Le cime che verranno

di Davide Scaricabarozzi

A casa mia, intendo quella di quando ero un ragazzino, tutto ciò che si era deciso era deciso e non è che ci fosse altro d’aggiungere o da dire. Mio papà era un decisionista della prima ora, istintivo e sintetico oltremisura, del tipo che se questa cosa è da fare, la si faccia e che sia finita lì. Del resto il suo era un decisionismo che arrivava da un mondo fatto di sussistenza e sopravvivenza.

Tanti fratelli e sorelle, tanta fame, tanta ignoranza, tante cinghiate (dalla parte della fibbia) dove ognuno doveva badare a se stesso e dove difficilmente si riusciva a mangiare tutti i giorni.

Credo che la fame resti appiccicata addosso per tutta la vita e in un futuro migliore anche a pancia piena, nonostante la certezza di poterla riempire sempre. La fame impone decisioni esistenziali… di pancia e le viscere non pensano, fanno solo rumore, borbottano, fanno sentire la loro sordida presenza pilotando ogni nostra scelta per i loro tornaconto.

Milano, Lambrate, Anni Cinquanta

Non si aveva fame solo in Sud Italia, i miei vecchi da parte di padre erano tutti milanesi e affamati. Milano: la città in cui tanti sono venuti per lavorare. C’erano l’Alfa Romeo, la Magneti Marelli, l’Autobianchi, l’Innocenti; tutte grandi fabbriche con dentro migliaia di persone e spesso chi arrivava dai piccoli paesini della provincia, o dal meridione, si smarriva incontrando ai tornelli d’ingresso molta più gente di quanta ne avesse mai vista tutta in una sola volta in vita sua.

Non c’era solo la Milano delle fabbriche. Le periferie erano ancora in costruzione, decine di cantieri si mangiavano i prati, le cascine, i fontanili e la nebbia; poi la nebbia si mangiava tutto il resto, cantieri compresi. Nebbia a parte era un mondo in rapida trasformazione che stravolgeva il territorio e gli animi.

Mio padre viveva ai margini di questa trasformazione, abitavano tutti in una cascina vicino a Lambrate. Lì il tempo si era fermato ai secoli bui: non c’era acqua corrente, niente riscaldamento, niente telefono, niente lavoro, solo fame e tutt’intorno una città vera. Quindi ogni decisione era famelica.

Poi sposò mia mamma, figlia di benestanti bottegai, si mise in proprio, fece fortuna in un momento in cui farla non era impossibile, bastava avere volontà, intelligenza e quel poco culo che è fondamentale per ogni umana faccenda. A lui è mancato solo il culo globale perché è morto giovanissimo, relativamente alle altre due caratteristiche direi che ne aveva a sufficienza d’entrambe.

Tra le cose che temeva maggiormente, c’era l’ignoranza, lui sapeva di esserlo fino al midollo, questo ha significato, per la prole, che a scuola si dovevano prendere voti bellissimi, viceversa lo spettro del lavoro precoce mi avrebbe strizzato l’occhio. Con il consueto decisionismo, senza pensarci troppo, comprò un pezzo di terra e ci costruì una grande casa in mezzo. Un lavoro ben fatto, con dovizia, disponibilità economica e il signorile buon gusto di mia mamma.

Era il 1967 e non avevo ben inteso dove stessero costruendo questa casa, del resto ne avevamo già una a Milano e non capivo perché ce ne servisse un’altra. Mio padre mi disse che era una casa per la villeggiatura, un termine che non appartiene più a nessuno, e lì avremmo trascorso le estati a venire, si trovava in Valle d’Aosta e si vedeva il Monte Bianco che era la montagna più alta d’Europa. Avremmo dovuto pazientare ancora un po’ perché non era finita, ma era una meraviglia (cit.).

La stazione ferroviaria di Milano Lambrate, anni Cinquanta

L’anno seguente partimmo per questo posto misterioso e una volta quasi arrivati, dietro a una curva stretta, vidi la casa che se ne stava nel mezzo di un campo incolto, pieno di detriti, mattoni sbrecciati e sassi. Però era bellissima. C’erano i balconi con la balaustra di legno, qualche pino, un grande noce e in fondo al prato un ruscello con tanto di cascatella. Non ci potevo credere.

La cosa che maggiormente mi premeva era vedere questo benedetto Monte Bianco, perché a destra e a sinistra c’erano solo montagne più o meno verdi delle quali non comprendevo le proporzioni ma di certo non erano bianche.

Mi fece guardare fuori dalla porta finestra della mia cameretta dicendomi che quella era la montagna più importante. In realtà non apprezzai immediatamente il panorama dato che si vedeva solo uno scorcio della montagna, in seguito avrei saputo che si chiamava cresta del Brouillard e la vista si fermava poco prima del Monte Bianco di Courmayeur per via di un altro montagnone che si frapponeva di lato.

Qualche giorno dopo lo vidi in tutta la sua interezza mentre passeggiavamo sulle rive sassose della Dora. Non era come me lo immaginavo, non aveva una punta aguzza come credevo dovesse averla ogni montagna rispettabile degna di questo nome. Se ne stava mastodontico e pacato, adagiato all’orizzonte, un po’chino verso destra, maestoso e potente. Molto più potente di qualsiasi altra cosa avessi mai visto prima e capii che poco importava quanto potesse essere aguzza una montagna per chiamarsi MONTAGNA. Quel giorno fu un inizio. Tutti gli inizi sono fondamentali, non vanno dimenticati e magari ci vengono in mente anni e anni dopo. E solo in quel momento ne comprendiamo l’importanza.

Per ragioni professionali mio padre frequentava molto di più la Brianza che Milano, lì avevamo molti amici e ho passato meravigliose domeniche di mezza stagione. Ho il ricordo di brumosi autunni e sfavillanti primavere, ma soprattutto sono gli autunni che mi hanno lasciato il valore aggiunto di una malinconia che nulla ha di triste. Veloci domeniche trascorse in qualche bosco non meglio identificato, cani che correvano, profumo di foglie bagnate, qualche castagna. Tutte cose rappresentative che mi proiettavano in una sorta di sindrome leopardiana perché il lunedì stava per arrivare e dovevo tornare in collegio. Attimi rapidi.

Un giorno mio padre, sempre in autunno (credo fossimo nel 1972), se ne esce con il campeggio estivo organizzato dall’oratorio di Besana Brianza in Val Ferret dove un suo amico portava sempre il figlio. Oggi sono un vecchio ateo, in quegli anni non avevo comunque mai frequentato un oratorio e manco sapevo cosa aspettarmi da una simile esperienza.

La Val Ferret la conoscevo per sommi capi perché avevamo fatto qualche passeggiata ma niente di più, fatto sta che qualcosa si accese e acconsentii sebbene il mio presuntuoso consenso non avesse importanza alcuna dato che il decisionismo pragmatico avrebbe avuto la prevalenza su ogni altra faccenda. Era fatta: l’estate seguente sarei andato in campeggio nelle ultime due settimane di luglio.

C’è da dire che in quella comunità besanese sarei stato, a giusto titolo, visto sostanzialmente come il cittadino milanese che aveva la casa a pochi chilometri da Pra Sec, perché quella era la località della Val Ferret dove veniva piazzata la tendopoli. Per sovrapprezzo ero pure uno sgorbietto magrettino, segaligno con tanto di occhiali spessi e questo non avrebbe sicuramente giocato a mio favore.

Il destino chiude cerchi quadrati perché qualche settimana dopo la decisione decisionista, sugli scaffali che stavano in soggiorno, trovai un libro con la copertina dove c’era una persona abbarbicata su una cresta di neve e giusto sopra c’era una cima aguzza. Sfogliando le pagine scoprii che le fotografie erano della stessa montagna che vedevo dalla finestra di camera mia e mi si aprì un mondo terrificante e meraviglioso. C’erano le didascalie con i nomi di ogni piega della montagna, nomi di persone, di ghiacciai… un universo vero nel quale mi persi per tutto l’inverno in attesa che tornasse l’estate e solo allora avrei visto quelle cime con occhi (forse) più consapevoli ma (sicuramente) più attenti. Volevo vedere quei posti con i miei nuovi occhi!  Il suddetto libro era stato scritto da un tal Walter Bonatti e si intitolava Le mie montagne, edito da Zanichelli AD 1961. Mia mamma mi disse che era un regalo di amici.

La preoccupazione più grande che avevo nel dover affrontare questa nuova esperienza era legata al tramonto, sarei stato in un altro posto per due settimane senza vederlo da dove ero abituato ad osservarlo. Non c’è da prendere sottogamba questa cosa perché è seria, si parla della prima percezione che ho avuto del tempo che passa e quando si comprende questo anche la memoria, il ricordo diventano entità potenti e a tratti feroci.

Rifugio Boccalatte

Avevo fatto caso che all’inizio dell’estate il sole tramontava giusto dietro i pilastri del Brouillard (avevo letto ben bene il libro di Bonatti e studiato ogni fotografia), alla fine di luglio se ne andava dietro delle piccole guglie che stavano molto più a sinistra e a fine estate si fiondava apparentemente giù nelle profondità della Val Veny.

La fine dell’estate e il viaggio del sole da un capo all’altro della montagna, sempre più verso sud, rappresentavano compiutamente il tempo che se ne andava e il tempo rappresentava le mie estati che correvano dietro all’autunno fino all’inverno e così via per sempre, ma era un sempre riservato solo al susseguirsi di questi cicli.

In tutto questo c’era qualcosa che non riuscivo ancora ad afferrare bene perché la consapevolezza era giustamente proporzionata all’età. La natura si prendeva cura di me impedendomi di arrovellarmi in pensieri che non potevano, non dovevano ancora appartenermi ma che in qualche misura cominciavano a tracciare quel solco che accompagna tutti noi e che diventa sempre più profondo col correre degli anni.

I miei mi accompagnarono in Val Ferret in uno sfolgorante pomeriggio di luglio con tutto l’occorrente che ci avevano detto che mi sarebbe servito. Tra le cento cose che avevo quella a cui tenevo maggiormente era il sacco a pelo verde e non stavo più nella pelle per poterci dormire dentro. Le tende blu Bertoni a casetta da 4 posti erano disposte a semicerchio, a una ragionevole distanza c’era un tendone grandissimo bianco che fungeva da mensa e alle sue spalle, giusto al limitare della pineta, avevano montato la tenda cucina di uno sbiadito verdone militare.

L’accampamento era piazzato sulla sinistra guardando verso il col Ferret, precisamente sotto l’Aig. de l’Evêque le cui pendici si trovavano qualche centinaio di metri di dislivello più a monte, ben oltre una fitta foresta di pini e larici che aveva colonizzato la distesa di massi di ogni dimensione arrivati sin lì a seguito di qualche gigantesca e remota frana.

Ma non voglio farla lunga più di tanto sull’accampamento che di suo era bellissimo per come era incastonato tra i profumi delle pinete e il freddo che veniva giù dalla Grandes Jorasses. La sera arrivava prima che a valle dato che il sole scendeva veloce dietro la Brenva, in un attimo scendeva anche il freddo, le onnipresenti mosche scomparivano in un amen e tutto diventava più serio e intenso. In quelle ore tra noi ragazzini si raccontavano panzane incredibili popolate di fantasmi inquieti, di morti che tornavano tra i vivi perché erano incazzati per essere morti malamente e il freddo aumentava per via dei brividi della paura. Accendevamo le pile che fendevano il buio pesto e poi le spegnevamo improvvisamente per guardare il cielo che aveva più stelle di quante ne avessi mai viste in vita mia e se c’era la luna magari se ne vedeva qualcuna in meno ma in compenso si accendevano di luce riflessa le nevi e i ghiacciai che smettevano di appartenere a questo pianeta.

Tutto questo pacchetto di bellezza assoluta e inquietante aveva preso quanto più posto possibile dentro di me e lo aveva preso con l’atavica forza di una magia incomprensibile quanto indispensabile e irrinunciabile. Dico irrinunciabile perché è poi stato così e in quel campeggio ci andai per almeno quattro estati.

Data la mia età appartenevo al campeggio dei ragazzi fino a 18 anni, il turno prima del nostro era nella prima quindicina di luglio e ci andavano le ragazze, infine a cavallo del ferragosto veniva popolato dagli adulti e tra loro c’erano valenti alpinisti che in quelle poche giornate di ferie salivano le vie della Brenva, andavano al Grand Capucin piuttosto che sulle Grandes Jorasses.

Mio papà era amico di tutti loro per cui, quando stavano in campeggio, andavamo a trovarli e per ferragosto il mio vecchio organizzava una baraccata difficilmente imitabile anche ai giorni nostri nella nostra casa dalla quale si vedeva la cresta del Brouillard. Ce n’erano due che avevano la fama di essere dei veri duri: Angiolino e Pinuccio o Pinella (pronunciato il Pinela con una elle sola e la “e” aperta alla milanese).

Il primo era un piccoletto moro sulla quarantina dai tratti marcati, con un sorriso obliquo difficilmente decifrabile, i capelli mossi, stempiato per via di una calvizie incipiente e gli mancava l’indice della mano sinistra perché se l’era tagliato via in fabbrica. Era il compagno di cordata abituale del Pinela.

Tra i due il Pinela era il più forte, un uomo dal torace cubico e i polpacci smisurati, aveva il mento volitivo dalla mascella pronunciata che chiudeva un volto quadrato e severo dai radi capelli scuri. Quasi non aveva labbra, la bocca pareva fosse stata piazzata sulla faccia con un colpo d’accetta, parlava poco, rideva ancor meno e quando lo faceva scopriva piccoli denti consumati, ma sembrava un regalo della natura perché perdeva tutta quella roba arcigna rendendolo umano. Di lui si raccontavano salite che mi impressionavano: dalle Dolomiti al Monte Bianco. Nomi altisonanti come Solleder alla Civetta, Major alla Brenva, Bonatti al Capucin, Via delle Guide al Crozzon, Cassin alle Jorasses e un tentativo andato a vuoto sulla Nord dell’Eiger. Tutti nomi e montagne che avevo assimilato come un mantra sul libro di Bonatti. Il Pinela mi metteva soggezione.

Rifugio Dalmazzi, anni Cinquanta

Dato che il campeggio Besana era organizzato dall’oratorio c’erano anche i preti. Alle elementari sono stato in collegio dai preti: non mi è piaciuto e la finisco qui relativamente a quel periodo. Don Angelo e Don Silvano non si vestivano da preti e questo me li fece piacere da subito.

Due tipi molto diversi tra loro; Don Angelo penso fosse sulla quarantina, tutto sommato abbastanza in forma, portava i capelli come Lino Banfi e somigliava un poco a Cornacchione ma con gli occhiali di celluloide nera e pesante. Don Silvano invece era decisamente un giovane omone dal sorriso aperto e il viso come una gioiosa luna piena. Sono gli unici preti a cui ho voluto e voglio bene.

L’attività in Val Ferret era frenetica, non c’era un solo attimo di riposo. Se non si andava in gita c’era un’estenuante caccia al tesoro i cui indizi andavano trovati per tutta la lunghezza della valle (rigorosamente a piedi), almeno una volta la settimana si andava a far merenda fino a Courmayeur (rigorosamente a piedi), se pioveva si andava ai casolari di Arnouva (rigorosamente a piedi)… era tutto rigorosamente a piedi e direi faticoso. L’organizzazione era quasi militare, nulla era lasciato al caso e ognuno aveva il suo compito in funzione delle proprie capacità, l’unico comune denominatore era la sveglia al mattino presto.

Per me era come spalancare una porta aperta. Ho sempre amato il mattino presto, in vita mia mi sono svegliato una volta sola alle 10.30, anche se non ho nulla da fare alle sette sono già operativo… da sempre. Adoro le luci o i bui, dipende dalla stagione, mattutini. Mi piacciono i rumori silenziosi di quelle ore, l’aria fresca o fredda, il risvegliarsi lento di ogni cosa, mi piace essere presente a queste quotidiane rinascite. In tutto ciò trovo un senso compiuto naturale e armonioso, voglio esserci ad ogni inizio, viceversa sarebbe come se arrivassi in ritardo a una festa. Una cosa intollerabile.

Allora succedeva che ero il primo ad uscire dalla tenda, tiravo la cerniera rompendo i coglioni a tutti, uscivo coi piedi nell’erba bagnata folgorato dall’aria fredda, l’annusavo sentendo che sapeva di resina, così come l’avrebbe annusata un animale e ogni energia meravigliosa diventava mia.

Alzavo lo sguardo sopra i larici perché sapevo che avrei visto il piccolo e lontanissimo ghiacciaio di Tronchey illuminato da un sole che mi avrebbe raggiunto molto più tardi. La signora che stava nella tenda cucina per preparare le colazioni mi diceva “Davide te set giamò in gir? Va che fa frecc, met su almen i scarp!” Niente e nessuno mi avrebbe portato via quegli istanti.

Le gite canoniche erano il col Ferret, il bivacco Fiorio, il Pavillon du Mont Fréty, il Mont Chétif, il lago del Miage, la Testa Bernarda (detto “Ciotello” nello slang brianzolo per via della sua forma… non di bernarda), tutte montagne “lontanucce” che prevedevano lunghe marce chilometriche da un capo all’altro delle valli.

Il mattino si passava dalla tenda cucina e gli zaini ci venivano riempiti con le razioni comunitarie oltre che con il preventivo contenuto di effetti personali. A me toccavano sempre le scatolette di carne che mi facevano cagare e lo zainetto pesava diecimila chili… Poi c’erano le gite non canoniche che richiedevano un impegno maggiore ed erano riservate al turno degli adulti con un trascorso escursionistico comprovato. Tra queste ambitissime mete c’erano alcuni rifugi: il Dalmazzi al Triolet, il Boccalatte sotto le Grandes Jorasses e il Monzino.

Un giorno il Don Silvano, dietro pressioni difficilmente arginabili di noi ragazzini, cede e dice che ci avrebbe portato al Dalmazzi, a questa notizia ci fu un’esplosione di urla da curva sud.

Va tenuto in conto che oggi nessuno farebbe mai una cosa del genere portando una trentina di scatenati piccoletti (io avevo 10 anni) su per un terreno non proprio agevole, dove non c’era alcuna possibilità di avere il controllo della comitiva sparpagliata sulle roccette che portavano al rifugio.

Nessuna eventuale caduta sarebbe stata senza conseguenze. Ma erano altri anni, dove non esisteva la 626… erano anni nei quali la bolla di confort era molto dilatata e dove era normale che il rischio facesse capolino. Detesto le descrizioni puntuali e millimetriche, così come non mi piacciono le cronache rifinite. Di quella giornata, per me gloriosa e rivelatrice, ho tatuati nel cuore molti momenti che posso riassumere in qualche riga.

Strada facendo il ghiacciaio del Freboudze sembrava dovesse precipitare da un momento all’altro sulla morena che stava parecchie centinaia di metri più in basso, il ghiacciaio del Pre de bar aveva una lingua che lambiva il sentiero e mi portava la sua aria fredda , il ghiacciaio del Triolet mi sembrava l’Ice Fall dell’Everest con i suoi salti ormai scomparsi, la lunga dorsale morenica fatta di brevi saliscendi la percepivo come un alpestre otto volante, il nevaio ripido e gelato che portava sotto le roccette nel mio immaginario era il Linceul e il primo, semplice contatto con quel granito grigio dalla grana grossa, era arrivato sulle mie mani come un treno in corsa. La grandezza stava nel sentirsi tutt’uno e intimamente in armonia con quelle regioni.

Davide Scaricabarozzi

Ricordo un’altra cosa: l’espressione terrorizzata del Don Silvano mentre sorvegliava il serpentone di ragazzini sparpagliato sulle rocce. Ah, ce n’è sono altre… l’arrivo al rifugio, la parete nord del Greuvetta dalla quale veniva giù di tutto, la vastità incomprensibile di ogni cosa e una stanchezza che non esisteva, perché dietro a ogni dosso c’era un mondo stratosferico da scoprire e questo annullava ogni fatica. Tornammo al campeggio nel tardissimo pomeriggio, tutti sani e salvi, felici e orgogliosi di essere stati in un rifugio vero.

Io avevo concretizzato una delle mie prime certezze: sarei diventato un alpinista.

Ci togliemmo quindi la puzza dai piedi e dalle ascelle andando a lavarci sommariamente nella Dora di Ferret mentre il sole spariva dietro la Brenva. Sullo slancio della gita al Dalmazzi si decise che saremmo andati al Boccalatte, a questa prossima avventura avrebbero potuto partecipare solo i ragazzi che avevano dimostrato una certa predisposizione a questo genere di passeggiate. Il primo passo verso la decisione di diventare un alpinista vero era compiuto dato che venni “selezionato” nella rosa di quelli capaci ed ero anche il più piccolo.

Qualche giorno dopo mi ritrovai a sbuffare sotto un sole potente sull’infinita morena in direzione del rifugio, al termine di questa il sentiero gira improvvisamente a sinistra traversando sotto il piccolo ghiacciaio delle Grandes Jorasses che, negli anni settanta, arrivava quasi a lambire il sentiero incerto.

A qualche metro dalla traccia c’erano blocchi di ghiaccio di tutte le dimensioni venuti giù dal fronte del ghiacciaio, non ero mai stato tanto vicino a una simile e sconvolgente meraviglia.

I ghiacciai mi hanno sempre affascinato, sono vivi, sempre in movimento, a tratti veri e propri labirinti pericolosi. Mi incantavano come le sirene di Ulisse, rappresentavano in tutto e per tutto la montagna vera.

Don Silvano si era fermato giusto sotto il ghiacciaio per sorvegliarci e per metterci fretta, sembrava volesse farci scudo con tutta la sua mole. Poi cominciava il tratto di rocce attrezzato con le catene, in salita tutto andò bene, viceversa al ritorno ci furono alcuni numeri funambolici fortunatamente senza incidenti… ma ci è mancato poco.

Il rifugio se ne sta abbarbicato su una grossa schiena di granito e la terrazza guarda sul ghiacciaio di Planpincieux che è un caos di torri gelate, crepacci e seracchi. Anche dal fondovalle faceva paura con tutte i suoi torrioni sfaccettati come cristalli di quarzo straordinariamente in bilico su ripide rocce grigie percorse da cascate d’acqua di fusione; adesso ero sopra quelle cascate e vedevo quello che non mi sarei mai immaginato di vedere.

E’ un luogo impressionante, bellissimo, unico e pervaso da scricchiolii, rumore di cose che cadono con tonfi di ogni genere e tonalità. Mi chiedevo da lì dove mai si potesse andare dato che non immaginavo di poter salire oltre per avventurarmi in mezzo a quel delirio in movimento.

Le vere cime stavano molto più in alto ma io non le vedevo ancora, le osservavo lontanissime ma non le vedevo ancora veramente, la mia cima finiva sul balcone del rifugio, quello che c’era oltre sfuggiva alla mia cognizione. C’è un tempo per tutto.

Durante il turno di campeggio degli adulti c’era chi andava a fare qualche via difficile col suo compagno ma si organizzava anche una bella gita “sociale” che impropriamente veniva definita come la traversata del Monte Bianco, dico impropriamente perché non si passava dalla cima ma ci si limitava a partire dal rifugio Torino per andare al rifugio Requin e quindi giù, lungo la Mer de Glace fino al Montenvers e poi a Chamonix.

E di questa fotografia sono andato fiero per tanto tempo…

Ne avevo sentito parlare e questa gita rappresentava un grande traguardo, avevo letto e studiato il percorso su una cartina dell’IGM che avevamo in casa, avevo anche tartassato di domande il Pinela, l’Angiolino al punto tale che proposero ai miei di andarci senza di me giusto perché si rendessero conto del percorso e poi che decidessero loro se farmi andare o meno.

Di sicuro i miei genitori non erano alpinisti e tornarono a casa da quella giornata con le opinioni sconcertate dei non alpinisti che si erano trovati a provare l’ebbrezza di esserlo, sfortunatamente l’ebbrezza era stata scalzata dalla paura e mia mamma, che è sempre stata lapidaria e le sue opinioni erano LE opinioni, mi disse che mai mi sarei dovuto sognare di poter fare una cosa del genere.

Ma come? Io ero andato al Dalmazzi, al Boccalatte, avevo letto i libri, avevo studiato la cartina… perché non sarei stato in grado? Mai e poi mai perdio!! L’anno seguente (1974) ci andai con tutta la combriccola, legato assieme a mio papà e al Pinela.

Arrivato sotto al col Flambeaux c’erano tutte le montagne che avevo visto in fotografia, tutte le montagne che avrei voluto salire, tutte le montagne che sarebbero poi arrivate negli anni a seguire. Mi persi in quella dimensione fatta di minerali e ghiaccio, di crepacci, di cime meravigliose delle quali conoscevo ogni nome e che sapevo sarebbero diventate parte della mia vita.

Dopo più di 40 anni ho ritrovato Don Silvano, ci siamo letti su Fb, passa da casa mia due o tre volte l’anno e in genere finiamo le nostre serate alticci e appagati perché nulla si è perduto. Con mio papà non ho mai più fatto una gita in montagna, se n’è andato troppo giovane. Anche questa è vita. E di questa fotografia sono andato fiero per tanto tempo…

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