare ad ascoltare le inesauribili storie delle sue avventure, o vederlo all’opera in officina mentre maneggia gli attrezzi del lavoro di una vita”. Ma questo è un problema di poco conto, dato che riesce a fare entrambe le cose contemporaneamente senza il minimo inceppo.

Da persone come Mariano non ci si vorrebbe mai staccare, positive e piene di giusti principi come sono, ma ad un certo punto devono tornare a fare gli zaini e risalgono al Baito.

Il giorno dopo la sveglia è alle 3.30 del mattino, e l’alba li vede già alti in parete… le lunghezze scorrono via incredibilmente veloci, caratterizzate da roccia bellissima e difficoltà non estreme.

Nel bel mezzo delle placche nere centrali ad un certo punto intercettano un itinerario sconosciuto, ma si capisce piuttosto chiaramente che questo entra da destra dalla grande cengia mediana e si dirige verso sinistra, mentre loro vengono da sinistra e vanno a destra, per cui salutano i chiodi misteriosi e proseguono a cuor leggero verso l’alto.

Oltrepassano la cengia d’uscita della via Detassis e si buttano sul pilastro terminale: anche qui roccia spaziale.

Tutto fila liscio, troppo liscio… e infatti ci pensa qualche bel nuvolone nero a guastare la festa: sono sotto un tetto a due tiri dall’uscita, quando inizia a diluviare. “E vabbè, per un po’ d’acqua” è il commento ufficiale “… l’importante è che non ci siano fulmini!”.

Neanche il tempo di finire la frase che il dio del tuono, chiamato in causa, si affretta a colmare la lacuna e gli scarica addosso una bella saetta che fa più o meno l’effetto di uno che ti spacca una sedia a tradimento sulla schiena.

Dì lì in poi l’attesa si fa un po’ meno serena, con una spiacevole puzza di bruciato nell’aria, ma fortunatamente il fenomeno non si ripete e dopo un paio d’ore se ne escono quatti quatti dalla parete fradicia e scendono a festeggiare la loro “scintillante” ascensione, e a programmare la prossima!

 

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