Monte Bulghéria, il leone che dorme

Monte Bulghéria, il leone che dorme
di Gisella Forte
(già pubblicato su www.zingarate.com)

Il Monte Bulghéria è, semplicemente, una delle più belle montagne del Cilento. Non è altissimo, 1225 metri, ma stupefacente è la sua posizione geografica: è, praticamente, una “mano allungata” che permette all’Appennino di toccare il mare.

Punta estrema del massiccio calcareo che unisce la costa di Camerota con il sistema appenninico, si staglia solitario tra la valle del fiume Mingardo e quella del fiume Bussento, chiudendo nello stesso campo visivo lo spazio dai Monti Gelbison e Cervati al Golfo di Policastro. Questo poderoso bastione, capace di coprire, con il prolungamento del Monte Chiangone, circa 40 km di costa, è una sorta di “muro” protettivo, capace di creare un microclima talmente mite, nella costa tra Scario e Caprioli, da permettere la vita a piante tropicali come il banano, a pochi passi dalla vegetazione di montagna.

Geologicamente, le sue rocce carbonatiche del Giurassico, Triassico e Cretaceo hanno origine marina: il Leone viene dal mare, risultato di movimenti di milioni di anni, e sulla sua vetta sono stati ritrovati fossili marini. Questo tipo di roccia inoltre fa sì che il Monte, al tramonto, si tinga di mille gradazioni di rosa.

Cambia pure colore, la montagna con le conchiglie: sembra quasi un ossimoro al limite del paradosso, invece è quanto riserva la bellezza magica di questa terra.

Non serve essere provetti alpinisti per arrivare in cima – anche se alpinisti del calibro di Alessandro Gogna e Andrea Savonitto lo hanno scalato: bastano scarpe comode.

Il Monte Bulghéria rosa al tramonto, da Foria. Foto: Gisella Forte.

Chi supera lo sforzo di arrivare fin su, trova a ricompensa un panorama di quelli indimenticabili: dalla vetta, lo sguardo si apre sul mare, il mare di Palinuro e del suo Capo fino al Golfo di Policastro e oltre, con il Cristo di Maratea, la Calabria e l’isola di Dino e, nei giorni di cielo estremamente limpido, Stromboli e le Isole Eolie a sud, Capri a nord. Non meno suggestivo è il paesaggio guardando verso terra, verso l’interno e verso i monti: in lontananza, la catena dell’Orsomarso, verso il Pollino, e, molto più vicini, il Gelbison e il Cervati, dal quale nasce il fiume Bussento, che nella sua corsa verso il mare si inabissa per alcuni chilometri nel sottosuolo, creando la meraviglia naturale delle Gole del Bussento, a Morigerati, un inghiottitoio di bellezza inaudita, Oasi WWF.

Per le sue emergenze storico-naturalistiche, il massiccio del Bulghéria è uno dei siti più importanti d’Europa. Abitato fin dal Paleolitico per la sua natura calcarea e la presenza di numerosissime grotte, frequentato sicuramente in tutta l’antichità, fin dal tempo dei Lucani, il Monte Bulghéria deve il suo nome ai soldati bulgari di stanza in questa zona, durante la guerra greco-gotica (V sec. d.C. circa). I monaci basiliani che costruirono in tutta la zona cellae e laurae misero la loro sapienza ad uso di queste terre, sfruttando ciò che la natura offriva e piantando ciò che la natura permetteva coltivare: furono loro, per esempio, che inaugurarono la coltivazione della liquirizia, sul monte come in tutta la zona. I paesi che sorgono ai suoi piedi, punti di partenza dei sentieri che arrivano fin su in cima (Celle di Bulghéria, con chiese di chiaro stampo orientale, come Santa Sofia nella sua frazione Poderia, Acquavena, Bosco, San Giovanni a Piro, Roccagloriosa…)  portano tutti testimonianza di questa lunga storia, e del legame profondo tra la montagna e gli uomini che la abitavano.

Legame vivissimo anche nel presente, perché il Bulghéria è, tout court, una ricchezza infinita.

José Ortega, amico e allievo di Picasso che visse moltissimi anni a Bosco, scolpì il Monte in una scultura che adorna la piazza di questo bellissimo paesino.

La biodiversità del Monte Bulghéria è leggendaria. La fauna è estremamente variegata, numerosissime le specie di rettili, uccelli, mammiferi, insetti… molte delle quali rare, protette, a rischio estinzione. Il passero solitario e le vacche podoliche, da cui si ricava il latte per quell’eccellenza alimentare tipica del Parco del Cilento, che è la mozzarella nella mortella (fiordilatte di vacca in rami di mirto, che spontaneo cresce a frotte in tutto il Parco, e dà alla mozzarella un aroma unico e un gusto irripetibile), il falco pellegrino, il cervone, il nibbio reale, il succiacapre, l’averla piccola. E poi cinque specie di chirotteri, cinghiali, volpi, ramarri, libellule di importanza comunitaria, tordi, beccacce, ululoni, cuculi, e molto, molto ancora.

A poco più di 200 metri di altitudine, giganteschi ulivi secolari (il monumentale ulivo pisciottano del Cilento arriva anche a 18 metri di altezza) crescono a fianco di castagni, secolari anche loro, e felci.  Giusto un assaggio della splendida vegetazione che ospita questa montagna bellissima: frassini, lecci, carpini, corbezzoli, aceri, biancospini arricchiscono il bosco insieme ad altre piante, tipiche della macchia mediterranea, come il pungitopo, la salsapariglia, l’alaterno, l’erica arborea, l’asparago, il lentisco, l’elicriso, la tagliamani, detta nel Cilento erba spartea, dalle cui foglie si produce una corda molto resistente, e dai cui steli della spiga si ottengono cesti e vassoi, le spaselle su cui si essiccano i fichi bianchi del Cilento, prodotto DOP. L’erba spartea è inoltre l’habitat della Galatea Italica, lepidottero endemico del Sud Italia inserito nella lista rossa dello IUCN perché a rischio estinzione. E ancora numerose specie di orchidee spontanee, campi di origano spontaneo, liquirizia, rosa canina, e lavanda, la cui fioritura sulla roccia aspra regala uno spettacolo magico.

La parete est del Monte Bulghéria, da Bosco

Alla lavanda è legata anche una leggenda, “l’errore di Dio”: si racconta che quando il Creatore stava dando forma al mondo, perse dalle sue mani dei semi di lavanda, che caddero solo su un fianco del Monte Bulghéria, quello più arido.  Non volendo però sprecare quel bene, il Creatore decise di dargli comunque germoglio, nonostante quella terra dura. Ogni fioritura sulla pietra nuda è quindi il ripetersi dell’“errore miracoloso”.

Non è l’unica leggenda che si racconta sulla montagna, perché nel tempo antico del mito si credeva che giganti e ciclopi la popolassero, a guardia di una terra cui tutti ambivano perché baciata dagli dei.

Ancora oggi, il Monte Bulghéria viene chiamato Il Leone che dorme, perché la sagoma che disegna, guardandolo da una delle sue prospettive, è proprio quella di un leone addormentato, con la testa rivolta a Oriente, quell’Oriente da cui arrivarono i monaci e i bulgari che gli diedero nome proprio.

E agli abitanti che lo guardano piace pensare che il leone dormiente sia lì, solitario e immoto, a proteggere da sempre e per sempre il paradiso in cui si innalza.

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