Tarda estate

di Renzo Bragantini

Sono passati più di sessanta anni, ma è come fosse ieri; è anzi forse il ricordo più tenace, e tuttora ricorrente, degli ultimi anni della mia infanzia, di me attorno ai dieci anni. Con tutta la famiglia (i genitori, noi sette figli), come da tempo accadeva, eravamo in val di Fassa, a Pozza (più precisamente a Meida), in affitto presso i Cincelli, cognome comunissimo in quella zona. Era la fine dell’estate, lo ricordo nitidamente, perché i larici (gli alberi che ho sempre preferito rispetto ai più stilizzati ma meno poetici abeti) erano già tra il giallo e il rosso. Ignoro per quale ragione i miei mi avessero concesso di trascorrere quattro o cinque giorni nella baita montana dei nostri padroni di casa, in alta val san Nicolò, posto ancora stupendo, ma allora, meno frequentato com’era, semplicemente fiabesco. Forse i miei volevano premiarmi per una condotta giudicata positiva in famiglia; ma altrettanto, e forse più probabilmente, data la fama che avevo di carattere piuttosto prepotente e violento, desideravano tenere alla larga un tipo difficile da controllare.

Settembre 1966. Renzo Bragantini in arrampicata sul Piz da Lec de Boè
Renzo Bragantini in arrampicata sul Gran Sasso

Fatto sta che partimmo da Meida trainati dal cavallo dei Cincelli, per lavori di fienagione da cui ero affascinato. Non minore attrazione esercitava su di me il fatto che per il periodo della mia permanenza in baita avrei dormito sul fieno e mangiato polenta e formaggio, piatto di cui ero, e resto, ghiotto.

In quei pochi giorni i gentilissimi e, c’è da giurare, pazientissimi padroni di casa, mi insegnarono a falciare il fieno con un attrezzo adatto alla mia statura, e a mungere; soprattutto, mi insegnarono il rispetto di quel luogo silenzioso. Ricordo perfettamente il blu cobalto del cielo, il gruppo del Catinaccio in ultimo piano, vicine invece le più misteriose e ombrose cime della Vallaccia, in quelli anni pressoché deserte. Ricordo soprattutto il suono del vento tra gli alberi, che accendeva la mia immaginazione.

15 agosto 1972. Renzo Bragantini sulla via dei Pulpiti al Gran Sasso
Renzo e Salvatore Bragantini in vetta al Gran Sasso dopo la salita della via dei Pulpiti, 15 agosto 1972

Alla fine di quel periodo si ripeté inspiegabilmente il miracolo: per premiarmi della mia condotta, o più verosimilmente per stare un po’ in pace l’ultimo giorno senza essere tempestati dalle mie domande, i Cincelli mi permisero di fare una breve gita da solo, con la promessa che non sarei andato troppo oltre il colle che sovrastava la baita.

Il tempo era ancora abbastanza bello, ma per la prima volta qualche nube si affacciava, sospinta dal vento. Man mano che mi avvicinavo al colle, sentivo che dal versante opposto il vento stava crescendo, così come le nuvole  prendevano sempre più corpo. Arrivato al colle  (che, avrei saputo dopo, era il passo di san Nicolò, accanto al col Ombert) rimasi profondamente deluso. Davanti a me un impenetrabile tendaggio di nubi impediva qualsiasi vista sull’altro versante. Erano nubi grigie, minacciavano tempesta, e, dopo essermi un po’ inerpicato in direzione del col Ombert, decisi che era meglio scendere prima di bagnarsi fino all’osso.

Renzo e Salvatore Bragantini al Gran Sasso, primi anni Settanta

Ma, proprio un attimo prima di dar corso alla decisione, successe quello che non mi aspettavo più. Un colpo di vento più potente degli altri aprì in un attimo lo scenario e, insieme col suono crescente agli orecchi, alla vista si spalancò una piccola porzione di quella che, agli occhi di uno spettatore ancora bambino, si annunciava come una montagna di dimensione e potenza mai viste. Grigia e corrucciata tra scure nubi sfrangiate, di proporzioni che intuivo immense, avevo di fronte a me, ma non lo sapevo, uno spicchio della parete sud della Marmolada. Allora non avevo i mezzi per chiarire a me stesso cosa stessi vivendo. Credo però sia stata la prima volta in cui, ma appunto solo a posteriori, posso dire di aver sperimentato di persona due condizioni: da una parte, la capacità di stupefazione che è propria solo dell’infanzia (dopo ci si meraviglia, o ci si sbalordisce, ma è cosa tutta diversa e insignificante); dall’altra, la percezione del sublime non come apollinea corrispondenza delle parti e compiuto appagamento dei sensi, ma come manifestazione del terribile e del grandioso, che annienta l’uomo mostrandogli la sua insignificanza, ma insieme lo attrae in una vertigine estetica consistente nell’annientamento dell’io di fronte allo strapotere della natura. Da quel momento appresi anche una lezione che gli anni seguenti mi avrebbero confermato: contrariamente a quanto si pensa, la nostalgia, che tutti riteniamo un sentimento postumo rispetto agli eventi, si presenta da subito con l’avvertimento di qualcosa che dobbiamo ritenere, per non perdere la ricchezza vitale del momento. Anche per questo dei tanti momenti o luoghi per me importanti o decisivi non ho quasi mai cercato documentazione fotografica. Ricordare e richiamare alla memoria sono due cose totalmente differenti, e ho sempre scelto la prima.

Salvatore e Renzo Bragantini al Gran Sasso, primi anni Settanta

Non sapevo ancora quanto la montagna avrebbe significato per molti di noi, particolarmente per mio fratello Salvatore e per me. Ma per quanti momenti indimenticabili, e per quanti dolorosi ricordi, la montagna mi abbia dato in consegna, nulla può, ancora oggi, pareggiare lo stregante fascino di quella visione, la rivelazione di un dono improvviso tra lo squarcio di nubi.

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