Paura e coraggio del pomodoro di mare

Paura e coraggio del pomodoro di mare
di Chiara Baù
(pubblicato su www.imperialbulldog.com il 17 agosto 2018)

Mi trovo a navigare lungo costa su una canoa, come fossi una piccola indiana. Sul bagnasciuga gli schiamazzi dei bambini si confondono con il verso delle sterne, meglio conosciute come rondini di mare, che con prepotenza tentano di scacciare i cormorani dagli scogli. I gabbiani assistono indifferenti a queste piccole battaglie per la conquista del territorio, occupati a procurare il cibo per i piccoli nati in primavera. Purtroppo i rifiuti sulla spiaggia attraggono la loro attenzione più di qualche pesce che liberamente nuota a pelo d’acqua, incuranti del pericolo incombente.

I bambini si dividono tra abili costruttori di castelli di sabbia e piccoli pescatori muniti di retino, intenti a raccogliere quelle meduse che le tartarughe di mare hanno risparmiato. Anche qualche piccolo pesce finisce incautamente nel retino, fortunatamente è solo un gioco. Dopo qualche istante i bambini libereranno il loro bottino restituendolo al mare.
In tale scenario, una piccola spiaggia delimitata da scogli scolpiti dal mare nasconde un osservatore alquanto silenzioso, degno di particolare attenzione.
L’Attinia equina, comunemente chiamata pomodoro di mare. Con la mia fantasia potrei definirlo il supereroe del bagnasciuga per la sua notevole resistenza alle sollecitazioni esterne, grazie alla capacità di sopravvivere senz’acqua per parecchie ore.

Silenzioso, immobile, sembra osservare dalle fenditure dello scoglio tutto ciò che succede intorno. Al giorno d’oggi si tende a non ascoltare, tutti parlano, molti urlano, in pochi sentono. Il pomodoro di mare non può permettersi di non ascoltare, deve adeguarsi ai ritmi della natura, suo compito è osservare la luna, colei che definisce i suoi ritmi di vita e che con forza invisibile controlla i movimenti del mare in ogni istante.

Non si tratta certo del sistema uditivo del pomodoro di mare ma della sua eccezionale capacità di osservare, e capire i passaggi tra alta e la bassa marea.

Nel frattempo sulla spiaggia tutto si svolge con il naturale ritmo estivo.

I sub, muniti di tutte le attrezzature, salgono sui gommoni desiderosi di immergersi e osservare murene, polpi, coralli, tutte forme di vita meravigliose ma trascurando questi piccoli esseri viventi un po’ buffi, i pomodori di mare. E’ come quando ci si perde davanti a un quadro di Renoir, come il ritratto Le fanciulle sul prato dove le protagoniste si lasciano andare alla contemplazione della natura. In quel momento mi sentivo una fanciulla sul mare pronta ad ammirarne i suoi misteri.

Attinia equina – © aknews.it

Siamo abituati a considerare il pomodoro di mare come qualcosa di rotondeggiante, un po’ viscido, abbarbicato sullo scoglio. Eppure questo semplice organismo può essere paragonato ad un cammello nel deserto.
Raramente lo sguardo in spiaggia cade su quella piccola fascia di sabbia o scogli bagnati e rinfrescati dalla marea per essere momentaneamente abbandonati a se stessi, quando l’onda scompare perché il ritmo del mare impone un alternarsi regolare di bassa e alta marea.

Navigando su una canoa, a pochi metri dalla riva, rifuggo quel mix caotico di rumori da spiaggia, rifugiandomi tra le onde che già a pochi metri dalla riva cullano la mia piccola imbarcazione da indiana.
A dispetto del nome comune, il pomodoro di mare non è una versione acquatica del noto ortaggio, bensì un animale marino, nello specifico uno cnidario, un celenterato antozoo appartenente all’ordine delle Attinie. Analogamente a tutte le attinie, l’Attinia equina ha una sola apertura nella parte superiore del corpo che funge sia da bocca per introdurre il cibo nella cavità digerente, che da ano, per espellere le sostanze di scarto.
Il coraggio e la paura di questo organismo sono legati all’habitat dove vive, anzi sopravvive. Popola infatti la cosiddetta zona intertidale, ossia il litorale bagnato che dipende dalle maree, che emerge in condizioni di bassa marea e viene sommerso con l’alta marea.

Alleno gli occhi a quella piccola porzione di bagnasciuga soggetta a variazioni continue e scopro il grande coraggio del pomodoro di mare che manifesta la sua resistenza proprio quando la bassa marea si impone con il suo ritmo, influenzata dalla forza di attrazione della luna che richiama l’acqua verso di sé.

Attinia equina durante la bassa marea

Durante la bassa marea il pomodoro di mare si trova spesso fuori dall’acqua e resiste a questa condizione grazie alla capacità di ritrarre i tentacoli, assumendo una forma subsferica cui appunto è dovuto il suo nome.
In tale condizione chiude il disco orale, conservando una riserva d’acqua all’interno della cavità digerente, così da prevenire la disidratazione per diverso tempo, proprio come avviene per il cammello che immagazzina acqua nel flusso sanguigno, e assumendo l’aspetto di una piccola palla gelatinosa con un incavo al centro, simile nell’aspetto ad un pomodoro.

Mi sembra l’immagine di una donna che racchiude tra le braccia chiuse sul grembo ciò che più le sta a cuore.

Come per tutti gli esseri viventi, l’acqua per l’attinia costituisce la sopravvivenza. La paura nel vivere in un ambiente tanto provante è superata dal coraggio di racchiudere tra i tentacoli una sufficiente riserva d’acqua.
Scopro il suo coraggio nell’affrontare la completa inondazione quando la marea si alza; nel momento in cui l’acqua torna a coprirla, l’attinia si riapre, estroflettendo i suoi tentacoli alla ricerca di cibo.

Osservandola sott’acqua, si può notare come il lento sciabordio delle onde faccia fluttuare le braccia tutt’intorno e non è difficile in questa fase paragonarla ad una ballerina intenta in una danza come quella del Lago dei Cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Ecco che il pomodoro di mare si trasforma in un fiore. L’acqua gli dona una tale leggiadria da immaginarlo come un grande stimolo di libertà nonostante sia ancorato al fondo.

Il suo nutrimento è costituito da organismi planctonici, piccoli crostacei e pesci o detriti organici che giungono alla portata dei suoi tentacoli. Questi, infatti, hanno proprietà adesive che bloccano la vittima e successivamente la paralizzano con filamenti urticanti. A questo punto spingono la preda verso il centro del corpo, dove si apre la grande bocca.

Attinia equina durante la bassa marea

I tentacoli urticanti vengono utilizzati sia per la predazione, paralizzando le prede, che per la difesa. Il corpo poggia su un disco pedale che consente all’animale di aderire al substrato e, nel frattempo, di effettuare lenti movimenti per strisciamento, arrivando a compiere non più di mezzo metro al giorno. Quando l’acqua lo abbandona non può fuggire ma deve avere il coraggio di rimanere. C’è da chiedersi come possa un organismo sopravvivere a tante prove di forza.

I tentacoli, circa duecento, con una lunghezza di 2 cm ciascuno, vengono ad un certo punto completamente estroflessi, quasi il pomodoro di mare si rivolgesse al nuovo dispositivo Google Home ordinandogli “Hey Google aprimi i tentacoli”. Per fortuna il pomodoro di mare agisce ancora da solo, contrariamente ai vari automatismi che ci stanno invadendo. Mi trovo estranea a questi nuovi meccanismi che prevedono l’utilizzo di un dispositivo tondeggiante che evade i nostri comandi e la nostra curiosità. Per quel che mi riguarda sia Siri con la sua voce parlante sia Google Home rimarranno in un angolo.

Aver scoperto il segreto del pomodoro di mare mi porta a osservare la zona di marea con occhio diverso. Proseguendo la mia esplorazione in canoa mi chiedo quanti altri stratagemmi adottati da essere viventi in questo habitat mi siano fino a quel momento sfuggiti.
Si tratta di un ambiente ostico e difficile per molti organismi marini, un ecosistema turbolento a causa del moto ondoso, soggetto a intensa evaporazione durante la stagione calda e a notevoli incrementi della salinità. Ad esempio le piccole dimensioni di certi pesciolini permettono loro di affrontare il moto ondoso ed evitare di essere spazzati via, grazie ad una ridotta esposizione della superficie corporea.

Foto: Chiara Baù

La pelle delle specie intertidali è molto resistente rispetto a quella di loro parenti che vivono in acque aperte. Ad esempio nei pesci Gibidi le scaglie sono unite tra loro molto saldamente, i Blennidi e i Giescocidi ne sono privi, mentre nelle famiglie degli Sticheidi e nei Folinidi sono notevolmente ridotte; si tratta di adattamenti atti a prevenire le abrasioni della superficie del corpo, poiché le zone intertidali sono spesso sottoposte all’azione violenta del moto ondoso.

Le specie adattatesi a nuotare con maggior frequenza in acque basse secernono grandi quantità di muco per lubrificarsi e fuggire velocemente in caso di pericolo.

Esemplare tipico è un pesciolino della famiglia dei Bennidi, denominato Alticus kirkii che ha la capacità di far rientrare la cornea e adattare perfettamente l’occhio ad una visione terrestre. In acqua la cornea torna al suo posto per avere una perfetta visione subacquea. Più scopro questa peculiarità, più cresce in me un senso di riverenza nei confronti della natura per questi piccoli, grandi colpi di genio.

La vescica natatoria delle specie che rimangono sul fondo delle pozze di marea è ridotta o del tutto assente. Il peso specifico dell’animale risulta superiore a quello dell’acqua, consentendo a questi pesci di rimanere a contatto con il fondo senza dispendio di energia, cosa che tuttavia impedisce il nuoto, per cui molte specie compiono per lo più guizzi e brevi escursioni dai loro rifugi in cerca di cibo.

Sempre in tema di incredibili adattamenti della natura, ricordo come venni a conoscenza durante una spedizione in Himalaya della diversa composizione del sangue degli sherpa. Questa popolazione himalayana si è adattata talmente bene a vivere ad alte altitudini da aver sviluppato una piccolissima mutazione genetica che consente di produrre una minor quantità di globuli rossi. Anziché livelli crescenti di questi ultimi, in condizioni di minor disponibilità di ossigeno, la peculiare conformazione genetica dà agli sherpa la stabilità nel tempo, cioè la capacità di trasportare una quantità adeguata di ossigeno in tutto il corpo anche in condizioni di altitudini elevate quando è più difficile trovarlo nell’atmosfera circostante.

Per non parlare del carattere affabile di questa popolazione, e dei loro volti sempre sorridenti, anche in situazioni di estrema difficoltà. Provo ancora oggi un senso di colpa per aver concesso loro di trasportarmi lo zaino, anche se per loro è un’opportunità di lavoro e per me un contributo al loro sostentamento.

Foto: Chiara Baù

Se il pomodoro di mare faceva scorta di acqua con i suoi tentacoli, stando a contatto con gli sherpa facevo scorta di positività e armonia, valori che hanno in seguito fortemente influito il mio stile di vita.

Dopo tante osservazioni offerte dal mare, stanca per la lunga pagaiata, mi fermo in una piccola insenatura avvolta da pareti scoscese; felice di conciliare il riposo con una natura incontaminata ripenso ai pomodori di mare, capaci di riempirmi i pensieri con i loro insegnamenti di grande resilienza.

Le pareti sovrastanti sembrano proteggere la spiaggia dalle mareggiate, come uno scudo pronto a difendere ogni granello di sabbia facilmente rapito dal vento e dalle onde impetuose.

Forte del richiamo della natura incontaminata e dei suoi misteri, mi trovo a pensare che dove il mare incontra la montagna, non resta che stare in silenzio ad ascoltare il loro dialogo ricco d’amore e semplicità.

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