Lassù sulla Presolana

di Ugo Ranzi
(ricordi della Presolana e dintorni)

Introduzione
Mi son sempre chiesto come mai una montagna così bella come la Presolana sia poco conosciuta e venga frequentata quasi unicamente dagli appassionati locali. Forse il paio d’ore necessario per arrivare all’’attacco delle vie scoraggia l’alpinismo colpisci e fuggi. Forse contribuisce a una frequentazione selettiva anche il fatto che le vie normali alle tre cime principali richiedono un minimo di tecnica così come le discese che si effettuano non per facili sentieri ma quasi sempre dalla stessa via di salita.

Presolana da sud

Anch’io, attirato da val d’Aosta e Dolomiti, non la conoscevo. Avevo cominciato a notare l’imponenza del suo versante Sud solo quando d’inverno andavo a sciare al Monte Pora. Il poderoso pilastro Sud della vetta centrale è un’attrattiva per chiunque abbia la passione per la montagna. Quando poi ho cominciato a conoscerla ho scoperto una montagna vera con roccia salda e vie suggestive. Una montagna che da qualunque parte si salga impegna e da soddisfazione.

Alla fine degli anni ’70 avevamo preso casa in val Seriana, dopo aver valutato alternative in altre valli raggiungibili da Milano in meno di un’ora e mezzo. La nostra passione per il Trentino ci aveva fatto scegliere Bratto perché, con i suoi boschi di pini e abeti, ci sembrava il posto più simile al Trentino. La vicinanza delle piste del Monte Pora, la possibilità di arrampicate in Presolana e le tantissime passeggiate nei dintorni ci permettevano in ogni fine settimana di vivere in mezzo alla natura praticando le attività che ci piacevano. Inoltre, fino agli anni ‘80 scegliendo il giusto orario, si riusciva ad arrivarci in poco più di un’ora. Adesso con la diffusione degli autovelox, dei tutor e per causa delle finanze dissestate dei comuni che introducono limiti di velocità fantasiosi, si impiega quasi un’ora e mezza. Per molti anni abbiamo passato a Bratto quasi tutti i week end, partenza da Milano alle 21.30 del venerdì ritorno da Bratto alle 21.30 della domenica, e in quei due giorni passeggiate, sciate, arrampicate a profusione. Un periodo bellissimo!

Presolana da sud

Ai u i ea
Salivo di buona lena il sentiero che dalla malga Cassinelli porta alla cappella Savina e poi alla Grotta dei Pagani. Raggiunto un mattiniero camminatore lo salutai, come bella tradizione quando ci si incontra in montagna. La sua risposta mi lasciò sconcertato.

“Ai u i ea?”

Non mi sembrava carino dire a un disabile che non riuscivo a capirlo per cui fingendomi un po’ sordo risposi con un poco elegante “eh?” sperando che ripetesse più lentamente la domanda.

“Ai u ea?”

Niente da fare il poveretto meglio di così non era capace di esprimersi. A malincuore dovetti dire “Mi dispiace non ho capito”. Gli si illuminarono gli occhi per la sorpresa: un non bergamasco in Presolana!

“Vai su in vetta?”

Ecco quello che aveva chiesto il non disabile al non bergamasco.

Al contrario degli scandinavi che nelle loro lingue fanno ampio uso di consonanti risparmiando largamente le vocali, i bergamaschi fanno un parco uso di consonanti e abbondano in vocali. Sono abbastanza portato per apprendere, parlando, le lingue e i dialetti. Lavorando nel settore dell’elettronica, l’inglese era la lingua da parlare con tutti. Avendo studiato a scuola solo il francese, l’inglese l’ho imparato giorno per giorno parlando con gli americani che operavano con la mia ditta. Sempre parlando ho imparato il dialetto trentino e abbastanza bene quello milanese. Purtroppo, pur frequentando spesso le montagne bergamasche sia per sciare che per arrampicare, il dialetto bergamasco non sono mai riuscito a capirlo e tantomeno a parlarlo.

Ma i bergamaschi non se ne avevano a male, anzi erano molto gentili con me, contenti che da Milano qualcuno andasse a visitare la loro bellissima Presolana.

Presolana da sud

La val di Tede
Dall’abitato di Onore una strada si insinua verso est in direzione dello Scanapà costeggiata a destra dall’elegante boscoso monte Varro e a sinistra dagli scoscendimenti che limitano l’altopiano di Castione della Presolana. All’inizio è asfaltata ma diventa ben presto sterrata e si trasforma in una strada un tempo effimera che dopo una decina di kilometri porta agli ampi prati con al centro una grande malga e qualche baita sparsa qua e la. E’ la val di Tede posto suggestivo ben visibile sia che ci si affacci da Bratto o Castione per ammirarla dall’alto, sia dalla strada/sentiero del Predusolo che porta al Fontanino di Pora da cui scende il torrente Gera che termina proprio in val di Tede con una suggestiva forra dove Ernesto, la guida locale, porta persone in cerca di avventura.

La strada l’ho definita effimera perché, costeggiando il greto di un torrente, quando in alto le nevi si scioglievano mandavano a valle acque impetuose e quello che d’estate sembra un largo canale sassoso diventava un torrente impetuoso che cancellava la strada dell’anno precedente. Fino a qualche anno fa la strada veniva ripristinata dai militari che in primavera svolgevano esercitazioni nella zonai. Dopo che il servizio militare è stato abolito e quindi la strada non sarebbe stata più ripristinata, ha provveduto madre natura riducendo di molto la copiosità delle nevicate. Il disappunto degli sciatori del Monte Pora ha avuto di contrappunto una forte diminuzione dei danneggiamenti alla strada della val di Tede che annualmente richiede pochi interventi di riaggiustamento e spesso è percorribile tutto l’anno.

Oltre alla bellezza del luogo, ampi prati, silenzio, vista sulla Presolana, fino agli anni ’80 c’erano due attrattive: i residuati bellici delle esercitazioni e i funghi. Dopo le esercitazioni i militari cercavano di raccogliere tutto ciò che avevano sparato. Ma vuoi per trascuratezza vuoi perché non è facile trovare in mezzo a cespugli e erba alta oggetti di dimensioni ridotte, avanzavano sempre pezzi di granate, bossoli eccetera che arricchivano il bottino di Matteo, mio figlio a quel tempo bambino. Bisognava solo stare alla larga dalle zone circondate dai nastri colorati con la scritta “possibili residuati inesplosi”.

Ma se gli avanzi guerrafondai erano l’obiettivo di un bambino, i funghi erano l’obiettivo dei grandi ed in particolare il mio. Non sono un esperto di funghi ma, grazie alle mie origini trentine conosco una decina abbondante di specie. Quando da bambino d’estate stavo da mia nonna a Cadine, il paese più bello del mondo, vicino a Trento, negli anni ’50 si trovavano funghi in gran quantità: brise (nome trentino dei porcini), ovuli, finferli, funghi del sangue, ditole (zate d’ors in trentino traducibile in zampe d’orso), mazze da tambur, vescie (poco rinomate ma buone per fare la minestra di funghi).

La casa della nonna era l’unica al di la dello stradone, a 700 metri dal paese, subito sotto le pendici boscose del Sorasass, a cinque minuti dalla casa si trovavano le brise, a dieci gli ovuli, a venti le mazze da tambur (un giorno ne trovammo centoventiquattro). Qualche volta poco prima di mezzogiorno la nonna mi chiamava ed mi diceva, in trentino: “oggi faccio polenta e funghi vammi a prendere una decina di brise”. Oggi si va a comperarle al supermercato, io invece dopo un giretto nel bosco in dieci minuti tornavo con qualche kilo di funghi, al giorno d’oggi un centinaio di euro risparmiati. La nonna poi era bravissima e li cucinava in tante maniere diverse.

Era bello vivere dei prodotti della campagna. Mio papà, ingegnere ma con passioni bucoliche, aveva un “orticello” di 800mq con fagioli, fagiolini, carote, insalata, piselli, ravanada (con le cui radici si fa il rafano), fragole, ribes, ecc. un pero che produceva 2 quintali di pere moscatelle, alcuni alberi di prugne. E poi più in là un ettaro con 50 alberi di pesche. Non esistevano gli anticrittogamici ed era favoloso cogliere le pesche direttamente dall’albero e mangiarsele, erano grosse e sugose arrivavo a mangiarne anche 7 in un pomeriggio. Un piacere che le nuove generazioni non possono assaporare senza correre il rischio di avvelenarsi con i mille prodotti che oggi vengono nebulizzati contro i parassiti.

In val di Tede non c’era questa abbondanza ma spesso tornavo con cinque o sei porcini, belli sodi. Per i funghi del sangue non c’era limite, crescevano a centinaia, addirittura ricordo che un giorno accostando la macchina al bordo della strada dove il bosco saliva verticale ne ho raccolti una decina dal finestrino. Molti li trascurano ma in padella con un po’ di olio e un po’ di prezzemolo nella cappella girata all’insù sono deliziosi.

Purtroppo sia a Cadine che in val di Tede non è più così, porcini ne restano molto pochi e ci vuole molta fortuna per trovarli. I funghi del sangue (sanguignoi in trentino, agarico sanguigno in italiano) si trovano ancora ma non certo nelle quantità di quegli anni.

A proposito di funghi mi ricordo di quella volta che nei pressi della malga Valmezzana, quella che si raggiunge dal Valzelli, ne avevamo trovata una gran quantità, sia porcini che altre specie. Eravamo saliti direttamente dalla malga al rifugio Magnolini per mangiarci quella buona torta che faceva la moglie del gestore. La signorina che serviva ai tavoli, un po’ perplessa vedendo i due sacchi di funghi, saranno stati quattro chili, ci aveva chiesto:

“ma l’avete il permesso?”
“per cosa?”
“per raccogliere i funghi!”
“i funghi?”

Fu così che scoprimmo l’invenzione di un nuovo balzello che mai nessuno avrebbe immaginato in precedenza.

Tra un po’ occorrerà il permesso per raccogliere le fragole e le more, per guardare le stelle alpine, i ciclamini e i rododendri.

Finite le idee per i permessi, cominceranno i corsi obbligatori per poter salire le ferrate, per poter arrampicare, per fotografare, per cantare le canzoni di montagna e via di questo passo.

Spero non si aggiungano divieti per frequentare la bella val di Tede.

La prima volta
Non ricordo come fu che mi ritrovai per salire sulla Presolana, non avevamo ancora casa a Bratto, ci passavamo solo d’inverno per andare a sciare al Monte Pora, stazione sciistica da poco inaugurata. Probabilmente mia moglie Mila era al mare, sua grande passione, con l’allora bambino Matteo, mio figlio.

Ero da solo, il tempo era bruttino, poco o nulla sapevo di dove andare, unica indicazione: si parte dall’albergo della Grotta sullo stradone per il passo della Presolana. Trovatolo, lasciai la macchina e m’incamminai. Dopo poco incontrai una donna e chiesi se ero sulla strada giusta per andare sulla Presolana. Mi rispose di si ma poi se ne pentì subito dicendomi che no non dovevo andarci, ero da solo, veniva brutto tempo, c’erano morte tante persone… Mentendo la tranquillizzai dicendo che avevo chiesto solo per curiosità, mai sarei andato in un posto così pericoloso. Fatti gli opportuni scongiuri continuai seguendo un po’ a casaccio un sentiero qua un sentiero la, tanto dov’era la Presolana si vedeva e quindi in un modo o nell’altro ci sarei arrivato.

Nel frattempo aveva cominciato a piovere, per cui mi sdraiai sotto una roccia sporgente in attesa di un miglioramento. Cessata la pioggia continuai arrivando a quella che doveva essere la Baita Cassinelli, spazzata via da una valanga qualche tempo prima. Poco sopra ricominciò la pioggia, ma avevo adocchiato una grotta e li mi addormentai per un po’. Ripreso il cammino, arrivato alla Cappella Savina passai in rassegna tutte le lapidi e poi su per il ghiaione che porta alla Grotta dei Pagani dove c’è l’attacco della via normale della Presolana Occidentale, la più alta. Passato del tempo nella grotta in attesa del termine dell’ennesimo scroscio finalmente cominciai ad arrampicare. Che bella la salita, roccia appigliata e salda, difficoltà modeste affrontabili da solo. Arrivato però alla cengia nota come “il Sentierone” tuoni in avvicinamento, nuvole sempre più minacciose, solo io in tutta la montagna, le lapidi, i funesti presagi della signora fecero il loro effetto e la mia determinazione scomparve, meglio rimandare la vetta a un’altra volta magari con un tempo soleggiato. Così finì il mio primo tentativo, mai avrei immaginato che dopo di allora sarei andato in vetta una quarantina di volte.

Non tutti i mali vengono per nuocere
In questo caso si trattava di mal di pancia. Ma andiamo per ordine.

Una cosa che mi è sempre piaciuta è il girare senza una meta programmata ma decidere cosa fare a seconda di quello che mi viene voglia in quel momento, dallo sdraiarsi in un prato a guardare le nuvole nel cielo al salire sulla montagna che ho davanti a me. Purtroppo raramente questo è possibile, la scuola prima, il lavoro poi, la famiglia, impegni di ogni genere ti obbligano a programmare il tuo tempo.

Ricordo con piacere quella volta che, arrivato al rifugio Vittorio Emanuele un giorno prima di Massimo con cui avevamo programmato il Gran Paradiso, avevo visto una montagna li vicino, aveva una bella forma piramidale. Sui due piedi decisi di salirci da solo in cima. Saranno stati 3/400 metri di salita non difficile anche se, abbandonando la via più logica, andavo a cercarmi un po’ di zone arrampicabili. Non sapevo neanche come si chiamasse ma in quel momento avevo avuto voglia di andarci in vetta, una bella vetta isolata con panorama bellissimo sul vicino Ciarforon e sul Gran Paradiso. Al ritorno al rifugio seppi dal gestore che era il Pizzo Tresenta. Sono passati quasi quarant’anni mi ricordo ancora adesso di aver colto quel giorno “l’attimo fuggente”.

Come sarebbe bello alzarsi alla mattina e decidere “oggi faccio questo”, qualche volta ci sono riuscito in Presolana. Partivo da casa a Bratto al mattino presto ancora col buio, arrivavo alla Baita Cassinelli, sorgeva l’alba che dipingeva di arancione i versanti est delle tre Presolane e allora decidevo se andare in vetta alla Occidentale, la più alta e frequentata o sulla Centrale dove già occorreva un po’ più di attenzione o sulla Orientale, la più facile o se girare qua e la senza una meta precisa per salire una bella placca, un diedro o qualunque cosa mi piacesse.

Una volta proprio girando senza meta mi trovai in difficoltà nel canalone Bendotti, quello che separa l’Orientale dalla Centrale, era fine luglio e quindi non c’era più traccia di neve. Invece scendendo dal canalone dopo essere salito sull’Orientale lo trovai ostruito per 5/6 metri da una placca di neve dura. Provai prima sulle rocce di destra poi di sinistra, ero senza corda e attrezzatura, c’era il rischio di un volo di 10/15 metri. La scelta migliore sarebbe stata di tornare in cima all’Orientale e scendere dalla via da cui ero salito, ma qualche volta ci si intestardisce senza ragionare. In fondo allo zaino avevo ricuperato un chiodo Cassin da 10 centimetri e aiutandomi con quello per stare in equilibrio sulla minuscole tacche scavate con gli scarponi riuscii a superare l’ostacolo. Una stupidata galattica, strana per me che non correvo mai rischi inutili!

Altre volte andavo a curiosare gli attacchi delle vie, e fu una di quelle volte che conobbi Romele. Ero andato a vedere la Ratti Bramani, una grande classica. Dallo stesso punto partono altre vie come lo spigolo Longo o lo spigolo Saglio. Alla base c’era un ragazzo da solo. Attaccammo discorso, io andavo a zonzo, lui avrebbe dovuto arrampicare con degli amici ma, arrivato all’attacco, un malefico mal di pancia lo aveva bloccato. Avrebbe raggiunto gli amici dalla normale volevo andare con lui? E fu così che in cima conobbi Diogene, Diogene Conti uno degli storici alpinisti in Presolana. La domenica dopo eravamo di nuovo tutti insieme sullo spigolo Saglio, la prima di tante vie salite assieme, compreso il mio amato Campanil Basso e anche tante sciate. Da allora, era il 1979, è iniziata l’amicizia con Diogene che dura tuttora.

Corna Rossa di Lantana, la mia falesia preferita
Non sono particolarmente appassionato di falesie, però le trovo molto utili come palestra di allenamento. Fin dagli anni ’60 avevo pensato alla possibilità di arrampicare anche non in montagna. In fin dei conti con gli amici si arrampicava sul muro dei rifugi, e l’avevo fatto in particolare sui rifugi Pedrotti e Agostini nella Dolomiti di Brenta e sul rifugio Taramelli in val di Fassa.

Su questo rifugio con i miei amici trentini si svolgevano epiche sfide su chi saliva la via più diretta o difficile con premio una bottiglia di vino al vincitore. Mi capitò di vincere un giorno di particolare depressione e la bottiglia me la scolai tutta sul tetto piatto del rifugio e mi addormentai. Il problema era che avrei dovuto accompagnare a Merano un amico militare che doveva rientrare in caserma a una certa ora. Difficile fu svegliarmi, ancora più complicato farmi scalare il muro del rifugio in discesa. Raggiunta la macchina, sempre abbastanza sbronzo, mi misi alla guida e delinquenzialmente, oltretutto era Ferragosto, feci una settantina di kilometri in quelle condizioni. I vent’anni e una certa abilità di guida supplirono alle mie condizioni e Cecco rientrò in caserma entro l’orario a lui concesso.

Molti anni fa, credo alla fine degli anni’60, avevo scritto alla rivista del CAI proponendo di realizzare delle palestre artificiali in città. La lettera fu anche pubblicata con l’unico risultato che i miei amici di Trento mi hanno preso in giro per anni. Forse oggi la penserebbero diversamente e mi considererebbero un precursore. Comunque quelle artificiali non mi sono mai piaciute. Invece le falesie naturali non mi dispiacciono, certo non sostituiscono la montagna ma per allenarsi e per fare in sicurezza un po’ di sana attività vanno benissimo.

Ho frequentato falesie a Canzo, Baiedo, Galbiate, Sasso Remenno e qualche altro posto ma la mia preferita è la Corna Rossa di Lantana. Si raggiunge in 15 minuti lasciando l’auto in una piazzola della strada che porta al monte Pora. E’ alta 30/40 metri, offre una trentina di linee parallele e parecchie, almeno dieci, sono accessibili ai comuni mortali con difficoltà a partire dal 4° grado. La roccia è eccezionale, salda e molto appigliata, spesso verticale. La prima via, nata dall’intuizione di Biagio Ferrari, purtroppo caduto giovanissimo da una cascata di ghiaccio, ha un nome un po’ fantasioso “5 lire per la pelle della volpe”. Non ho capito cosa significhi ma l’importante è che è bellissima, verticale, piena di buchi e di clessidre con difficoltà di 4° sup. Anche se era super proteggibile, qualche anno fa è stata spittata rendendola totalmente plaisir. Mi riferisco al primo tiro, il secondo tiro è molto più difficile, oltre il 6° e quindi non lo conosco. L’ho salita tante volte, spesso da solo autoassicurato. Altre linee bellissime sono Dune Mosse, Ricci e Capricci, Polvere di stelle, Carrera e Manta, tutte al massimo di 5b, sempre riferendomi al primo tiro o alle relative varianti iniziali. I secondi tiri sono più difficili e non li conosco.

Quante volte ci sono andato, magari dopo aver sciato per completare, con l’arrampicata al tramonto, una bella giornata di attività nella natura. Quasi sempre da solo autoassicurato o pazientemente assicurato da Mila che, pur non arrampicando, apprezzava la tranquillità del posto e la bellezza del bosco di abeti che circonda la zona basale, sei a un quarto d’ora dallo stradone ma non te ne accorgi, ti sembra di essere molto più lontano.

Vieni in cima con me
A parte il Campanil Basso, fuori classifica, le mie vie preferite, tra quelle che ho salito, sono la Traversata dei Magnaghi in Grigna, la via delle rocce al Sassolungo e la normale alla Presolana Occidentale. Ma come? Hai fatto lo Spigolo del Velo, La Vinatzer alla terza torre del Sella, la Fox Stenico alla cima d’Ambiez, la… da tutti considerate tra le più belle delle Alpi, diranno meravigliati molti che mi conoscono: “con tutte le salite ben più importanti che hai fatto ti piacciono queste?” Non ho detto che le altre non mi piacciono, per queste ho una particolare affezione che prescinde da celebrità, bellezza, ambiente.

La salita alla Presolana ti permette di muoverti dalla partenza alla vetta senza complicazioni di corde, scarpette, assicurazioni. Certo è facile, raramente supera il 1° grado a meno che non ti vada a cercare qualche variante più difficile ma ti offre tutto quello che chiedi a una giornata in montagna: sentiero nel bosco, un po’ di fatica sul ripido, panorama che via via si amplia, lunga traversata in moderata salita, ghiaione o roccette a tua scelta, grotta fresca per rilassarsi, rocce appigliate da salire in tranquillità, vetta con vista a 360°.

E allora saliamola insieme!
Ci sono varie possibilità iniziali: direttamente da casa con circa 1500 metri di dislivello oppure costeggiando il recinto dei cervi oppure dall’albergo Grotta, era la classica del passato, oppure dall’albergo Spampatti oppure dal Passo della Presolana con circa 1200 metri di salita. Tutti questi itinerari convergono alla Baita Cassinelli. Da qui due possibilità a destra per la cappella Savina, a sinistra per la Valle dell’ombra. Io preferisco la prima possibilità riservandomi la seconda per la discesa. Adesso la vegetazione si dirada per poi scomparire. C’è un cespo di stelle alpine scoperto da Diogene ma tenuto segreto ad eccezione di pochi eletti. La salita diventa faticosa, non per nulla questo pezzo è soprannominato “il Calvario”. Con un passo avanti e mezzo indietro si arriva allo sbocco del canalone Bendotti e da qui la pendenza ritorna gradita. Alla cappella Savina una fermata è d’obbligo per godere del panorama della fantastica parete sud della Presolana Centrale dove alle classiche Castiglioni, Saglio, Ratti Bramani, spigolo Longo, negli anni si sono aggiunte parecchie nuove linee. Un breve tratto cosparso di fiori con leggera salita porta al ghiaione sotto la Grotta dei Pagani. Si può salire lungo il ghiaione o, se si vuole cominciare ad allenare le mani, sulle roccette che lo costeggiano a destra. Visita d’obbligo alla Grotta che nella bella stagione ti offre un po’ d’acqua e d’inverno uno spettacolo di stalattiti e stalagmiti di ghiaccio.

Qui comincia la parte arrampicatoria, un tempo si lasciavano qui zaino e bastoncini, ora si è diventati più diffidenti e li si portano in vetta. Le prime rocce belle, salde, appigliate a me piacciono molto. Portano alla seconda Grotta e al passaggio obbligato dove, nei giorni festivi, c’è il rischio di fare la coda. Ormai da molti anni questo passaggio è stato facilitato dall’aggiunta di una catena. Io preferisco salire per il caminetto a destra come si faceva ai vecchi tempi. Segue una zona di roccette e ghiaia che ritengo molto pericolosa, basta un attimo di disattenzione e si torna direttamente al punto di partenza, purtroppo è già successo. Il “Sentierone”, larga cengia che giocosamente ricorda il luogo dello struscio di Bergamo, porta ad una zona di bella roccia appigliata, con bolli rossi che suggeriscono la direzione da seguire. Superatala, quasi tutti girano a sinistra per un sentiero che, con un po’ di zette, porta alla vetta. Io trovo invece molto più bello continuare diritti per roccia che porta direttamente alla croce di vetta. Ci passa poca gente e quindi bisogna fare attenzione a non smuovere sassi.

La discesa si fa a ritroso per la stessa via fino alla Grotta dei Pagani. Il ghiaione sottostante è bello scenderlo “sciando” anche se la ghiaia non è di quelle ideali, bisogna fare attenzione a non rovinare la traccia di salita altrimenti chi sale farà ancora più fatica. Poi, se piace questo tipo di sciata, invece di ritornare alla cappella Savina vale la pena di andare a destra per il sentiero che contorna in alto la Valle dell’ombra. Si apre in basso una bella visione sulla zona delle Baite Presolana e Campo, noi proseguiamo a sinistra sopra i ghiaioni della cima Corzene per farci una bella “sciata”, qui la ghiaia è ideale con le dimensioni perfette che ti danno la stessa sensazione delle scivolate sui nevai. Spesso sono risalito e sceso più di una volta. Finito di giocare allo sciatore si scende nella Valle dell’ombra fin quasi alla Cassinelli e poi io preferisco stare a destra per il sentiero che porta alle malghe Corzene e poi al punto di partenza, una bella alternativa che evita di ripetere il già fatto.

Il mio record in salita da albergo Grotta a vetta Occidentale è stato di due ore e quarantacinque. Avevo 40 anni, adesso che ne ho quasi il doppio, impiego quasi il doppio. Sic transit gloria mundi.

Un soffio pericoloso
E’ bello constatare come il cervello umano in certe situazioni di emergenza reagisca velocemente come o più di un computer. Prima che la ragione faccia il suo lavoro di elaborazione, il cervello ha già inviato i suoi comandi. Quasi un sesto senso, mi è capitato un volta in auto nell’evitare un pneumatico impazzito in autostrada, un’altra volta nel frenare prima di un bambino, più basso del mio cofano, sbucato chissà da dove. Un’altra volta più di 50 anni fa, di notte con la nebbia e visibilità quasi zero, il cervello mi ha fatto inchiodare prima che si materializzasse un carro tirato dai buoi che si stava immettendo sullo stradone con una lanterna dondolante appesa dietro come unica luce.

L’episodio che racconto adesso risale a tantissimi anni fa ed è una ulteriore riprova di quanto scritto prima.
Si andava per funghi nei pressi di malga Spina era ottobre avanzato, i primi freddi avevano mandato in letargo le vipere per cui finalmente non occorrevano più precauzioni nell’erba alta e nel bosco. Eravamo in tre Mila, Matteo allora quindicenne ed io. La raccolta procedeva bene, ci muovevamo organizzati perlustrando il terreno del sottobosco procedendo appaiati a un paio di metri l’uno dall’altro. Nessun fungo, non commestibile, rovesciato indicava l’assenza di cercatori concorrenti, la stagione avanzata ne aveva diminuito di molto la passione.

Un rumore anomalo modificò la tranquilla situazione. Un soffio violento. Io e Matteo schizzammo un paio di metri l’uno a destra l’altro a sinistra con grande meraviglia di Mila. Lei non sapeva, perché avevo raccontato solo a mio figlio, per metterlo al sicuro nelle sue passeggiate, che le vipere di solito scappano ma quando si sentono in pericolo emettono un forte soffio prima di attaccare. Pochi attimi dopo una grossa vipera dal bel dorso arabescato uscì dal suo nascondiglio e si allontanò lentamente. Era il 23 di ottobre, tutte le vipere erano già a dormire fino alla primavera. Solo quella soffriva di insonnia. Il freddo l’aveva intorpidita per cui non riuscendo a muoversi velocemente aveva deciso per l’attacco. I cervelli mio e di Matteo, prima che la ragione constatasse che malgrado la stagione avanzata qualche rettile meno freddoloso potesse ancora serpeggiare nei boschi e quindi, a causa del suo morso velenoso, potesse essere di pericolo per gli incauti viandanti e quindi decidesse (la ragione) che sarebbe stato opportuno spostarsi a una certa distanza dal punto in cui un rumore anomalo poteva far presumere la presenza di una vipera, avevano (i cervelli mio e di Matteo) dato al corpo l’impulso di saltare il più lontano possibile realizzando solo successivamente l’origine del Soffio.

Due sassi di ragguardevoli dimensioni comparsi nelle mani mie e di Matteo furono fermati dal “perché?” di Mila e anche in questo caso l’elaborazione del cervello fu immediata. Così finì la mia attività di sterminatore di serpenti e quella di Matteo non cominciò neppure. Probabilmente per ragioni ataviche davo loro la causa della perdita del Paradiso terrestre in concorso di colpa con Eva. Molti anni dopo, mentre salivo la ferrata dei piani d’Erna sopra Lecco, una sua collega ricambiò la gentilezza morsicandomi, però senza veleno.

Passeggiate in Presolana e nei dintorni
Partendo da Bratto, che è la mia base, le possibilità di passeggiate sono TANTISSIME! Sulla Presolana vera e propria, nei boschi tra passo Presolana e colle Vareno, sul monte Pora e le sue propaggini e, allontanandosi un po’, attorno a Valbondione, a Colere, a Schilpario, in val di Scalve. Le mete o i punti d’appoggio spesso sono le tante baite sulle pendici della Presolana: Baita Cassinelli, Malga Corzene Bassa, Malga Corzene Alta, Baita Cornetto, Baita Pozzetto, Baita Spina, Malga Campo, Malga Presolana, il rifugio Olmo che è stato costruito sulle fondamenta della Baita Olone.

Mi piacciono molto le escursioni che si possono fare partendo a piedi direttamente da casa senza spostarsi in auto. A questo gruppo appartengono quelle sulla Presolana da Sud, quelle sullo Scanapà e cime collegate, quelle sul Monte Pora. Alcune sono molto frequentate altre meno, è bello anche collegare tra loro le passeggiate, deviando dall’una all’altra quando si intersecano. Le ho percorse spesso con Mila e Matteo e qualche volta da solo. La zona ha una fama di piovosità, è normale che d’estate le montagne che fanno da baluardo nei pressi di un lago bloccando il vapore acqueo lo restituiscano a valle come pioggia. Avevamo anche imparato come organizzarci per la pioggia in estate. Avevamo constatato che normalmente pioveva tra le 15 e le 17, il segreto era essere di ritorno per le 15 o nelle gite lunghe prevedere un riparo, baita o rudere o grotta o sporgenza rocciosa opportuna per passarci li paio d’ore di pioggia. Un libro, un gioco, il pranzo rinviato, bastava organizzarsi e la pioggia non era un problema, tranne quelle rare volte che non rispettava gli orari.

– Dal Predusolo al Valzelli (Cima del Boschetto)
A torto non è un percorso molto frequentato anche se il sentiero è abbastanza ben tracciato e segnato. Non ci ho mai incontrato nessuno.

Si va verso il Predusolo e poco prima del Fontanino un sentiero scende brevemente a destra, scavalca il torrente Gera e sale in direzione sud. Una volta ho fatto una digressione per salire sulla cima del Boschetto. Non c’è nessun sentiero e bisogna farsi largo tra un intrico di fitti cespugli. In cima la vegetazione è alta e quindi il panorama nullo. Non ne vale la pena ma io volevo salire tutte le cime che vedevo da casa e questa mi mancava. Penso che da quando esiste ci siano andate al massimo dieci persone. Bello invece il prosieguo fino al Valzelli ed eventualmente al rifugio Magnolini. Non ho mai avuto abbastanza energia per ritornare a piedi, quindi o autostop o qualcuno mi veniva a prendere.

Folletti al Valzelli

– Al rifugio Magnolini
E’ la gita per tutti, meno di un’ora dall’auto. Ci si arriva con tutti i mezzi: a piedi, in bici, a cavallo, in moto, in quad (li noleggiano al pian del Termen), in jeep, con gli sci, in motoslitta (le noleggiano), in elicottero, una volta c’ho visto atterrare un aereo da turismo.

Ci si va in tutte le stagioni, io prediligo l’autunno per i colori caldi che ti avvolgono e l’inverno per il panorama da calendario. Per rendere ancora più piacevole la passeggiata si può scendere dal Valzelli alla malga Valmezzana e da queste salire al rifugio. Ci si mangia molto bene e la torta, fatta dalla moglie del gestore, è eccezionale. Se si evitano i giorni di maggior affluenza stare al rifugio è un godimento unico. Dalle panche all’esterno lo sguardo spazia sulla Presolana, sulle Orobie, sul monte Alben, sul Pizzo Formìco. Se poi sali sul soprastante Monte Alto vedi il lago d’Iseo, la val di Scalve, l’Adamello e nella stagione giusta, se ti piace, ti fai una scorpacciata di Mirtillo rosso.

– Cresta dal monte Campo fino a Clusone
E’ una delle escursioni più belle che ho fatto. Le creste mi sono sempre piaciute, non quelle vertiginose di ghiaccio che ad ogni passo ti fanno temere di cadere a destra o a sinistra, mi piacciono quelle che separano due valli o due versanti e mentre cammini ti sembra di essere sospeso, quasi di volare. Questa separa i due rami della val Seriana quello che porta al passo della Presolana e quello dove scorre il Serio e termina a Valbondione.

Da Rusio si sale a malga Campo e poi su diritti verso la cresta, raggiuntala la si segue lungamente in discesa con panorama eccezionale a destra le Orobie, davanti il gruppo dell’Alben, a sinistra Pizzo Formìco e monte Pora. Si può interrompere alla chiesetta del Blum e scendere a Fino del Monte o continuare fino a Clusone. Per un totale di circa quattro ore. Per il rientro autostop o corriera o nel mio caso Mila con auto.

– Pizzo Formìco
Mi raccomando l’accento sulla i. Da Clusone si erge a sud con una bella forma triangolare. E’ poco apprezzato da chi sta a Ponte Nossa perché per un lungo periodo invernale impedisce al sole di raggiungere una vasta zona dell’abitato. Sulla vetta c’è una croce gigantesca, sarà più di 10 metri. Ci si può andare da Casnigo o da Clusone. Io preferisco la seconda alternativa. Per andarci, da Clusone seguire l’indicazione San Lucio per una invitante strada asfaltata che quasi immediatamente diventa sterrata e cunettosa. Dopo 4 kilometri di sobbalzi si arriva e si parcheggia a San Lucio, c’è una chiesetta e un ristorante con tavoli all’aperto e vista favolosa sulla sottostante piana di Clusone, sull’Alben, sulle Orobie e in particolare sulla Presolana. Si sale nel bosco, con buone possibilità di trovare funghi, poi per prati e poi ancora nel bosco. Si sbuca sui prati ondulati della conca del Farno, a sinistra si può andare al rifugio col suggestivo nome di Parafulmine noi andiamo a destra e saliamo in cima e ci godiamo un panorama a 360°. Un’ora e mezza circa da San Lucio, passeggiata varia e panoramica.

Ci sono rifugi che vedi solo poco prima di arrivarci, non è il caso del rifugio Albani lo vedi subito dai primi passi, lassù 800 metri più in alto. Oggi arrivarci è diventato facile, si prendono i due tronchi di seggiovia e poi lo raggiungi camminando in discesa una decina di minuti. Non così negli anni ’70, c’era solo un tronco di seggiovia e portava molto più a destra di quella che era la direzione del rifugio e poi non avevo ancora la mentalità di prendere la seggiovia per risparmiare salita. Nel primo tentativo portai anche mio figlio Matteo, aveva 4 o 5 anni, sul sentiero c’era ancora della neve non prevista e quindi l’attrezzatura era un po’ inadeguata. Dopo un paio d’ore decidemmo di rinunciare, fango, neve faticosa, scarpe inzuppate, freddo ebbero il sopravvento sulla nostra determinazione. Il giorno dopo Matteo aveva il morbillo, non so se la gran fatica avesse intaccato le sue difese immunitarie o se la colpa non fosse dell’Albani. In estate ci tornammo e finalmente il rifugio fu conquistato. La salita è varia, si comincia nel bosco, poi pian piano si esce allo scoperto con visione sempre più ampia sulle pareti nord della Presolana. Si arriva alla zona delle miniere dismesse e subito sopra al rifugio. Vale la pena di salire ancora per pochi minuti per affacciarsi sulla Valzurio e ammirare il maestoso spigolo Nord della Presolana occidentale dove nel 1930 la cordata Castiglioni, Gilberti, Bramani tracciò un’ardita via con del VI grado. Quando venne completata la seggiovia anche noi cominciammo ad usufruirne. Una volta non fu una buona idea. Il tempo si stava guastando ed invece di tornare a piedi pensammo che fosse meglio prendere la seggiovia anche per la discesa. Cominciò a piovere ma avevamo con noi le mantelle e la pioggia fu contrastata efficacemente. I primi tuoni e un po’ di grandine cominciarono a drammatizzare la situazione ma mancavano solo una decina di seggiolini all’arrivo. La seggiovia si fermò e noi restammo a penzolare in balia degli elementi scatenati. Dopo 5 minuti di urlacci rivolti ai manovratori dell’impianto finalmente qualcuno capì che non tutti i turisti erano arrivati e rimise in moto la seggiovia. Giunti finalmente in salvo, finite le nostre rimostranze, gli avviliti conduttori ci offrirono una grappa assolutoria.

– Sentieri sul Monte Scanapà
E’ quella montagna che sovrasta a sud il passo Presolana. Ne raggiunge quasi la cima una seggiovia che funziona d’inverno per lo sci e nel periodo di alta stagione in estate. Negli anni ’80 era la base di lancio per gli appassionati di deltaplano, attualmente qualcuno ci sale per lanciarsi col parapendio con atterraggio previsto in val di Tede. Dal passo ci sale una larga mulattiera, ma le passeggiate più belle sono quelle che vanno in direzione del colle Vareno. La più frequentata ne contorna il versante orientale con bella vista sulla val di Scalve e il pizzo Camino. Il sentiero dei Carbonari parte più in alto del passo e ne contorna il lato occidentale. Ci si può arrivare in cima anche da Bratto con il recente nuovo sentiero Squazzi inaugurato nel 2016. Lo si prende dalla strada che porta al monte Pora, poco fuori Bratto si prende a sinistra il sentiero che porta alla falesia della Corna Rossa ma lo si abbandona quasi subito per salire a destra della falesia. La salita è abbastanza erta fino a quando non si incrocia il sentiero dei Carbonari. A questo punto si può andare in vetta oppure seguire, verso il passo Presolana o verso il colle Vareno, il sentiero appena incrociato. L’ambiente è molto bello, il sentiero si svolge tutto nel bosco ma con situazioni molto varie. Ho incontrato anche un rapace color aquila, credo che non lo fosse perché la quota era troppo bassa ma magari dalle grandi altezze dove vola abitualmente il suo proverbiale occhio (d’aquila) le aveva fatto individuare una qualche preda interessante e aveva cambiato quota.

– Nella val Seriana vera e propria
A ponte Nossa la val Seriana si divide i due rami. Quello di destra, definito anche Alta val Seriana, sale a Clusone, a Castione e infine al passo della Presolana. Quello di sinistra segue l’alveo del fiume Serio termina a Valbondione ed è la porta d’accesso alle cime più alte delle Orobie. Offre un numero infinito di escursioni. Da Valcanale si può salire al rifugio Alpe Corte e da questo al rifugio dei laghi Gemelli all’inizio del sentiero delle Orobie. Da Valbondione si può salire a tutti i rifugi in particolare al rifugio Coca base per la salita al pizzo Coca la cima più alta delle Alpi Orobie (3050 m).

Una meta da non perdere è il rifugio Curò raggiungibile da un paio di bei sentieri, in particolare quello che passa dalla frazione di Maslana, qui ci sono molti massi che a suo tempo mi divertivo a salire quando ancora il boulder si chiamava sassismo. Al rifugio Curò abbiamo anche scoperto a cosa servivano quelle grandi H disegnate per terra. Assieme a Cecco e Rosella, dato che in rifugio c’era troppa gente, ci eravamo sistemati per il pranzo al sacco su un bel praticello pianeggiante con questa curiosa H in mezzo. A un certo punto è arrivato un elicottero e quello scemo del pilota aveva deciso di atterrare proprio dove eravamo noi, aveva fatto un paio di tentativi fino a quando, stufi del suo disturbo, ci eravamo spostati. Sorvolo sugli improperi da noi ricevuti a contorno della spiegazione di cos’era una piazzola per elicottero.

In alcune domeniche estive vengono aperte le dighe del lago Barbellino e da Valbondione si può ammirare lo spettacolo delle cascate del Serio che con i loro 325 metri di salto sono le seconde per altezza in Europa (le prime sono quelle dello Stroppia in val Maira provincia di Cuneo 500 metri).

Qualche arrampicata
Le vie che ho salito sono tutte sul versante che guarda la val Seriana. Come già detto quella salita più spesso è stata la normale alla punta Occidentale, la più alta. Sempre sulla stessa cima ho salito con Diogene la Bramani-Usellini di poco più impegnativa.

Ho percorso delle vie molto belle sul pilastro della Presolana Centrale con roccia eccezionale nella prima metà dove si trovano i tiri più difficili e roccia discreta nella parte superiore. Praticamente partono tutte dalla stessa cengia, la via Longo allo spigolo sud sale a destra, la Ratti Bramani in centro, lo spigolo Saglio a sinistra.

Lo spigolo sud l’ho salito la prima volta con Claudio, io ancora con gli scarponi, lui sempre aggiornato aveva già le scarpette. Salii senza problemi e Claudio ancora meglio. I problemi per lui vennero quando si dovette tornare a prendere i suoi scarponi all’attacco. Seguendo le linee guida dei guru dell’arrampicata anni ’70 aveva comperato le scarpette un numero meno del suo, tutto perfetto in roccia ma sul sentiero e sul ghiaione in discesa le scarpe strette e corte gli rovinarono il piacere della salita. Tornando alla via, la roccia bianca e salda, la varietà dei passaggi, parete, diedro, traversata esposta, camino ne fanno un concentrato di situazioni da manuale. Dato che è bellissima, ci sono tornato ancora molte volte con Gianni, con Massimo, con Maurizio… e, anche se ultimamente la maggior parte dei salitori scende in doppia dopo i primi sei tiri, sono sempre andato fino in vetta perché trovo la via più completa. La discesa, sempre in arrampicata, non è banale e aggiunge completezza alla giornata.

Spigolo Longo

La Ratti-Bramani l’ho salita solo in parte. Era agosto ma il giorno prima aveva grandinato e faceva un freddo anomalo. Avevamo attaccato molto presto e il sole era ancora dietro lo spigolo Longo. Dopo i primi tre tiri con Diogene decidemmo di andare a sinistra sulla via della Madonnina che poi confluendo sulla via Saglio ci aveva permesso di trovare il sole e salire in vetta un po’ riscaldati. Il freddo mi era talmente penetrato dentro che, tornato a Bratto, mentre tutti erano in t-shirt io stavo appena bene con il piumino. Purtroppo non ho mai avuto l’occasione di fare la Ratti-Bramani intera.

Lo spigolo Saglio, delle tre, è la via più facile ma non per questo meno bella, se si vuole fare una via in tranquillità, senza problemi di passaggi chiave, è l’ideale. La prima volta l’ho salita con Romele poi l’ho salita tante volte con tanti compagni diversi e tutti l’hanno apprezzata. Dopo i primi 3 tiri di ottima roccia e moderato impegno, prosegue fino in vetta senza eccessive difficoltà ma con grande soddisfazione.

Da sinistra, Torre Scandella, i Gemelli, Spigolo Longo.

Tra la Centrale e l’Occidentale si trova un’elevazione che è stata chiamata Presolana del Prato perché in una zona in alto la roccia lascia spazio ad un’ampia zona di erba. Alla sua base c’è una serie di torrioni. Su tutti sono state tracciate delle belle vie di una certa difficoltà. Il Torrione Scandella è stato così chiamato per ricordare uno dei tre rocciatori che vi persero la vita in cordata cercando di aprire una via nuova. Tristemente alla base ci sono tre croci di metallo nei punti dove i tre furono rinvenuti dai soccorritori. Ho percorso con Diogene la via Il tramonto di Bozard, sono circa 180 metri su roccia meravigliosa con difficoltà che sfiorano il VI grado, chiodata parsimoniosamente. Ero in forma e quindi ho goduto appieno della bellezza e dell’esposizione dell’arrampicata. Su un passaggio molto difficile ricordo di aver utilizzato un minicordino su una miniclessidra. Pensandoci adesso mi rendo conto della sua inutilità, ovviamente se fossi volato non avrebbe tenuto ma in quel momento mi aveva dato la spinta psicologica necessaria per passare con sicurezza.

Ho apprezzato molto meno una via sulla Presolana di Castione, così è chiamata l’ultima elevazione a ovest della Occidentale. Negli anni ‘80 sulla stessa parete sono state tracciate delle vie molto belle di buona roccia prima fra tutte la via “a Federico”. Non era così per la via che vinceva la parte più facile della parete Sud Ovest. Della via ricordo poco, preso com’ero a tastare con attenzione tutti gli appigli e gli appoggi se procedevo da primo o a ripararmi dalle pietre cadenti se salivo da secondo.

Sulla Orientale sono salito solo dalla normale che passa dal monte Visòlo o traversando dalla Centrale. Ero andato con Massimo, Alessandro, Carlo per salire la classica Asti-Aiolfi ma purtroppo dopo il secondo tiro preferimmo interrompere a causa di un calo di pressione di Carlo, poi risoltosi senza conseguenze. Peccato perché mi aveva dato l’idea di una salita estetica e di soddisfazione.

Il sentiero della Porta è l’unico attrezzato della Presolana. Sale dal passo della Presolana al monte Visòlo, attraversa il versante orientale e scende al rifugio Albani e a Colere. Quest’ultima parte è attrezzata con funi e scale. Ovviamente si può fare in senso inverso. Il ritorno si può fare anche col sentiero che collega l’Albani al rifugio Olmo e da questo poi tornare al punto di partenza. Questo ritorno io non l’ho mai fatto, mi sono sempre affidato, con discreto successo, all’autostop.

Dopo un bell’inverno molto nevoso, fino a maggio inoltrato rimane una bella striscia di neve che sale da poco sopra la Cassinelli su su fino all’intaglio tra la Presolana Centrale e quella Orientale: è il canalone Bendotti. Ho sempre prediletto le linee tracciate dalla natura fessure, camini, diedri, spigoli, il canalone Bendotti è una di queste. L’ho percorso assieme a Massimo in un maggio di tanti anni fa forse proprio nell’anno in cui la neve partiva più dal basso. Non è difficile, dipende comunque dalla durezza della neve, però piccozza e ramponi sono piuttosto utili soprattutto nella parte alta quando il canale si stringe, incassato tra le pareti delle due Presolane. E va anche fatta attenzione al rischio valanghe, negli anni ’60 una comitiva fu travolta e sette persone morirono.

Sciare al Monte Pora
Grazie al monte Pora ho iniziato a frequentare e conoscere la val Seriana. In zona ci si andava già a sciare negli anni ’50, al passo della Presolana c’era una slittovia che saliva sulle pendici dello Scanapà e alcuni brevi skilift. Dopo le vacanze natalizie al monte Bondone, sopra Trento, dove avevo cominciato a imparare a sciare, ero andato in febbraio, con una gita dell’oratorio, alla Presolana e avevo imparato proprio li a fare i primi cristiania che erano necessari per evitare di finire direttamente sullo stradone.

Poi negli anni ’70 sono stati realizzati gli impianti del Monte Pora e la slittovia della Presolana è stata sostituita da più moderni impianti di seggiovie.

L’esposizione principalmente a sud ovest permette di avere sole per gran parte della giornata. In particolare è bellissima la sciata al tramonto lungo la pista Cima Pora. I chiudi pista erano sempre un po’ contrariati dalle nostre pretattiche in attesa della chiusura degli impianti per poter scendere per ultimi con la neve che diventava sempre più rosa. Lo facevamo anche sulla pista del Grostè a Madonna di Campiglio. Lì addirittura ci fermavamo al rifugio Graffer, lasciavamo scendere i chiudi pista e poi scendevamo liberi da ogni costrizione. Eravamo molto sicuri di noi e anche un po’ presuntuosi pensando di non aver bisogno di nessuno.

Al Pora la maggior parte delle piste è di media difficoltà e ti permettono di sciare in tranquillità godendoti il panorama che è veramente spettacoloso. Però c’è n’è una nera anzi, come va di moda dire tra gli adolescenti, stranera. La parte alta è così ripida che i gatti battipista non riescono a batterla. D’inverno viene battuta dal passaggio degli sciatori in grado di cavarsela in neve fresca e ripida, in primavera nelle prime ore del mattino è favolosamente sciabile. A me il ripido piace particolarmente e quindi lo vado a cercare, la pista del Vareno, questo il suo nome, è una delle due piste più ripide che ho disceso. L’altra è il Mugon al monte Bondone che è stata vietata da qualche anno perché considerata troppo rischiosa.

In primavera era anche possibile scendere dal versante est ed era impressionante sciare con la val di Scalve a picco sotto di noi, poi la pendenza si attenuava e si entrava nel bosco per poi traversare lungamente fino alla partenza della seggiovia. Ricordo con nostalgia le discese fatte con Matteo, lui con lo snowboard volteggiava tra gli alberi, io con gli sci mi sforzavo di seguire le stesse traiettorie cercando di evitarli, gli alberi.

Nei tempi addietro in zona nevicava molto e la stagione sciistica durava tantissimo. Un anno abbiamo cominciato a sciare addirittura al primo di novembre, per molti anni non ci siamo persi neanche un

Sant’Ambrogio e normalmente si sciava tutto aprile. Attualmente un buon impianto di cannoni sparaneve supplisce alla scarsità di materia prima. Purtroppo non è stata dotata di cannoni la pista del Vareno e in alcuni anni non si è potuto sciarvi.

L’Ugo n’del zaino ‘l ga tutt
Scarpe opportune e zaino sono i due elementi indispensabili per avventurarsi in montagna. I miei primi zaini erano verdi del tipo militare larghi in basso e stretti in alto con le fibbie per chiudere la parte centrale e le numerose tasche esterne. Avevano un para schiena esterno di metallo che li teneva leggermente distante dal corpo in modo che eventuali sporgenze dovute a quello che c’era all’interno non infastidissero. Erano capienti ma gli spallacci poco imbottiti torturavano le spalle e anche la schiena non se la passava meglio. Passai quindi ad uno zaino dei marines, almeno così mi disse il venditore, acquistato alla fiera di Senigallia, il famoso mercatino dell’usato che si teneva il sabato a Milano. Era tubiforme e senza para schiena, bisognava quindi mettere nella parte a contatto col corpo le cose più morbide come vestiti di ricambio, giacca a vento. Finalmente acquistai il primo vero zaino tecnico il Millet modello Walter Bonatti, precursore di tutti gli zaini attuali, studiato per adattarsi all’anatomia dell’alpinista. Lo conservo ancora tra i miei cimeli ricordo.

Nello zaino ho sempre tenuto, oltre all’essenziale (mantella, giacca antivento, canottiera ricambio, borraccia, macchina fotografica, ecc.), tutto quello che ritenevo utile per eventuali imprevisti. C’erano quindi forbicina, scatoletta pronto soccorso con bende, cotone, cerotti, bottiglietta (ex miniliquore) con alcool, laccio emostatico, fischietto per chiamare soccorso, coltellino multilama, coltello boy scout, set da cucito, ombrello, berretto talismano che avevo usato sulla via Preuss, 3 metri di cordino non si sa mai, occhiali da vicino, occhiali scuri, matita, sacchetto di uva passa, tavoletta di cioccolato, sacchetto di mandorle, enervit. Tutte cose che pesano poco ma che messe insieme… Una volta stavo disinfettando con alcool e cotone un ragazzo, incontrato per caso, che si era fatto un buco in una gamba scivolando sul ghiaione sotto la cima d’Ambiez in Dolomiti di Brenta, mentre il malcapitato strillava per il bruciore dell’alcool, ricordo che il mio amico trentino Paolo aveva sentenziato “l’Ugo l’è come la mama, n’del zaino ‘l ga tutt”.

Gite in val di Scalve
Scavalchi il passo della Presolana e ti avventuri in discesa cominciando con un decina di tornanti e poi giù tortuosamente fino ad incrociare la strada della val di Scalve che porta a Schilpario e poi all’impegnativa salita per il passo Vivione. Passeggiate ed escursioni a profusione, il Pizzo Camino o il rifugio Tagliaferri tanto per citarne due significative. Meno impegnative la Cascata del Vo, le rovine della diga del Gleno, i laghi del Venerocolo.

– Cascata del Vò
Poco prima di Schilpario si prende a sinistra la strada che segue il torrente Vò ottimo in estate per prendere il sole sulle sue ghiaie e immergersi nei punti dove l’acqua ha un’altezza opportuna. Lasciata appena possibile l’auto, si prosegue con pendenza gradevole nel bosco rado ma non troppo. E’ bello lasciare la strada piuttosto sassosa e seguire le numerose scorciatoie che su terreno muschioso e morbido si intrecciano nel bosco e ti offrono funghi, mirtilli e lamponi. Dopo una trentina di minuti si arriva alla cascata alta una trentina di metri, carina a vedersi e con massi piatti e accoglienti nel torrente. Puoi scegliere di fare picnic all’ombra dei pini o al sole in mezzo all’acqua.

– Laghi del Venerocolo, un grande spavento
Dallo stesso punto di partenza, dopo una decina di minuti tenendo la destra si può salire ai laghetti del Venerocolo. E’ una gita più impegnativa con 1200 metri di dislivello e circa tre ore di cammino. Durante questa escursione mi capitò un fatto spiacevole. Ci eravamo fermati per il pranzo al sacco dopo un paio d’ore di cammino in un praticello vicino a un torrente. Mila e Matteo avevano deciso di non proseguire per fermarsi a prendere il sole per cui avevo continuato da solo. Faceva molto caldo, come abbigliamento avevo solo dei pantaloncini corti e per essere più veloce non avevo neanche lo zaino, solo la macchina fotografica. Arrivato nei pressi di una malga a un centinaio di metri, improvvisamente apparirono abbaiando rabbiosamente tre cani. Mi addossai alla parete rocciosa dietro di me per evitare di essere circondato, i cani saltavano da tutte le parti a qualche metro da me abbaiando e digrignando i denti, la situazione era critica, non c’era nessuno nei dintorni dovevo cavarmela da solo. Ero seminudo con solo una macchina fotografica, di quelle di una volta, robusta e di metallo pesante. In caso di singolo attacco potevo neutralizzarne uno a macchinate ma cosa avrei fatto se attaccavano insieme? Dopo un tempo per me interminabile, magari era solo un minuto, uscì dalla malga il pastore e richiamò i cani. A quel punto le mie ire si rivolsero su di lui fermandomi agli insulti per paura che i cani reagissero nuovamente se avessi esagerato. Me la sono vista brutta, gita rovinata ma pelle salva. Solo un grande spavento. Da allora sempre zaino, utile come scudo (che saprei come usare) e coltello da boy scout (che non saprei come usare).

Era stata costruita nel 1923. Alta 100 metri conteneva un lago artificiale di 6 milioni di metri cubi d’acqua ma qualche errore di progetto era stato fatto. Nella notte del primo dicembre a soli tre mesi dall’inaugurazione crollò la parte sinistra distruggendo e trascinando per kilometri tutto quanto incontrava, case, chiese, ponti uccidendo più di 500 persone. Alcune vittime furono ritrovate nel lago d’Iseo a decine di kilometri di distanza. Peccato per questa triste storia perché ci sono alcune belle passeggiate per raggiungerlo. Ma quando ci si arriva, i due grandi monconi laterali rimasti in piedi rievocano pensieri lugubri e io a causa loro non sono riuscito ad apprezzare la bellezza del luogo. Unico fatto positivo di quella gita l’arrivo della pioggia, si proprio così. Era il 2003 l’estate più calda degli ultimi 100 anni, eravamo scappati dal mare per cercare sollievo a Bratto. Anche li il caldo era forte ma sotto gli alberi, vicino a un torrente si riusciva a stare bene. Non pioveva da mesi ed ecco perché quella pioggia, che solitamente nelle gite non è gradita, l’apprezzammo senza neanche aprire l’ombrello.

Le Baite e un Rifugio
La zona che si estende al disotto delle pareti sud della Presolana dal passo fin sopra Castione è cosparsa di baite e malghe. Un tempo svolgevano la loro funzione di stalle per armenti e greggi, oggi solo poche hanno ancora questo utilizzo, le altre sono meta di passeggiate e durante la bella stagione alcune offrono un servizio di ristorazione. Una rete di sentieri ben tracciati permette di spostarsi agevolmente dall’una all’altra.

Le più note e frequentate sono le baite Cassinelli e Cornetto. La baita Cassinelli la si incontra sul sentiero per la normale della Presolana. Nei mesi estivi è un vero e proprio rifugio con possibilità di pernottamento e ristorazione. Negli anni ’80 è stata ricostruita sulle fondamenta di una precedente malga spazzata via da una valanga. Sembrerebbe un po’ avventato costruirla nello stesso posto perché, anche se ultimamente nevica meno che in passato, non si può mai sapere cosa accadrà in futuro. Questa però è stata ideata in maniera furba, la parte rivolta a monte da cui potrebbe arrivare il pericolo ha il tetto che parte da rasoterra per cui eventualmente alla valanga farebbe da trampolino.

Malga Cassinelli

La Baita Cornetto per ora non ha avuto una destinazione stabile, è aperta saltuariamente per la sola ristorazione grazie alla dedizione di alcuni volontari locali. E’ raggiunta da una buona strada sterrata di moderata pendenza che prima di essa incontra le malghe Corzene Bassa e Alta. Offre una vista bellissima su tutta la valle sottostante, sul monte Pora, sul pizzo Formìco e sul gruppo dell’Alben. Dalla baita un sentiero porta al colle Presolana da cui si può scendere alla malga Presolana o salire al rifugio Olmo passando sotto le pareti della Presolana di Castione, propaggine della Presolana Occidentale. Un gradevole sentiero collega tra loro la baita Cornetto alla baita Cassinelli.

Alla Cornetto si può arrivare anche da Bratto per la valle del Papa ed un sentiero poco frequentato che da malga Spina sale direttamente alla malga Cornetto Bassa e poi a quella Alta.

Malga Cornetto

Una escursione molto bella è quella che sale alla malga Presolana. Una larga strada sterrata jeeppabile parte da Rusio, passa nei pressi di malga Spina e incontra in successione malga Pozzetto e malga Campo raggiungendo infine malga Presolana dove la valle si allarga sotto i ghiaioni sovrastati dalla parete della Presolana di Castione. Praticamente ogni mezzora incontri una malga e più sali e più ti avvicini alle rocce della Presolana. Poi da malga Presolana puoi salire ancora al colle Presolana da cui scendere alla malga Cornetto o alla Cassinelli e tornare al punto di partenza oppure salire al rifugio Olmo.

Da Rusio si può raggiungere malga Presolana anche percorrendo la suggestiva valle dei Mulini una specie di canyon con un sentiero che costeggia e spesso scavalca da una sponda all’altra il torrente che vi scorre. Le pareti che la racchiudono offrono brevi arrampicate di falesia piuttosto difficili.

Valle dei Mulini

Una volta durante questa gita ci prendemmo un grande spavento. Era oltre metà novembre, ma il bel tempo favoriva ancora le gite. Eravamo andati alla malga Presolana, c’era anche Matteo che all’epoca aveva 6 o 7 anni. Per una qualche ragione che non ricordo durante la discesa, nei pressi della malga Campo, l’avevamo sgridato e lui aveva messo il broncio. Impegnati in qualche occupazione, dopo qualche minuto ci accorgemmo che non era più con noi. Chiamammo ma non rispondeva, continuammo a chiamare sempre più arrabbiati ma nessuna risposta. Ben presto passammo dall’arrabbiatura alla preoccupazione, era quasi il crepuscolo, ci voleva ancora almeno un’ora di cammino prima di arrivare all’abitato, di notte la temperatura scendeva sotto lo zero, i telefonini non li avevano ancora inventati. Pur correndo non avrei potuto raggiungere il paese in tempo per chiedere soccorso e a quel tempo gli elicotteri non volavano di notte. La preoccupazione si trasformava in disperazione, io e Mila correvamo su e giù di qua e di là chiamando, promettendo nessuna punizione. Passammo così una decina di minuti terrorizzati fino a che non lo vidi un centinaio di metri più in basso di noi, seduto sulla strada ad aspettarci. Avremmo dovuto forse ragionarci, un bambino, anche se arrabbiato, non scappa in salita. Baci e abbracci a un meravigliato, di tanto affetto, Matteo: misero fine ad uno dei miei peggiori incubi.

Il rifugio Olmo si trova alla base della ingiustamente poco frequentata cresta Ovest della Presolana. E’ stato edificato sulle fondamenta della preesistente malga Olone sul passo omonimo tra la Valzurio e il ramo della valle Seriana che sale al passo Presolana. Si raggiunge dalla malga Campo e, grazie alla sua posizione a cavallo tra due valli, offre un panorama molto bello.

Allegoria. Ecco il crepuscolo con i suoi ultimi bagliori; è arrivato piano piano ma sempre troppo presto; speriamo che la notte, con il suo buio prima della luce, tardi ad arrivare.

 

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