In viaggio verso la montagna

di Agnese Mariotti

Ho avuto fortuna. Prima dell’alba ero uscito silenziosamente dalla mia stanza con la giacca pesante e la borsa a tracolla. Passando davanti al tempio avevo avvertito nel buio quel mormorio che ben conosco ma che quel giorno non mi avrebbe trascinato con sé avvincendomi nei suoi racconti: quel giorno era solo come un’onda che, allungandosi quieta sulla riva, arrivava giusto a lambirmi i piedi. Sapevo che nel tempio qualcuno in quel preciso istante pensava a me che intanto passavo guardando innanzi, e annuiva. Tanto era bastato per aggiungere fiducia al mio entusiasmo.

Campi, foreste, qualche casa, tracce sperdute di sentieri, sempre più piccoli e lontani…

Il freddo della notte mi spingeva ad affrettarmi, lo sentivo ma non ne avevo chiara coscienza perché i miei occhi, accesi di desideri e di speranze, erano presi a esplorare visioni oltre il buio e mi distraevano con sensazioni più forti.

La luce aveva cominciato ad avvolgermi lentamente, accompagnata da fruscii nei campi e da qualche fischio lanciato di tanto in tanto in cielo, e man mano che avanzavo pure la mia visione si illuminava e si definiva e a poco a poco, ampliandosi, arrivava a comprendere anche me.

Poco più di un’ora di cammino ed ecco la mia prima fortuna. Un camion aveva rallentato al mio fianco ma non me ne ero avveduto finché l’autista, gesticolando, mi aveva chiamato:

“Ehi! Sei diretto al passo?”

Mi ero fermato allora, riemergendo di botto e un poco frastornato dai miei pensieri e avevo assentito appena con il capo.

Lui mi aveva aperto la portiera e io con due balzi mi ci ero seduto accanto.

Nell’aria polverosa rotolavamo in su, seguendo un poco dondolanti l’andare del camion che scansava pietre e buche, tirando un tornante dopo l’altro sul fianco della montagna. Campi, foreste, qualche casa, tracce sperdute di sentieri, sempre più piccoli e lontani fino a quando ad un tratto non si saliva più! Lì il cielo si apriva attorno a noi mostrandomi tutta la valle compreso quel grumo bianco in fondo dove il torrente svoltava dietro il pendio, da cui ero partito nell’ultimo buio che precede l’alba. Solo un attimo però mi ci ero soffermato credendo perfino di sentirne il vociare a quell’ora della giornata, poi i miei occhi erano corsi verso l’alto tra gli arbusti e le rocce, lanciandosi, smaniosi, su quel lungo piano dinanzi a me, che, sì, era davvero il passo!

Era ora di separarmi dal mio compagno che mi aveva risparmiato una mezza giornata di cammino e che, stringendomi calorosamente una mano nelle sue, mi augurava, sincero, un benevolo viaggio.

… un paio di tende, una ventina di animali, yak e dzo, che ora a sera erano stati radunati, e un uomo che da qualche minuto seguiva il mio avanzare…

Mi ero avviato allora sul versante opposto. Subito, felice di essere all’aperto, avevo attaccato la discesa verso il bosco, leggero e sciolto e poi, senza fermarmi mai, una nuova salita. Sentivo le gambe salde e forti e mi lasciavo portare mentre giocavo con i miei pensieri. Non mi rendevo conto del tempo che passava e della luce che cambiava e ci era voluta una folata di vento pungente e sferzante a darmi uno scossone riportandomi a sentire la terra sotto i piedi e un buco nello stomaco. Eh già! Non mangiavo da ore, presto sarebbe stato buio e mi servivano un po’ d’acqua, magari un fuocherello e un riparo per la notte. Allora, ancora un po’ svogliato, avevo preso a scrutare tra i sassi e i cespugli. Sapevo che avrei trovato una grotta, una piccola radura, un albero più alto presso cui stare la notte. Nello stesso tempo, però, qualcosa mi spingeva a continuare, come la convinzione – o forse era solo il forte desiderio – di poter incontrare qualcuno con cui condividere una chiacchiera e un po’ d’orzo…

Dorje stava mungendo, gli occhi arrossati dall’aria fredda, la pelle un po’ bruciata…

Ed ecco la mia seconda fortuna. Levato lo sguardo indeciso avevo notato una macchia scura, forse a mezz’ora di cammino, che da dov’ero aveva proprio l’aspetto… di una tenda! Ecco, mi pareva la tenda di un pascolo estivo…! Allora avevo istintivamente accelerato il passo, quasi mi ero messo a correre ansioso di afferrare qualche dettaglio in più. E poco dopo, sì, avevo visto distintamente una striscia di bandiere colorate che sventolava a mezz’aria e avevo sentito un cane!

Senza accorgermene, puntando a questa meta, ci ero arrivato presto: un accampamento piccolo, un paio di tende, una ventina di animali, yak e dzo, che ora a sera erano stati radunati, e un uomo che da qualche minuto seguiva il mio avanzare: “Benvenuto! Hai sete? Hai fame?”

Sotto l’altra tenda intanto, Norbu controllava la cagliata della settimana, la rimestava e la colava…

Per la seconda volta nella giornata, invitato amabilmente, avevo lasciato il mio spazio solitario e fatto il passo oltre una soglia, immediatamente avvolto dal tepore dello spazio opposto.

Accanto a una delle tende Dorje stava mungendo, gli occhi arrossati dall’aria fredda, la pelle un po’ bruciata. Prima che facesse buio doveva mettere il latte a cagliare, fatto questo avrebbe attizzato il fuoco per la sera.

“Fermati qui stanotte, staremo al caldo e c’è formaggio in abbondanza” mi aveva esortato senza interrompere il suo lavoro.

Sotto l’altra tenda intanto, Norbu controllava la cagliata della settimana, la rimestava e la colava: “Deve fermentare ancora. Poi verserò il siero nel secchio di rame lì vicino al fuoco e lo scalderò fino a rapprenderlo. Il resto lo modellerò in panetti, ecco, li vedi sotto il telo, quelli a stagionare?”

Cercando cosa fare per essere d’aiuto, ero ritornato tra gli yak. Li osservavo, così mastodontici e docili, intenti a far gli yak…

Cercando cosa fare per essere d’aiuto, ero ritornato tra gli yak. Li osservavo, così mastodontici e docili, intenti a far gli yak tranquillamente, una brucatina qua e là, due passi, una sosta, completamente incuranti di me, uno sconosciuto che non somigliava né a Dorje, né a Norbu, né tanto meno a loro stessi! Ma non mi sentivo un estraneo e non lo ero, ero arrivato alla mia casa per la notte, era lì che inconsciamente andavo, inconsciamente atteso…!

Mi ero allora messo a raccattare il dung, deciso a raccoglierne più che potevo e a sistemarlo poi nel mucchio vicino alla tenda, così da risparmiare a Dorje e a Norbu una fatica e regalare loro un po’ di fuoco e di calore per qualche notte dopo che sarei partito.

… non mi sentivo un estraneo e non lo ero…

Più tardi, terminati il lavoro, la cena e le chiacchiere, all’ora di dormire la mia mente si era lasciata sommergere nel silenzio dalle sensazioni di quel primo giorno di viaggio riportandomelo in un vivace rimestio: luci, rumori, voci, occhi, domande, pelle, sete, acqua, morbido, freddo, calore. Terra, sotto la mia mano in quel momento, sotto i miei piedi ancora l’indomani.

… ero arrivato alla mia casa per la notte, era lì che inconsciamente andavo, inconsciamente atteso…!

Ancora nel buio, un fischio mi aveva chiamato, ripetitivo ma smorzato per non svegliare gli altri, fino a farmi socchiudere gli occhi. Un attimo di vuoto in bilico sul sonno, poi un ricordo e subito l’eccitazione si era infiammata in me tirandomi letteralmente in piedi.

Desto e all’erta, ero scivolato come un buffo di vento tra gli yak addormentati per raggiungere i canti che si stavano per comporre nei cespugli. Poi, di nuovo solo, giù per la montagna verso il torrente, schivando con destrezza i sassi più grossi e i rami sparsi sul sentiero. Mezza giornata di cammino e sarei stato vicino: questo pensiero mi faceva volare.

Avevo quindi risalito il torrente, rallentando per lo sforzo e, prima di entrare nel bosco, mi ero finalmente fermato sulla riva a bere, a mangiare un poco e a osservare.

Alla vista del ghiacciaio, dapprima stupefatto, mi ero sentito improvvisamente tutto infervorato mentre il mio sguardo si divincolava per per precipitarsi verso la roccia…

Ed ecco, dispiegata attorno a me, la mia terza fortuna! La giornata era ancora velata e fresca come al mattino presto, camminare era facile, né neve, né pioggia, né gran sole che, senza nubi, a quell’ora avrei sentito a picco su di me che mi strizzava e prosciugava! Il cielo quel giorno mi era amico e mi aiutava nel mio intento rendendomi il viaggio lieve.

Rinvigorito dal breve riposo e da questo pensiero, mi ero quindi rialzato ed ero entrato nel bosco. Facendomi strada delicatamente tra fronde e radici avevo salito il pendio, prima lento tra gli intrichi, poi più fluido tra gli alberi più bassi e radi, fino a sboccare su un sentiero sassoso e ripido che ancora si inerpicava nell’aria sempre più fina.

Senza esitazione avevo continuato per un lungo tratto scosceso, aggrappando ogni passo al terreno ruvido che non cedeva sotto di me e mi sosteneva nella spinta, finché la salita e con essa lo sforzo da compiere si erano affievoliti ed ero giunto a un piano che si distendeva appena ondulato verso le cime.

Io parlavo animatamente invece, le mie parole sgorgavano intrattenibili nella mia mente, schiette e vive…

A quel punto, spaziando finalmente lontano, la mia mente sgombra e attenta, l’avevo distintamente sentita, la sua presenza solida e indiscutibile, affidabile e vera: la montagna era vicina. In quel momento, inaspettatamente, alcune parole si erano messe a risuonare da sé nella mia mente e io le avevo trattenute cominciando a ripeterle tra me, sempre le stesse, proverbio antico, inno, preghiera… e le pronunciavo a ritmo sui miei passi che, curiosamente, mi parevano mutati…: stranamente accorti… rispettosi… solenni.

Alla vista del ghiacciaio le parole avevano preso a riecheggiare ancora più forti dentro di me e tutt’attorno, e io, dapprima stupefatto, mi ero sentito improvvisamente tutto infervorato mentre il mio sguardo si divincolava per affrettarsi e precipitarsi verso la roccia. Ma le mie gambe non riuscivano a seguirlo! Paziente allora, mi ero fermato un attimo a riprendere il respiro e poi mi ero rimesso in cammino al ritmo giusto: avanzavo ora sciolto, veleggiando sul mio entusiasmo, consapevole di ogni istante, così vicino, sempre più vicino alla mia meta.

… l’ultima parola era risuonata per un poco: “Grazie”.

Il sentiero infine arrivava alle cime innevate e alle cascate. In quegli ultimi passi fino a lei me ne ero accorto, nella grande meraviglia: lei pure, la montagna con le sue cascate, mi veniva incontro.

“La montagna è sacra, non parlate ad alta voce”.

Io parlavo animatamente invece, le mie parole sgorgavano intrattenibili nella mia mente, schiette e vive.

Quando finalmente avevo taciuto, sotto gli spruzzi della cascata che si riversava dalla sua parete rocciosa, l’ultima parola era risuonata per un poco, timida e vibrante: “Grazie”.

 

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