La neve mese per mese

di Antonio Cariello
(scritto il 2 luglio 2018)

Bene cari amici, oggi parliamo dei diversi tipi di neve.

1) Neve polverosa, senza fondo, di ottobre
E’ la neve della prima gita dell’anno, delle promesse di una stagione (finalmente) ineguagliabile e gloriosa, dei mille progetti ancora nel cassetto, della volta buona e dei “farò”.
Lascia solchi profondi sugli sci nuovi, inopinatamente scelti al posto di quelli “da battaglia” (ma, si sa, si può resistere a tutto, fuorché alle tentazioni…); ha il fiato corto e le gambe impastate della prima gita, tra i larici ancora color ruggine. Tranne poche belle curve nei valloncelli riparati oppone spesso la dura realtà della crosta da vento alle più rosee aspettative di powder. Però è una neve amica, in ogni modo, perché porta con sé l’entusiasmo, gli amici di sempre – anche se ti accorgi che ormai qualcuno manca all’appello – e la speranza nel futuro.

2) Neve sparata, di gennaio, in pista.
E’ la neve della frenesia cittadina trasferita in montagna, dei parcheggi stracolmi e degli sguardi truci alla coda per lo skipass.
Ha il suono delle auto che parcheggiano, dei bambini con equipaggiamenti da Bode Miller che frignano trascinati dai genitori, del bip di passaggio al cancelletto e delle urla degli addetti agli impianti che fan salire sulle cabine noi, moderne vacche (non da latte ma) da moneta.
Sotto gli sci è dura, impietosa e veloce, come la società che l’ha prodotta e voluta. E come questa non ti perdona l’errore, ti vuole sempre lì al pezzo, concentrato e cattivo, diffidente, attento soprattutto a guardarti dagli altri, a schivarli, a superarli, a proteggerti le spalle perché chi arriva da dietro difficilmente ti porterà rispetto.
Riluce come un nastro di platino tra i prati rugginosi di irriconoscibili inverni, non ha poesia, non ha anima, non ha alcuna favola da raccontare ai piccini e nulla da promettere ai grandi. Lascia solo intravedere la tragedia del cambiamento climatico, delle isole di spazzatura nel pacifico, e dell’insensata corsa verso il nulla.
Non ti vien voglia di toccarla, di lasciarla scorrere tra le mani, di farci giocare bambini rubicondi.
Se provi a tuffartici dentro ti respinge in ortopedia, insieme a qualche altro malcapitato che pagherà cara questa – già di per sé carissima – giornata.
Non ha anima e non ha cuore; non ha aura di fiammelle né guizzi di fantasmi, né spirito alcuno.
E, difatti, non è neve.

3) Neve di notte, fitta e fredda, di febbraio.
E’ la neve del sollievo e del buonumore, della rassicurazione che – bene o male – anche quest’anno qualcosa si farà.
Scende attesa e copiosa dopo un allarme meteo a reti unificate; inizia ad attaccare alle 21 ma inesorabilmente si rafforza in nottata. E’ la neve dell’illusione che tutto sia ancora come negli anni ‘70 e prima, clima compreso. Va filmata rigorosamente in superotto o fotografata con reflex e pellicola da diapositive, altrimenti si scioglie all’istante ed al mattino non c’è più . Meglio se in bianconero e con calzoni da Stenmark. La sua musica sono le vecchie canzoni di Battisti e Generale di De Gregori. Pulsa ancora di bandiere e di cortei, odora di lacrimogeni e di lotte iniziate bene e finite in malora. Dura solo una notte. Al mattino si trasformerà in una neve comunque amica e decorosa, ma senza la magia del buio in cui l’hai vista vorticare.
Lascerà un bel ricordo, un leggero rimpianto e una gran voglia di darci dentro.

4) Neve fresca su fondo duro, senza vento.
E’ la neve della vendetta del rancoroso cittadino appenninico, da sempre costretto a districarsi tra pappa e ghiaccio. La neve del “… ah, adesso ho capito come fai a fare il figo… ”, mentalmente rivolto agli invidiati amici valligiani che da tutto l’anno postano foto spettacolari di tracce perfette, di salti tra gli abeti, di sbuffi tanto freddi quanto impensabili… L’avrai solo per un paio di giorni, a volte solo per uno, e sarà dura farsela bastare. Ma in quel giorno sarai leone dopo un’intera vita da pecora; ti vedrai audace e conducente tra le rigole di Valdez e i muri della Malfatta. Ti sentirai bello, giovane ed esperto, e il tuo livello di autostima schizzerà a livelli mai raggiunti nemmeno dall’inflazione del marco tedesco di fine anni ‘20. Passeranno il mal di schiena, l’incipiente sarcopenìa (condizione associata alla perdita di massa muscolare che si verifica durante l’invecchiamento, NdR) e le due pisciate notturne; tutto sarà perfetto, impeccabile, come l’hai sempre sognato.
Solo che non durerà.

5) Neve ghiacciata appenninica, di inizio marzo.
E’ la neve del non senso di fare ‘sta gita, dei sastrugi di mezzo metro, del verglas sulle gobbe terminali, e della galaverna fuori tre metri sulla croce di vetta.
Spesso si accompagna a una nebbia fitta che lascia appena il tempo di intravedere il compagno caduto. Se si è abbastanza veloci lascia il tempo di rialzarsi così da poter negare che sei finito a culo per terra.
E’ la neve del fatto che l’Artva oggi non ti serve a un piffero, mentre hai fatto molto ma molto ma molto male a non portarti dietro i ramponi, ed oltretutto lo sapevi, dentro di te, che li devi sempre portare dalle nostre parti, mica siamo al Nord… Anche la picca, ora vorresti, ma di quella in qualche modo puoi fare a meno. Ci penserai mentre guardi il rampant ormai piegato all’interno da una gobba verglassata e quella roccetta scoperta sotto di te, in fondo al canale, che ti aspetta birichina… E’ la neve del respiro un po’ corto mentre fai l’ultima inversione in cima al pendio, su mezzo millimetro di lamina e pensi che anche stavolta hai fatto una mezza cazzata, non ti sei messo nemmeno il casco e ormai sei già ben oltre il divertimento.
Ma a fine giornata, come tutte le cose, belle o brutte che siano, prima o poi anche questa finisce… Lascia comunque una certa soddisfazione perché, e capisca chi vuole, nella vita è sempre meglio farne una in più che una in meno, in qualche modo te la sei cavata, è andata bene così ed è festa finita, che tanto in settimana a sciare non ci saresti potuto andare.

Salendo verso il Gross Gruenhorn, uno sguardo verso il Grunegghorn e il deposito sci.

6) Neve di inizio aprile, in pista.
E’ la neve degli ammicchi tra intenditori, delle piste blu con la famiglia per insegnare a sciare alle bambine; di due curve con lei, che era una vita che non si sciava insieme, e chi ci sperava più?
Si scioglie beige, nei parcheggi semideserti, visto che ormai, si sa, è tempo di andare al mare… che la neve è tutta un pappone e alle 11 non tiene più la conduzione, neanche tu dovessi tirare la libera di Kitzbuhel… Induce a soste lunghe nei rifugi ridiventati accoglienti, con tutto il tavolo per te e senza la musica; così ti ordini anche un bel bianco freddo, ma sì, che tanto si scia fino a stasera e di code non c’è nemmeno l’ombra, e anche se ti cedono un po’ le gambe chissenefrega, anzi, così li molli un po’ di più… Si ridiventa tutti amici, tra sciatori, anche di pista; non si sgomita più per salire in seggiovia, si cede volentieri il passo ai bambini e alle famiglie. Sotto gli sci è neve morbida, lenta, amichevole, tollerante, egualitaria. Perdona l’errore, fa sciare tutti, grandi e piccini, campioni e principianti; e spiana il livello, perché con quella neve lì se la cavano un po’ tutti… Di motoslitte del soccorso ormai ne passano poche, perché è una neve che ti dà sempre una via di uscita, anche se sbagli; e poi, con gli sci di oggi, senza vento, col sole e con una neve così… come si fa a sbagliare?

7) Neve dei Quattromila, di giugno.
E’ la neve dell’alta montagna, del gitone di fine maggio stretto in un fine settimana e anche meno.
E’ come un terno al lotto: del tutto imprevedibile. Potrà essere peggio di una pietraia ghiacciata, e te ne accorgerai troppo tardi, a metà pendio; oppure migliore del miglior firn di argento; una specie di sogno dello sciatore divenuto realtà, impossibile da sciare senza sorridere o canticchiare. Potrà essere tutto questo, e lo saprai solo a fine giornata; ma tanto ormai la gamba ce l’hai e sugli sci in qualche modo ci stai, dunque, comunque vada ne verrai fuori in modo dignitoso.
E’ anche la neve che ha perso un po’ di importanza, perché stavolta più che lo stile conta la vetta, e sei ridiventato più alpinista che sciatore. In faccia brucia come il sole di inizio estate, e tra le mani si scioglie come il tuo tempo, anche quest’anno passato troppo in fretta, quel tempo che inizi a sentir mancare… Ed è la neve dell’inganno, perché riponendo gli sci penserai sempre che non è l’ultima di stagione, che quest’anno si va avanti fino a luglio, e che “hai voglia te di sciare!”… Dentro di te però lo sai, invece, lo sai bene che questa è l’ultima; ma sai anche che per la neve, come per molte altre cose della vita, a volte è bello illudersi che ci sia sempre da fare un altro giro.

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