Ansia e Carlo Spiro sulla Croda Xodias

di Marina Morpurgo
(pubblicato in marinamorpurgo. weebly. com )

Ansia Kammerlander si sta facendo sfrontata. Da quando supera agevolmente il 4a da seconda tirando solo un rinvio su due non soffre più di complessi di inferiorità alpinistica nei confronti di quei suoi odiosissimi fratelli Hans, Beat, Kurz, Kurt, Kurs, Sepp, Heinz e alcuni altri di cui ricorda solo che da piccola le tiravano le trecce chiamandola “Brutta Pippa”. Per questo Ansia, dopo decenni di fuga, ha deciso che è ora di tornare ai luoghi della sua infanzia, alle sue radici. E di sfidare i suoi fratelli nel loro territorio, sulle loro crode infide, sulle loro rocce marce, sui loro chiodi vecchi, sui loro ghiaioni scomodi, sulle loro soste arrugginite, sulla loro dolomia unta e bisunta, sui loro dirupi nerastri (al solo pensiero Ansia K. sta subliminalmente cambiando idea, ma poi scuote la testa urlando a se stessa: NO, TU DEVI). E così, seduta a bordo dell’auto che la riporta nei dolci luoghi natii, Ansia Kammerlander si lascia cullare dalla nostalgia. Perché è partita? Perché ha lasciato questi prati verdi, queste valli piene di consonanti e povere di vocali, i pini mughi, i cirmoli e le mucche? Perché si rompeva i coglioni e le mucche le fanno un po’ paura e un po’ schifo, ecco perché. Ma adesso è qui. Ansia K. leva uno sguardo di sfida sulla guglia arditissima che le si para dinnanzi, sperando che non sia quella la meta di domani. Purtroppo lo è. La luna l’illumina sinistramente, proiettando l’ombra del Catinaccio, e mettendo in risalto orride fenditure. Torre Delago. Per colpa di quel nome Ansia K. non dorme da quindici giorni nonostante le pinte di valium, non appena chiude gli occhi vede quel brutto ceffo di suo fratello Hans che sibila “ferticale, ferticale tolomitico” e sputa sprezzante sulle placche di granito semisdraiate su cui Ansia esibisce prestazioni eccezionali. Per tutta la notte Ansia K. si rigira in branda, brontolando frasi piene di “zeta” e cercando invano una scusa plausibile per tornare al Gardeccia a ingozzarsi di strudel tiepido con crema, mandando a fare in culo i suoi fratelli e loro stupidissime montagne stramarce.

Le Torri del Vajolet viste scendendo dal rifugio Santner. In basso a destra il rifugio Alberto. Lo spigolo della Torre Delago è quello tra ombra e sole.

Ma al mattino purtroppo splende il sole ed è evidente che Ansia K. gode di ottima salute. No, non può defilarsi, anche perché qui le voci girano di valle in valle e i suoi fratelli lo verrebbero a sapere. Per un attimo medita di fingere di incespicare lungo il sentiero che porta all’attacco della via, ma qui è tutto così stramaledettamente ripido che rischia di accopparsi su un ghiaione. Non le resta che covare con sguardo amorevole tre o quattro grosse nubi lenticolari, quelle che annunciano tempesta, e si stagliano promettenti nel cielo blublublu. “Venite qui, piccine, fate in fretta, ” le supplica Ansia con un fil di voce. Le stronze si allontanano, portate via da un vento gelido. Ansia K. alza gli occhi sullo spigolo Piaz e pensa “Occazzo”. L’incubo degli ultimi quindici giorni è diventato realtà. Si parte. Si deve andare. Però la cordata è forte, e la tempra dei Kammerlander gratta gratta viene fuori. Lei e il suo compagno Carlo Spiro sulla Croda Xodias, discendente del fortissimo scalatore, conquistano metro su metro, lanciando urla di trionfo: “Tira! Recuperaaaaaaaaa! Tiiiiiiiira!”. Il loro capocordata alla prima sosta ha già l’aria di uno che muore dalla voglia di ammazzarli e proseguire in solitaria. Ignorando il baratro alla loro sinistra Xodias e Kammerlander abbrancano il filo tagliente dello spigolo e poi non avendo scelta si lanciano eroicamente a destra, in piena parete. I loro gemiti e il loro battito cardiaco si sentono fino a Bolzano (Bozen). Ormai sono sicuri di farcela, quando una fessura unta e bisunta sbarra loro il cammino. Parte Ansia, con determinazione selvaggia. “Fate una Dülfer” ha raccomandato il capocordata. Ansia diligentemente punta le scarpine e tira il bordo della fessura e poi lancia il suo grido di battaglia: “TIRAMIFORTE!”. Ma la sua corda penzola inerte, con un lasco di almeno dieci centimetri. Ansia ha la tachicardia e non osa spostare i piedi su quella rocciaccia levigata da miliardi di scarpette. Si fa presto a dire Dülfer. È destino che tutti quelli che si chiamano Hans siano la sua maledizione e le stiano gravissimamente sui coglioni. Ansia si lascia scivolare sul terrazzino della sosta, sconfitta.

“Provo io” dice Carlo Spiro sulla Croda Xodias. Anche lui ha dei problemi con la famiglia alpinistica d’origine. Ansia lo sente raspare e ansimare sopra la sua testa, non osa neanche guardarlo. Anche Spiro si lascia ricadere, sconfitto. Sarà il loro traverso di Hinterstoisser? Moriranno lì di fame e di freddo, facendo una figura da scemi colossale? Cominciano a minacciare tra i denti il loro capocordata. Perché non tira quella cazzo di corda? In realtà il poveretto sta tirando come un ossesso, ma la corda zigzaga tra spuntoni e l’estremità che hanno in vita Xodias e Kammerlander sembra un triste pesce morto. Nel frattempo vengono raggiunti da una cordata di tedeschi. Ansia prega in silenzio che non siano i suoi fratelli: sarebbe davvero molto imbarazzante. Xodias e Kammerlander con un moto di orgoglio cercano di ripartire. Per fortuna sono una cordata molto affiatata: decidono che Xodias vincerà la fessura aiutandosi con un prusik piazzato sulla corda di Kammerlander, e poi recupererà Kammerlander facendo sicura da uno spuntone. Purtroppo non hanno un cordino da prusik e sono costretti a usare una fettuccia: gli alpinisti di razza sono ingegnosi e si arrangiano con i materiali a disposizione. I tedeschi assistono perplessi alla cascata di turpiloquio di Xodias, che pure sembrava così distinto. Al decimo “cazzoculo” le braccia di Xodias cedono di schianto e lui viene giù, tornando in sosta come un grosso fico maturo. Il prusik di fettuccia lo segue fedelmente, senza sognarsi di frenare. I tedeschi si sforzano di non ridere. Xodias e Kammerlander si guardano sgomenti. Arrivano altri tedeschi. Xodias e Kammerlander con gesti e versi gutturali li supplicano di avvisare il loro capocordata Rocco che non ce la fanno a salire. Nel frattempo il poveruomo, ignaro del dramma sottostante, da mezz’ora si sta spaccando le braccia nel recupero della corda. Dalla torre Stabeler lo osservano preoccupati, chiedendosi cosa stia facendo, così riverso sulla sosta, in una posizione da muezzin. I primi tedeschi finalmente lo raggiungono. Si sente urlare “Rooooko!”. Con orrore Ansia e Spiro si rendono conto che tutti ridono, e che i loro nomi echeggiano d’infamia tra una torre del Vajolet e l’altra. Almeno Hinterstoisser aveva fatto una figura un po’ meno da cucù.

Quando ormai sono certi di passare agli annali dell’alpinismo, una giovane tedesca caritatevole offre un cordino da prusik, prima di zampettare allegramente oltre il passaggio (sarà almeno quarto grado) e di andare anche lei da “Roooooko” a dirgli che i due sono ancora in lotta con l’alpe. Per fortuna Prusik non si chiamava Hans, quindi non è uno stramaledetto e con un cordino il suo nodo funziona. Spiro sulla Croda rinfrancato supera il passaggio, poi con una elegante fettuccia intessuta al telaio da una sua bisnonna – graziosi i motivi ornamentali navajo – crea un’assicurazione supplementare per Ansia K. che con corda tesa passa di slancio. Quando sbucano sulla cresta sommitale, il capocordata stremato li guarda con odio, e di fronte alle loro risatine nervose li chiama “deficienti”, minacciando di buttarli di sotto. Ansia e Spiro si zittiscono immediatamente, mansueti, cercando di impietosirlo con la loro devozione canina. Calano a valle insieme alle ombre, stanchi ma felici. Stanotte si dormirà. Ansia sognerà dolci placche di granito piene di spit e di violette profumate, su cui correre spensierata.

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