Capolavoro a Tavolara

di Giuliano Stenghel

I raggi del sole appena nato creano sulla superficie dell’acqua un’infinità di riflessi, bisticci di luce come se tutta la natura fosse in procinto di esplodere. Le scie spumeggianti di acqua lasciate dalla corsa del mio gommone che si avvicina alla scogliera dell’isola di Tavolara in un attimo si perdono.

La scogliera sud-est dell’isola di Tavolara

I miei compagni che mi ricordano che non abbiamo chiodi, poi le loro voci che si perdono nel mare, tutto mi appare lontano, lasciando spazio al canto attraente di questa scogliera che sto sognando da molto tempo. Questo giorno, con questo mare, con questo cielo… il sole e tanta luce. Come in un lampo, legato alla corda, con tutta l’attrezzatura necessaria per la scalata, lascio il gommone e agguanto i primi appigli dei tanti che toccherò in questa scalata che si preannuncia tra le più belle e difficili. Arrampico a occhi alti, senza sentire più nulla, trasportato da rocce lavorate, intagliate dalle acque e dal vento. Su un minuscolo pulpito di roccia, abbandonato in una solitudine di placche, rifletto che un ritorno sarebbe già molto difficile. Ieri un amico sardo mi ha prestato qualche chiodo forgiato in officina, ho un solo martello, dei friend da incastrare nelle rocce e qualche cordino. I miei compagni salgono nel vuoto, con i corpi che sembrano specchiarsi nell’azzurro più azzurro dell’azzurro, ora chiaro ora scuro del mare e del cielo: mi colpiscono le loro forme sfumate dai giochi delle onde, risaltano con i colori vivi dei loro vestiti sulla bianca scogliera, l’armonia dei loro movimenti come stessero anch’essi godendo di una natura magnifica, sfidando una parete impervia: uno spettacolo per i miei occhi, una fusione con l’ambiente attorno. Ho la sensazione che la roccia, nel lasciarsi toccare, per la prima volta, da mani d’uomo, frema sotto le mie dita, mentre la accarezzo allo stesso modo dell’artista nel creare la sua opera.

La via nuova si concretizza soltanto con il coraggio di percorrerla. Il mio sguardo ritorna inevitabilmente ai grandi strapiombi sovrastanti, alle rocce lisce, prive di appigli. Rifletto che l’unica possibilità è quella di avventurarmi in un terribile traverso con lo scopo di aggirare uno spigolo, un tratto molto difficile, di certo oltre il sesto grado.

“Ma poi, cosa ci sarà?” E ancora: “Potrò proseguire nella mia scalata?”.

E’ un tuffo nell’ignoto, un punto di non ritorno, soprattutto per la mancanza di materiale; è un’emozione forse una sola percezione e… un’improvvisa tachicardia, all’improvviso, mi coglie.

Una vocina dentro: “Ma tu cosa cerchi?”.

Franco Monte e Franco Nicolini (sotto) sulla via Capolavoro a Tavolara

Da bambino cercavo d’immaginare cosa ci fosse oltre, nel mio futuro e nella mia mente vivevano eroi capaci di imprese straordinarie. E il mio alpinismo, lo affermo senza remore e presunzioni, è stato epico, leggendario, ma rischioso, colmo di grandi avventure che hanno arricchito la mia esperienza e mi hanno insegnato a muovermi su difficoltà estreme anche con pochissime protezioni. Fino a ora il mio Dio e la montagna hanno premiato il mio eroico coraggio.

Penso ai miei quasi sessantasette anni e al fatto che sono proprio matto a spingermi con così poco materiale su una fascia rocciosa tanto impegnativa, medito sulla mia vita che è stata una cascata di eventi, di momenti impetuosi che mai più si ripeteranno allo stesso modo, istanti che ho ancora tanta voglia di tentare di rivivere. In questi frangenti è di aiuto l’isolarmi su un’immensa falesia, nella mia passione, nelle mie speranze, nelle mie illusioni e nei miei sogni… infine soltanto i suoni… le voci dei gabbiani mi riportano alla realtà.

Franco Monte sulla via Capolavoro a Tavolara

Rifletto sul fatto che può apparire naturale nel pieno della propria gioventù sentirsi capaci di sfidare il mondo intero, ma nell’età canuta bisognerebbe ammettere i propri limiti. Inevitabilmente, mi sorgono dei dubbi sull’utilità del mio alpinismo: “Io ho veduto tutto ciò che si fa sotto il sole ed ecco che tutto è vanità e un correre dietro al vuoto”.

No! Non credo di scalare con tanto entusiasmo per sola vanità.

Le parole del profeta Isaia: “I giovani s’affaticano e si stancano; i giovani scelti vacillano e cadono. Ma quelli che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’alzano a volo come aquile; corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano”.

“… Ma quelli che sperano nell’eterno”.

Sì, è il segreto dell’esistenza, di una vita esuberante e carica di significati come la mia, chi spera in Dio si alzerà in volo con ali di aquila, avrà nuove energie e nuovo coraggio.

Giuliano Stenghel in apertura sulla via Capolavoro a Tavolara

Incredibilmente sento in me una strana positività: ho la sensazione di essere in procinto, con i miei grandi compagni di corda, di creare sulla roccia una nuova via unica, bellissima; insomma un’opera d’arte, un capolavoro di estetica.

Con tensione riesco ad attraversare il tratto più ostico, oltre l’ambiente mi rasserena: una serie di spaccature in alto mi danno tante possibilità, nuovo entusiasmo e tanta euforia. In uno stretto camino di rocce gialle, verticali e pericolose soprattutto perché coperte di una patina scivolosa, salgo con molta attenzione fino ad arrestarmi sotto un marcato strapiombo. Con fatica riesco a piantare un buon chiodo, ma l’arduo, faticoso e aggiungo ingrato passaggio sovrastante mi rimanda più volte al punto di partenza. Sono stanco morto, un po’ demoralizzato e non mi resta che imprecare contro questa scogliera che proprio nell’ultimo tratto m’impedisce di realizzare il sogno di agguantare l’esultanza della vetta, dopo l’apertura di una via magnifica, difficile, in sostanza un vero capolavoro. I miei compagni avvertono la difficoltà del momento e mi gridano, mi suggeriscono di provare il passaggio sulla destra. Come non dargli retta e mi alzo per l’ennesima volta: ma le mani che si aprono per lo sforzo, i muscoli indolenziti, la paura di cadere che mi sta succhiando il coraggio dalle vene mi fanno desistere. In questi frangenti c’è solo la volontà, la tenacia e… l’esperienza. Ora si sono spente tutte le luci, i colori, i suoni del vento e del mare, il canto romantico dei gabbiani, non più la gioia e la soddisfazione nel muovermi come in una danza da un appiglio all’altro, ma soltanto il desiderio di uscire da quella posizione e vincere. Riparto deciso, allungo il braccio alla disperata ricerca di un appiglio che finalmente trovo, mi alzo e mi trascino in alto fino oltre il diabolico strapiombo. Le corde non scorrono più per l’attrito, quando, finalmente, mi arresto su un comodo terrazzino per fare l’ultima sosta.

Giuliano Stenghel in apertura sulla via Capolavoro a Tavolara

Sull’ultimo tratto un rumore attira la mia attenzione: è un vecchio caprone che mi sta osservando. Il suo volto struggente non mi spaventa, anzi profondamente mi commuove. Ci sono immagini che, se anche viste una sola volta, ricorderemo per tutta la vita. Vorrei comunicare la visione con il telefonino, ma il capro si allontana, forse temendo che volessi rubargli l’anima. Eppure sono certo che la sua figura, ben impressa nella mia mente, non sarebbe cascata nel vuoto, anzi! Scatena invece tanta reazione nei media l’immagine gaia, assieme ai miei grandi compagni di corda, all’uscita della via e la dedica all’amico recentemente scomparso Luca Franz. Chiamiamo la via “Capolavoro”, per la sua bellezza, per l’espressione e realizzazione artistica; nonostante influenzata da una miriade di fattori, è nata per lo scopo ben preciso di vincere l’ardita fascia rocciosa e non per diventare arte pura, fine a se stessa. D’altronde, è ovvio che l’alpinista con la A maiuscola, che si accinge ad attaccare una via che forgerà con le sue mani per realizzare il sogno di legare il suo nome a una grande parete, si ponga il quesito se sia giusto e lecito buttarsi con le punta delle dita su passaggi estremi e per di più con pochissimi mezzi e protezioni, ma è una scelta! Giusta o sbagliata è una scelta fatta per amore, quindi mai da biasimare.

Mentre ritorniamo sulla terra ferma alle ultime luci di un sole che sta scomparendo tra le nuvole, conservo nel cuore i ricordi delle ultime ore, un diluvio di emozioni si dissolvono nel mio cuore e… nel mare, infine il mio sguardo si arresta sulle onde fluttuanti che si lasciano andare nella scia lasciata dalla nostra imbarcazione.

Nella nostra vita ognuno di noi lascia delle tracce, alcune caduche altre scolpite, che si perdono nel tempo, ma capita che riaffiorino e ci parlino di noi. E le nostre tracce non sono come le righe spumeggianti che appaiono nel mare, ma sono impronte scolpite nella roccia che in eterno parleranno di noi.

La ragnatela di vie trad a Tavolara

Alcuni giorni dopo…
“Provo a portarvi sulle rocce, ma dietro l’isola c’è una sciroccata e il vento è in crescendo, così come lo stesso mare. Poi dovrò ritornarmene a terra, quindi se decidete di lasciare il gommone per la scalata, dovrete essere certi di proseguire fino in vetta e ridiscendere dall’altro versante”. E soggiunge in tono vagamente preoccupato: “Purtroppo le condizioni del mare non permettono un vostro ipotizzabile recupero”.

In poche parole Tonino Bertoleoni, re di Tavolara, si è messo a disposizione per accompagnarci via mare all’attacco della nostra nuova via, ma non nasconde la sua apprensione e ci invita a considerare, prioritariamente, l’impossibilità di una ritirata.

Raggiunta Punta La Mandria, l’isola ci regala la lunga, sconfinata, suggestiva falesia di Tavolara a picco, aspra e ammaliante sul mare, ci incanta in tutto il suo splendore tra il blu turchese del mare e il bianco maculato di macchie scure delle rocce. Il vento si fa sentire con forti raffiche; il blu del mare è così intenso e si mescola con il colore che si estende intorno a noi abbagliante, luminoso, pare non aver confini e confondersi in lontananza con il cielo, mentre un cormorano tra le onde ci appare contento di tanta libertà. L’operazione di avvicinamento può diventare pericolosa sia per noi che per la nostra piccola imbarcazione; decidiamo di legarci in cordata. Facciamo il punto della situazione e un piano di sbarco al volo sulle ripidissime rocce, senza rischiare un non auspicabile e involontario tuffo o di cozzare con il gommone contro la parete. Il coraggio, la forza e il cervello sono degli aspetti fondamentali per affrontare una difficile avventura, bisogna mostrare uno stato di equilibrio soprattutto in situazioni non usuali alla nostra normalità. Franco non ha dimenticato il giorno quando, nello sbarcare sulle rocce, un’onda ha spostato il gommone e si è trovato appeso alle sole mani, con sulla schiena il peso dello zaino, con moschettoni, corda e altro materiale necessario per la scalata. Se fosse caduto in acqua in pochi secondi sarebbe sprofondato nel mare. Dopo quell’esperienza abbiamo scelto di legarci sempre in cordata, il capocorda avrebbe iniziato la scalata fino al punto di sosta, seguito dal secondo a corda tesa. E così decidiamo di fare: in modo risoluto, tutto con grande decisione e velocità per impedire alla risacca di farci sbattere. Nessuno è mai approdato su queste rocce estreme, nessuno ha mai pensato di scalarle. Tonino da abile marinaio riesce a farci sbarcare sulle pietre taglienti senza problemi e mentre sono in procinto di recuperare, lo vedo allontanarsi.

Franco Monte sulla via di Nonno Fausto a Tavolara

Ora siamo soli, sulla scogliera ghermita dal vento e da un mare che sta vomitando onde sempre più alte e ci spruzzano l’acqua addosso, una solitudine accentuata dalle difficoltà della nostra via e resa ancor più tormentata e pesante dalla percezione di non farcela. Tuttavia non è una sensazione di paura anzi, altrimenti avrei evitato d’infilarmi in questa nuova avventura; ho la convinzione di essere in procinto di aprire un’altra bella via su rocce magnifiche. Stranamente, mi tornano in mente altri ricordi suscitati dalla somiglianza di questa scena con altre vissute nel momento che si lascia il mare per la terra, anzi per la roccia. Ora, la montagna può manifestarci i suoi molteplici umori, come il mare o il vento, può regalarci delle gioie immense come altrettante sofferenze. Tutto ciò fa parte del gioco e noi alpinisti ne siamo consapevoli. Nessuno come me conosce questa grande scogliera che mi ricorda il passato, le grandi avventure vissute: i miei formidabili compagni di corda, momenti che mi fanno condividere un ambiente unico al mondo. Ho l’impressione che anche oggi la mia Tavolara mi trascinerà verso l’alto. Mi alzo deciso su una parete verticale, che diventa sempre più avara di appigli, vorrei mettere un chiodo o qualcosa per proteggermi ma non ci riesco. Ragiono che un volo mi avrebbe portato in acqua, ma dopo aver sbattuto su rocce taglienti e il rumore e l’immagine delle onde che sbattono duramente venti metri sotto mi fanno desistere e ritornare sui miei passi. M’infilo in un lungo traverso: ho sempre amato i traversi che spesso mi hanno permesso di risolvere pareti inaccessibili. La sosta è su una solida colonna di roccia, nella quale infilo un cordone; finalmente posso rilassarmi e abbandonarmi alla quiete e al piacere di essere ambedue in una posizione di grande sicurezza. Provo ancora a obliquare, ma ben presto la mia esperienza mi dice che mi sto infilando in una trappola, su rocce lisce, gialle, difficili, forse impossibili. Guardo in alto e una fascia strapiombante non mi dà tanta speranza di poter proseguire senza l’aiuto di buoni chiodi: sull’imbrago ne ho quattro e dovranno servirmi per tutta la via. Mi chiedo: “Troverò una fessura o un buchetto?”. L’arte di chiodare un tempo si tramandava di alpinista in alpinista, ora molti preferiscono la sicurezza con trapano e spit.

Probabilmente se me lo fossi procurato e portato appresso, su questo tratto lo avrei usato e sarei stato certo di proseguire, mi chiedo perché, alla mia veneranda età, mi intestardisco ad arrampicare in questo modo: con poche protezioni, con tanti azzardi, ma poi rifletto sul fatto che questo è il mio alpinismo.

Giuliano Stenghel in apertura della via Nonno Fausto a Tavolara

E’ un momento difficile! Fissando lo strapiombo provo una sensazione di frustrazione, ma la scelta è obbligata: proseguire o aspettare il giorno dopo che qualcuno venga a riprenderci, naturalmente congelati.

Conscio della situazione, decido di provarci mirando a quella volta di rocce scure, lungo delle canne rocciose bagnate e verticali, rese infide da una patina di polvere. Sono consapevole di ciò che mi aspetta, ma rifletto che la mia esperienza e capacità di chiodare in condizioni sfavorevoli mi aiuterà a superare anche quel tratto. Mi alzo in arrampicata libera, con molta prudenza, passo dopo passo per una decina di metri. Sotto lo strapiombo, in una fessura incastro un buon friend che mi dà nuovo coraggio e soprattutto una buona protezione. Ora c’è lo strapiombo che si preannuncia duro; alzo le gambe, spingo su piccoli appoggi e mi distendo, allungo un braccio e… miracolosamente agguanto una lama, un appiglio formidabile, forse uno dei più belli della mia esistenza, sul quale diventa un gioco proseguire. Alzo l’altro braccio e ancora una straordinaria maniglia che mi fa salire con i piedi sulla comoda lama. Grido al mio compagno la mia gioia infinita, sono stato premiato per il mio coraggio, per la mia volontà, poche volte nella vita sono riuscito a risolvere un passaggio alla vista estremo, quasi impossibile con le sole mani e con tanta facilità.

Adesso il sole esercita tutta la sua luce, illuminando di mille colori tutta la natura, l’azzurro intenso trionfa dappertutto e la tensione, che pochi metri prima mi aveva invaso, si sta ritirando, una calda luce mi sta inondando, ripulendo la mia mente dai dubbi e dalla paura di non farcela, dandomi tanto entusiasmo e gioia di continuare. Sotto una fessura abbastanza difficile pianto un chiodo e continuo su rocce fantastiche. In sosta gioisco alla vista di Franco che sta salendo sicuro e spensierato. Le rocce lavorate dal vento e dal mare all’improvviso spariscono verso l’alto, ma non in basso lungo un altro infinito traverso verso uno splendido, incantevole pilastro intessuto di appigli. Mi ritornano alla mente le parole del mio maestro Bruno Detassis: “Sul vetro non arrampica nessuno…”. E ancora, “… bisogna lasciarsi trasportare dalla roccia”.

Alla fine delle difficoltà l’immensa felicità di aver aperto un’altra via molto bella che decidiamo di dedicare a “Nonno Fausto”, il papà di Nicoletta che proprio oggi compie gli anni e in questo venerdì di Quaresima aggiungiamo una dedica a CoLui che ha dato la sua vita per noi.

Intanto i gabbiani volteggiano sopra, lanciando le loro grida, garriscono e con le loro lamentevoli strida che sembrano mostrare la loro preoccupazione per la nostra presenza, vogliono proteggere i loro nidi. Ma dopo se ne allontanano portando sul mare i nostri sogni.

E mi passa nella mente una poesia: “Io son come loro in perpetuo volo. La vita la sfioro com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo, e come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca, volare sulle ali di un gabbiano, rotolare tra le onde, ma poi risalire verso il sole… perché sono uno spirito libero”.

NOTA:
Tutte le vie della parete sud-est dell’Isola di Tavolara sono descritte nel libro Il Regno di Pietra, di Giuliano Stenghel e Alessandro Gogna, disponibile presso gli autori.

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