Il metodo Ansia K.

di Marina Morpurgo
(pubblicato su marinamorpurgo.weebly.com)

Ansia Kammerlander ha avuto un’agnizione.
Le è arrivata all’improvviso – come tutte le agnizioni, d’altro canto – mentre ciabattava stancamente sul sentiero al ritorno da una via e a turno i compagni si fermavano e si giravano per controllare se per caso non fosse morta e per quello non arrivava.

Come ha fatto a non pensarci prima! Ansia K. in quel momento ha avuto un sogghigno interiore. Perché cercare di mettersi sul piano – così infimo, così materiale – di quelle creature muscolari con cui si accompagna? Ansia K. è un’intellettuale, e su questo deve puntare.

Fanculo il “metodo Caruso”! Nel bidone della carta il manuale del povero Edlinger! Bravi tutti, ad arrampicare con quelle manazze.

Ansia K. non ha muscoli da far guizzare sotto la pelle mentre la guardano – al massimo c’è della roba che si contorce dolorosamente sotto l’adipe, ma in modo involontario, e comunque non l’ha mai vista nessuno. Ansia K. è una donna da libri, da biblioteche, un ratto da scaffale. Ansia K. ha inventato il metodo Ansia K. : la progressione mentale-teorica su carta e supporti digitali.

Lo studio delle fonti la porterà sulle vette e su per le vie, laddove la forza bruta delle braccia e l’azione volgare dei piedi le provocavano una frustrazione profonda.

Si affrancherà da quella maledetta progressione a triangolo, che a lei diventava sempre un quadrato, così si ritrovava immancabilmente crocifissa su quattro appigli lontanissimi tra loro e riusciva a muovere solo le palpebre finché qualcuno non veniva a liberarla, strattonando la corda e chiedendo perché cacchio fosse lì ferma da un’ora.

Ansia K. non si affiderà più all’istinto animale, non palperà più la roccia, né tantomeno la raschierà con la scarpette alla ricerca dell’appoggio.

No, basta con questa rozzezza, con questa belluinità, con questo zampettare da bufali.

“Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza,” declama, prima di gettarsi a corpo morto sulle amate carte. Sì, la sua sarà un’arrampicata umanista, elevata, leonardiana. Saprà quali movimenti compiere e quando, perché prima di partire avrà imparato tutta la via prescelta, a memoria.

Gli amici la invitano a scalare allo Zucco dell’Angelone. Ansia K. con finta nonscialàns si fa dire il nome della via, poi si slancia entusiasta nella ricerca, anima e corpo. Per gli itinerari consulta Google, Google Maps, Flickr, Gulliver, YouTube. Passa ore e ore sui forum di montagna, a leggere e digitare e guardare foto e filmati.

Intrattiene rapporti con i blogger, specie con quelli più tediosi e prolissi e fanatici, vecchi accademici del CAI inizialmente lusingati da tanto interesse e dai commenti puntuti e pressanti di Ansia K. “Cosa intendevi dire con arrampicata sostenuta ma divertente?”.

“Cosa intendi per traverso delicato?” Quando Ansia K. si fa morbosa e nevrotica e assillante e pretende di avere le misure precise di diedri e fessure, di sapere se il corpo era orientato a destra o a sinistra si rivolgono alla polizia postale, pensando di avere a che fare una pericolosa squilibrata.

Ansia K. disperata trova il modo di porre domande in modo più subdolo, aggirandosi in rete con pseudonimi diversi, ma tutti stranamente interessati allo Zucco dell’Angelone. Passa ore e ore a ingrandire fotografie, e a studiare luci e ombre della roccia.

In un momento di particolare audacia sequestra negli spogliatoi della palestra di arrampicata una ragazza che incautamente ha detto ad alta voce di aver appena fatto proprio la via che Ansia K. ha in programma con gli amici. La ragazza viene liberata solo dopo un pesante interrogatorio.

E finalmente è il grande giorno che rivoluzionerà la storia dell’arrampicata, il giorno dell’applicazione del metodo di arrampicata intellettiva – Ansia K. sogna già il momento in cui organizzerà degli stage per climber cachettici e artritici oppure obesi e fobici come lei, che penderanno dalle sue labbra.

Gli amici cominciano a preoccuparsi già di primo mattino, quando si fa colazione al bar. Ansia K. appare assente e abulica, ha lo sguardo vitreo e movimenti a scatto. Le chiedono se si sente bene.

Lei farfuglia a voce bassissima, quasi inudibile, frasi smozzicate “Lunghezza quattro traverso non banale sporco” “Lunghezza uno lama caratteristica, quattro metri sinistra… mano destra… alzare piede… entrambe mani.” Le propongono di tornare a casa.

Ansia K. risponde con occhio allucinato: “In uscita salire leggermente verso sinistra e imboccare ripido sentiero che in una ventina di minuti riconduce alla base della parete.” Si preparano. Ansia K. questa volta non si farà cogliere impreparata, come le volte precedenti.

Ha due cordini da prusik, un rinvio, un telefono satellitare, un telesalvalavita Beghelli e soprattutto nascoste astutamente nello zaino sotto i panini con l’uvetta tiene due maniglie jumar per la risalita delle corde, casomai dopo aver posizionato il piede sinistro in spaccata non riuscisse a prendere con la mano destra la fessura verticale di dieci centimetri in uscita dallo strapiombetto di due metri alla fine della terza lunghezza.

Ansia K. ha calcolato che con una temperatura di 15 gradi e le condizioni meteo di oggi dovrebbe avere un agio di una decina di millimetri ma non si sa mai.

“Liberiamo la mente, l’arrampicata è creativa!” dice allegro il capocordata.
“Creativa ‘sto cazzo,” sibila Ansia K., approfittando dei pochi minuti che le restano per ripassare.
Si va.

Nessuno sembra accorgersi dei movimenti robotici di Ansia, e del continuo salmodiare che le fluisce tra la labbra rese cianotiche dalla concentrazione.

Il metodo funziona! Ansia sale con sicurezza e rapidità inusitate, anche se a un certo punto si guarda attorno con aria prima smarrita e poi inquisitoria e infine irosa.

Chi è quel cornuto che si è permesso di spostare il sasso instabile sotto lo strapiombetto, alterando le geometrie? Ansia lo recupera e lo risistema com’era prima, scuotendo oltraggiata la testa.

Giunta allo strapiombetto, Ansia K. esegue la manovra prevista, spaccata e allungo.Il suo capocordata le fa notare che per il piede destro c’è un gradino grosso come un balcone, senza bisogno di fare acrobazie. Ansia K. lo ignora perché nelle foto non si vedeva, e adesso non ha alcuna intenzione di scombinare i piani prestabiliti, precipitando nel caos motorio.

Ansia K. arriva in sosta, felice: si vede già osannata dalle folle mentre Caruso dell’omonimo metodo si torce le mani per l’invidia. Guarda con sfida il 6b soprastante: sa già tutto, passo atletico, placchetta liscissima, tirare il rinvio, alè hop.

Il capocordata però annuncia: facciamo la variante e usciamo di là sullo spigolo più facile. Ansia K. è sgomenta. Una variante no, cazzo! Non ha pensato di studiare anche tutte le vie adiacenti a questa.

Adesso deve affrontare l’ignoto, ritornando a essere quell’animale primitivo che era, prima dell’illuminazione della conoscenza. La corda oltretutto sparisce oltre lo spigolo.

Ansia odia gli spigoli sopra ogni altra conformazione rocciosa perché di là immagina sempre baratri orrendi, bui, gelidi, muschiosi se non addirittura erbosi, magari anche un po’ bagnati. Fosse per lei non cambierebbe mai versante, perché non si sa mai.

Ansia K. si avvia gemendo e con le gambe tremanti e intrattenendo rapporti stretti con una serie di arbusti piazzati nei punti meno indicati. Si issa a fatica su un gradone e con l’occhio atterrito del marinaio che varcava le colonne d’Ercole e la morte nel cuore oltrepassa lo spigolo.

Il baratro buio è in realtà uno sperone di roccia in pieno sole, tutto buchi, lame e gradini, roba che non spaventerebbe neanche un bambino dell’asilo. Ansia K. lo risale, con saltelli goffi ma energici. Arriva in cima alla via con un sorrisetto compiaciuto. Il suo metodo è grandioso. Lo deve solo mettere a punto.

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