Profumo di Provenza

Profumo di Provenza
di Paolo Bursi (24 anni, Buttapietra – VR)

 

[…] Questo weekend, rientrando dall’ennesima giornata in parete ho ripensato alla giornata che ha sancito il mio amore per la scalata.

Scalavo da poco tempo e passavo i pomeriggi finita la scuola a sfogliare le vecchie riviste di arrampicata di mio padre, scalatore degli anni ’80, decine e decine di foto di scalata in Provenza. Calcare grigio, appoggiato che più si erge in verticale e più vira colore passando dall’azzurro fino al giallo-marrone, segno di oltre-verticalità della parete. Vedere un uomo salire su certe sculture della roccia provoca il più volte citato effetto Carpenter.

Osservando queste immagini non potevo che essere in trepidante attesa del weekend. Il primo weekend di maggio siamo andati a scalare in una storica falesia, palestra di svariati eroi del passato, Stallavena. Ero eccitato all’idea di poter scalare in questo empireo, ma la mia eccitazione era condita da notevole timore: la parete è rinomata per la sua durezza.

Stallavena, provincia di Verona

Sabato pomeriggio al parcheggio siamo mio fratello, mio padre, il Beppe ed io, rapidamente arriviamo alle pareti. Il Beppe decide di andare nel settore più severo della parete: “Ferratina”. Strapiombi nella prima parte, pareti verticali che terminano strapiombanti nella seconda e placche grigie e lisce nella terza, il termine del settore è determinato da un solenne diedro perennemente all’ombra, tutte le vie sono occupate. Troviamo un settore libero: “Peruviana”. Togliamo gli zaini, ci imbraghiamo. Faremo due cordate: il padre e il Beppe, mio fratello ed io. La cordata con più esperienza mi consiglia di fare come riscaldamento la via che dà il nome al settore, una placca che termina con un camino lievemente aggettante. Non ci penso un attimo e parto. In poco tempo mi ritrovo alla base del camino, capisco che per arrivare fino alla catena di calata devo stringere i denti, più salgo, più il vuoto diventa padrone ed io una semplice formica che avanza nell’ignoto. A pochi metri dall’uscita comincio a trovare la roccia bagnata, ma ormai sono entrato dentro la via, niente mi può fermare. Arrivo in catena. Calandomi, penso che le dicerie sulla durezza della parete siano fondate.

Seguono altre vie, progressivamente più dure per riscaldare bene tutto il corpo. Più scalo e più prendo confidenza con la parete, la roccia e l’ambiente che mi circonda.

La voglia del continuo miglioramento di sé, permette di non fermarsi davanti alle difficoltà e di continuare a progredire incessantemente verso la meta prefissata. Grazie alla scalata e all’alpinismo ho trasportato questo concetto nella vita di tutti giorni, e più miglioravo in quelle discipline e più il mio modo di vivere ne era influenzato, le avversità non erano più eventi da temere, ma sfide da superare per raggiungere l’obiettivo.

Finito il riscaldamento, ci prendiamo una pausa, mentre riposiamo si parla del ruolo che ha assunto questa fascia rocciosa nella storia, dagli albori fino ai giorni presenti. Il Beppe ricorda una via del settore, di livello al limite delle mie possibilità, e afferma: “Vedi Paolo, se riesci a salire quella via, potrai salire tutte le vie di quel grado lì”. Mi sentivo Castaneda che pendeva dalle labbra di Don Juan, provare la via rappresentava l’inizio del Cammino del Guerriero.

Da Trets, Mas du Biaou, Provenza: alba sulla Montagne de Saincte Victoire

Osservo la via, 26 metri, inizia da una placca verticale con numerose piccole prese orizzontali, prosegue su una placca a gocce, con micro-appoggi che attraversa lentamente verso sinistra, per poi rimontare un tratto più ripido e riportarsi verso destra con una splendida arrampicata su gocce che accompagna ad un tetto. Superato il tetto, una facile placca a buchi permette di raggiungere la catena con poche difficoltà. Studio la via, richiede sia forza nelle dita che resistenza. Più la osservo e più la voglia di salirla aumenta, ma il dubbio di non essere all’altezza mi attanaglia.

La paura di dover ritirarmi è elevata, ma la voglia di testare le mie capacità non è da meno. Decido di partire, al Beppe e a mio padre si illuminano gli occhi, la luce che in loro si era assopita da 16 anni è tornata a brillare. L’allievo sta compiendo il grande passo per riuscire ad affermarsi. Don Juan ne sarebbe fiero.

Mentre mi lego il rumore che prima aleggiava nell’aria si riduce progressivamente, fino a scomparire, metto le scarpette, comincia a soffiare un vento da Nord, freddo e rigenerante. I miei guru decidono di guardarmi nel tentativo dell’ascesa, farò il possibile per non deluderli. Si parte. Primo muretto: la pelle è consumata, la roccia affilata, contengo il dolore, incrocio le mani e raggiungo una presa dove è possibile recuperare delle energie. Il vento mi porta al naso gli odori della primavera, profumo di gemme, assaporo l’attesa dell’arrivo dell’estate. Riprendo, mi ritrovo sulla placca che devia verso sinistra, qui serve delicatezza, precisione ed equilibrio. Tocco le prime gocce, mi sembra di essere sulla mitica Mangoustine Scatophage in Verdon, tempio sacro dell’arrampicata sportiva provenzale, più salgo, più sento che il movimento è fluido, elegante e in armonia con la roccia. Il vento si è fermato, sudo, l’unica mia salvezza è la mitica polvere bianca che tanto vedevo nelle foto. Continuo, supero il secondo muretto; le braccia, le gambe, i piedi e le dita cominciano a cedere, trovo una presa per recuperare le energie, focalizzo i pensieri per evitare di sentire male, sento l’ambiente e la natura che mi circondano. Profumo della primavera e odore di sudore, la fusione della sensazione olfattiva si associa a una ripresa del vento. Il sudore cessa, rimane solamente il profumo della roccia e del nuovo ciclo di vita che sta tornando. Inizio la placca che, attraversando verso destra porta al di sotto del tetto. Il dolore è scomparso, mi concentro sull’eleganza della scalata, a metà del traverso c’è un passaggio delicato, allargo il piede destro, prendo una gocciolina bassa per la mano destra, carico il piede destro e porto il peso su un micro-appoggio, avvicino il piede sinistro e incrocio la mano sinistra a prendere una pinza buona, movimenti più facili portano alla base del tetto. Niente riposi: prese piccole, scomode e dolorose. Serve forza e rapidità d’azione per passare il tetto senza poterlo studiare. Sotto il tetto il vento tace, profumo di roccia, non ho tempo né forza di capire se sto sudando. Smagnesio la mano destra, prendo la prima presa, intingo anche la mano sinistra, seconda presa raggiunta. Non trovo i piedi per salire ulteriormente. Li cerco disperatamente. Niente piede destro. Niente piede sinistro. La magnesite della mano destra si sta assorbendo. Devo sbrigarmi. Affaccio la testa fuori dalla verticalità della parete, arriva una folata d’aria. Sento l’aria, vedo una presa sul limite del tetto, ascolto gli incitamenti dal basso. Con un movimento dinamico raggiungo la presa. I piedi si staccano dalla roccia. Tutto il vento che mancava sotto il tetto mi abbraccia e mi infervora dell’ambiente che mi circonda, contengo la perdita dei piedi, aggancio il tallone, inizio il movimento per rimontare il tetto. Il vento è tornato a rinfrescare il mio corpo stremato, la meta è vicina, non posso mollare. Carico il tallone, prendo un verticale di sinistro, ristabilisco il piede destro, con un movimento al limite raggiungo l’unica presa buona della via. Il tetto è passato, devo tranquillizzarmi e rimanere focalizzato sulla via, non posso fallire. Riposo. Il vento è mio amico. Dalla presa esce un cespuglio d’erba: sento la primavera all’ennesima potenza.

Provenza: dalla rive gauche verso le falesie del Verdon

Vedo le pareti verticali delle falesie provenzali, il vento che scompiglia i capelli.

La salita si conclude in pochi metri di scalata, conduce sempre più vicino al bosco, il profumo mi inebria completamente, salgo godendomi gli ultimi movimenti in un continuo brivido tra riuscita e fallimento. Catena. Gioia. Sono completamente immerso negli odori, nei suoni e negli eventi che la roccia, il bosco e la natura mi creano. Esternamente a me è un tripudio di gioia e serenità, internamente ho solo il silenzio e la consapevolezza di aver iniziato il cammino per poter diventare un “guerriero”, non solo della roccia.

Scendendo mi sono riguardato ogni presa, la roccia è super, paragonabile a quella provenzale, e ho ripensato a ciò che avevo appena compiuto. L’aver salito “a vista” questa via dipende soprattutto da quanto hanno creduto in me i miei guru, ho raggiunto stati coscienza di me mai provati prima, e continuando a scalare, questi eventi si sono susseguiti svariate volte. Nonostante i fallimenti siano sempre più numerosi delle soddisfazioni, gli insegnamenti che ogni salita lascia diventano pietre miliari per sopravvivere nella vita di tutti i giorni.

Ritornato alla base i miei mentori si sono complimentati con me, non si aspettavano questo risultato, o forse lo sapevano fin troppo bene, ma non potevano non complimentarsi per la salita di Profumo di Provenza.

 

Profumo di Provenza ha vinto il 27 aprile 2018 la sezione @vventura del concorso Premio ITAS MontagnaAvventura.
Ecco la motivazione della giuria, presieduta da Enrico Brizzi:
“La precisione è qualità fondamentale nella scrittura come nell’arrampicata, e in questo caso siamo di fronte a un “recit d’ascension” di rara efficacia.
La roccia non è semplice roccia. È: “Calcare grigio, appoggiato, che più si erge in verticale e più vira colore passando dall’azzurro fino al giallo-marrone, segno di oltre-verticalità della parete”.
Le vie sono descritte con la passione di chi si approccia a un’attività, l’arrampicata, che non è solo sport ma s’impone come un vero e proprio stile di vita.
“Strapiombi nella prima parte, pareti verticali che terminano strapiombanti nella seconda e placche grigie e lisce nella terza, il termine del settore è determinato da un solenne diedro perennemente all’ombra”.
Scrittura controllata e potente – precisa negli appigli e negli appoggi, verrebbe da dire – immaginifica e urgente come sono urgenti le passioni che ci tengono al mondo”.

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