La leggenda di Re Melafiro

La leggenda di Re Melafiro
di Alessandro Gogna
(pubblicato su Escursionismo apr-giu 1970)

Molti e molti anni fa le rocce del Laite Mar erano il regno di Re Melafiro, il Signore malvagio di tutti i contadini della Val di Fiemme. Era molto potente e temuto; si raccontava che la crudeltà fosse senza misura. Aveva con sé un esercito di «fanti neri», piccoli nani, ma forti: testa e corpo minuti, solo le mani e le braccia erano grandi e ciò li faceva rassomigliare a piccoli mostri. Lo si sa perché uno degli ultimi pastori del Laite Mar, prima di abbandonare quegli alti pascoli, una volta felici, ne aveva visto uno, tutto nero, e ne era rimasto così atterrito da non avere più il coraggio di tornare alla sua malga. Ancora oggi in Valsorda si possono vedere i ruderi della capanna abbandonata.

Re Melafiro aveva uno strano potere su quei nani e se ne serviva come guardia del corpo e come operai nelle miniere. Il Laite Mar era stato da loro perforato con pre­cisione, e migliaia di gallerie erano state scavate per or­dine del Re, che si diceva vendesse il minerale rosso ai mercanti veneziani.

Egli era dunque ricchissimo, ma tutto ciò che posse­deva era frutto di paurose malvagità. Teneva prigioniera una meravigliosa fanciulla e l’aveva trasformata in una vecchia grinzosa, perché non potesse più fuggire. Anco­nella (tale era il nome della fanciulla), trascorreva le sue giornate rinchiusa in un orribile antro buio, nella più com­pleta disperazione. Persino i brutti fanti neri la evita­vano, se era loro possibile. Si diceva che tutto il potere di Re Melafiro fosse in quella trasformazione. Se qualcuno avesse liberato dall’incantesimo Anconella, il Re sarebbe stato ridotto all’impotenza.

Dicerie. Ma molti giovani, pastori e cavalieri, animati dallo stesso nobile proposito, si erano avventurati sulle rocce brulle del Laite Mar; ma, uno dopo l’altro, erano stati imprigionati dai fanti neri, sommariamente proces­sati e condannati. Venivano spinti nel vuoto dalla cima di una rupe a precipizio e il loro sangue tingeva di rosso le rocce; le miniere perciò non si esaurivano mai.

Il Laite Mar (Làtemar) da sud

Troppi giovani avevano ormai dato generosamente la vita, e intanto Re Melafiro era sempre più potente; e l’intera valle e il vasto altipiano del Laite Mar risuona­vano dell’alacre lavoro degli infaticabili fanti. I conta­dini della Val di Fiemme, e i pastori, se solo risalivano un poco i boschi, sentivano continui rumori sordi, scric­chiolii, colpi metallici. La notte, uno strano silenzio. La mattina dopo i cupi e sinistri rumori riprendevano con rin­novata lena.

Un giorno, il giovane principe Porfido di Bellamonte udì tutta la storia di Re Melafiro e della bella Anco­nella, tenuta crudelmente in prigione; pensò che sarebbe stato vile ignorare quella triste e indegna realtà. Si recò così da una buona fata, dei cui benigni poteri racconta­vano le anziane della valle. Abitava molto in alto, ed era chiamata la Fatina del Feodo. Salì da lei attraverso foreste incantevoli e grandi prati, in groppa al suo cavallo, cer­cando con impazienza la graziosa abitazione della fata. La trovò e chiese umilmente di essere ricevuto.

Con interesse la fatina sentì i coraggiosi propositi, e, considerata la nobiltà di aspetto e l’elegante portamento del giovane cavaliere, ebbe fiducia in lui e gli disse di po­terlo aiutare un poco. Avrebbe potuto far scomparire im­provvisamente l’immenso tesoro di Re Melafiro se sol­tanto questo gli fosse stato mostrato. Il principe Porfido la ringraziò molto e ritornò soddisfatto dell’aiuto magico che gli veniva così gentilmente offerto.

E così attese che il sole tramontasse sulla valle e alle prime ombre della sera s’incamminò a piedi.

I fanti avevano terminato il loro lavoro; il vallone e l’altopiano erano silenziosi, deserti. In alto, pallide, le cime sembravano d’argento, al chiarore della luna, velata da nubi leggere. Una bella serata estiva di montagna, che il pastore contempla dopo un’intensa giornata, dalla porta della baita, mentre la polenta si fa sul fuoco e il profumo delle vicine pinete corre nell’aria limpida e scura. Ma sul Laite Mar non vi era pace. Ben sapeva Porfido quanto in­fide fossero quelle rocce, e gli insidiosi crepacci che si aprivano spaventosi ad ogni suo passo.

Camminava leggero, badando a non smuovere sassi. Già era oltre le «Porte», e quindi era penetrato nel re­gno proibito. Ora la luna era nascosta dalla nuvolaglia e l’oscurità era completa. Torri e pinnacoli, massi e aper­ture sembravano a Porfido forme umane che stessero per afferrarlo, legarlo e portarlo davanti al Re.

Dopo aver vagato tutta la notte, al primo chiarore ad oriente, non aveva trovato nulla. Decise coraggiosamente di aspettare. La sua attesa non fu molto lunga. Ecco che i primi nani escono dalle loro invisibili tane.

Uno stra­niero, uno straniero! – l’urlo corre per tutte le bocche.

Il Laite Mar (Làtemar) da nord

All’istante cento nani afferrarono Porfido, gli strapparono la spada, lo tennero fermo. Questi comprese che la sua sorte era ormai segnata e si preparò a sostenere e a vivere gli ultimi istanti di vita, da principe.

Arriva il Re. Grosso, tozzo, una folta barbaccia nera, gli occhi intelligenti e verdastri, sembra il Maligno in persona. Non esageravano i contadini che ne parlavano così. Al suo apparire tutti i fanti si inchinarono, e alla sua secca risata di scherno, solo Porfido seppe resistere a fronte alta: – Ah, ecco un altro prode che è salito fin quassù per fare l’eroe; eppure dovresti conoscere la sorte che ti aspetta. Tu volevi liberare la mia Anconella, la bellissima, vero? Bene, ti farò vedere per che cosa muori.

Ad un suo ordine Anconella uscì dalla tana in cui era rinchiusa. Porfido non poté trattenere una smorfia di di­sgusto e di dolore, tanto grande gli apparve la disgrazia della poverina.

La tua stupidità ti ha condotto fin qui ed io non avrò certo pietà di te. Il tuo sangue arrosserà le mie mi­niere, perché tu hai violato la mia legge. Però a tutti i tuoi degni predecessori ho concesso un ultimo desiderio. Anche tu puoi chiedere e sarai esaudito.

Potrei vedere l’immenso tesoro che tutti dicono che tu possiedi? Poi potrò morire.

Ma come, non hai ancora capito che il mio vero tesoro è questa disgraziata fanciulla? Senza di lei non avrei servi, miniere, ricchezze, nulla. Ebbene, l’hai vista, pre­parati a morire. Fanti, portatelo alla rupe!

E quando il povero corpo si sfracellò in fondo ai ghia­ioni, fu la fine. Anconella sembrò cadere, e scomparve. Le miniere crollarono, i fanti furono travolti dalle frane. Il Re si alzò in piedi e bestemmiando corse dai suoi te­sori: erano scomparsi! In quel momento un urlo tre­mendo risuonò su tutte le pareti, in tutti i valloni e nei crepacci del Laite Mar; Re Melafiro, solo nel suo regno di terrore e di morte, era impazzito! Vagò per giorni, demente. Da una cima all’altra, frenetico. Per più notti i contadini di Fiemme udirono le sue urla, i suoi pianti disperati, e tutti tremavano nelle baite, senza uscire nei campi e nella valle.

Ma poi il Re del regno perduto s’imbatté sul corpo senza vita del povero Porfido. Non lo vide tanto era fu­rioso e stanco e v’inciampò dentro. La sua mole lo tra­scinò verso il basso, e le pietre rosse lo facevano roto­lare sempre più forte. Presto non fu che un cadavere sballottato, massiccio e nero, da cui usciva sangue scuro. Sporcò di sé tutti gli spazi attorno, fluì nei crepacci più profondi, si insinuò nella roccia bianca e rossa.

Re Melafiro era morto. Anconella, liberata dal malva­gio sortilegio, era ridiventata la fanciulla bionda e bellis­sima; ed era così grande l’amore che ella portava al suo nobile salvatore, che pianse tutta la vita sul suo povero corpo.

Ed ancora oggi sul Latemar tutto parla di questa tri­ste storia. Ancora oggi si possono vedere i cumuli rossi e le colate nere di Melafiro. Ancora oggi desolazione e morte, ancora oggi il ricordo della riconoscenza e del­l’amore: il fresco torrente che sgorga dagli occhi della bella Anconella, e attraverso la Lavina Rossa e la Porta Neigra porta le sue lacrime, in basso, a valle.

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