Luna Nascente, Ansia morente

di Marina Morpurgo
(pubblicato su marinamorpurgo.weebly.com)

Ansia K. ansima e sudacchia nel bosco, a capo chino, cercando di non guardare la parete che l’attende. Si sforza di manifestare un enorme orgoglio per essere stata chiamata a salire l’ardita linea di granito mellico che porta il nome di Luna Nascente. Per tutta l’estate ha benedetto, invocato e ringraziato – genuflessa nella sua stanzetta d’albergo – la raffica di perturbazioni che l’hanno esonerata dal doversi cimentare. Ma come tutte le cose belle, anche le perturbazioni finiscono e un sole crudele e beffardo splende nel cielo, manco una nuvoletta striminzita cui rivolgere un appello.
Ansia cammina con un senso di morte imminente. Ad atterrirla sono stati i commenti gioiosi che tutti hanno fatto alla notizia della futura impresa. “Non vedo l’ora di leggere il racconto che farai del primo tiro”, hanno detto sogghignando e fregandosi le mani al solo pensiero. Il genere umano è cattivo, pensa la povera Ansia. Durante la notte nel sonno le hanno fatto visita le anime di vecchi alpinisti. Sono passati Cassin e Desmaison, Preuss e Gervasutti. Il fatto che tutti le abbiano fatto il gesto del cucù dicendo “Ma sta’ a ca’ tua” non l’ha rassicurata per nulla. Almeno ci fosse con lei il fidato Spiro sulla Croda Xodias, il fratello, il compagno di cordata, l’uomo dei passaggi chiave risolutori! Ma lui non c’è perché arrampica solo sul marcio e quel granito solido lo disgusta nel profondo.
Alla base del primo tiro, Ansia è costretta (non ha scelta) ad alzare lo sguardo. Vorrebbe tanto non averlo fatto. Le basta guardare la cordata di sconosciuti che ha davanti per capire la miserrima fine cui sta andando incontro. Il baldo e atletico giovanotto che parte per primo si appende al bordo di un tetto, e sbuffando tira su le gambe. Ansia si vede già spenzolare antiesteticamente e mollemente per almeno tre quarti d’ora finché non implorerà piangendo di essere ridepositata a terra e tornare a casa umiliata e sconfitta. Comunque per darsi un tono fa almeno finta di provarci, quindi con sforzo titanico afferra il bordo del tetto, pronta a mollarlo di fronte all’implacabile forza di gravità, la sua nemica mortale. Tuttavia l’unico istinto arrampicatorio presente in Ansia – quello della sopravvivenza a ogni costo – la spinge, per una volta, a fare la cosa giusta, a prendere una fettuccia che ha a tracolla e ad agganciarla al moschettone, e a metterci un piede. Bene, adesso è a posto. Purtroppo da qui non si muoverà mai più, lo sa. Starà lì nei secoli dei secoli con il suo piede destro infilato nella staffa, e il ginocchio destro infilato in bocca.

Foto di Luca Biagini

E giacché gli uomini sono crudeli non le resta che invocare Dio, il buon Dio. “Aiuto, Dio, aiuto,” singhiozza silenziosamente Ansia. E all’improvviso vede farsi più vicino l’azzurro del cielo, una forza possente la eleva. Il buon Dio la sta chiamando a sé, che caro! Speriamo solo che non esageri, sarebbe leggermente seccante. Ansia ringrazia devota, finché con la coda dell’occhio non vede il suo capocordata che dà vigorosi strattoni, attaccato alla corda come un campanaro. Forse il genere umano non è così crudele, in fondo. Ora saldamente incastrata in un camino, Ansia giunge sana e salva in sosta, incredula che il tutto si sia risolto nel giro di pochi minuti.
Rinfrancata e incoraggiata dalle acutissime e scomposte urla di terrore provenienti dalla cordata successiva, Ansia K. è pronta ad affrontare il secondo tiro. Guarda con sfida, quasi con arroganza, la breve placchetta verticale e liscia che l’attende. Ansia K. sulle placche di aderenza è un draghetto, una maga, non c’ha due piedi, c’ha due gloriosi sturalavandini! Purtroppo i piedi si rifiutano di prenderne atto. Scarpe maledette! si irrita Ansia, pattinando alla disperata e cercando di conficcare le unghie in una minuscola crepa verticale.
“Tutto bene?” le chiedono in sosta, dandole dei colpetti sul casco per ridestarla da un torpore post-traumatico. Che domande! Solo perché ha lo sguardo annebbiato e le fauci secche.
Ansia guarda su e vede la lunga fessura che porta su, su, su, su , metri e metri e metri e metri. Le vengono i crampi solo a guardarla. A metà del primo tiro in fessura sente che non riuscirà mai più a riportare le gambe in posizione normale e vivrà il resto della sua vita in semispaccata, come un vecchio compasso rotto. Verso la fine della prima fessura le chiedono non solo di sorridere, ma anche di salutare con una mano, per una foto ricordo. Con la tipica rassegnazione bovina che la coglie non appena si alza a un metro e mezzo dal suolo Ansia obbedisce stancamente e saluta tenendosi con una mano sola, e subito dopo si abbatte sul granito con grande clangore metallico. D’ora in avanti non saluterà mai più nessuno, se non con un prudente cenno del capo o un lampo di riconoscimento negli occhi (meglio).
Alla fine dell’ultimo tiro di fessura prima dell’Occhio di Falco ormai geme e sbuffa e rantola: nessuno le chiede più come stia, perché si vede che è in articulo mortis, però le continuano ad annunciare che di lì in poi la parete si abbatterà (stavolta tocca alla parete, un po’ per uno) e diventerà più facile. Ansia Kammerlander constata che per una volta non le hanno mentito. È in cima, è felice. O meglio sarebbe felice, se non le toccasse anche scendere. Ci mette il doppio che a salire, e sa che se il genere umano non fosse capace di gesti di infinita bontà i compagni di cordata la finirebbero a mazzate mentre lei striscia belando e imprecando e sbuffando e piagnucolando su fango e roccette, e potrebbero invocare tutte le attenuanti del caso.
Un grazie speciale a Luca e a Rocco, due santi.

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