Alpi, 4000 da collezione

Introduzione di Alessandro Gogna
ad Alpi, 4000 da collezione di Luciano Ratto, Graffio editore)

E’ una caratteristica dell’uomo in generale quella di misurare e catalogare il mondo che lo circonda. L’alpinista, innamorato delle forme e della grandiosità della montagna, non ha mai fatto eccezione. Sapere a quanti metri sul livello del mare una cima era posta è stata fin dall’inizio una curiosità dell’alpinismo, anche se definita “scientifica”. Come per i bambini che imparano a contare è utile il gioco, così quest’ultimo riveste grande importanza nelle manifestazioni della nostra passione alpinistica.

Tutti sanno che al mondo ci sono quattordici Ottomila, pochi sanno che i Quattromila delle Alpi sono ottantadue. E ancora meno sanno che si è cominciato a contare le montagne alpine di 4000 metri ben prima di quando lo si è fatto per gli Ottomila nelle montagne asiatiche.

Questo libro è l’enciclopedia dei Quattromila, rigorosamente appoggiata sulla geografia e su altri due ben chiari criteri di selezione. C’è la storia di come si è arrivati a questa precisa selezione, c’è la spiegazione del perché le selezioni precedenti fossero probabilmente meno solide, anche se ugualmente degne di rispetto. Alcuni paragrafi riferiscono le nostre piccole manie, nonché i record (anche quelli bislacchi) che negli anni si sono registrati su queste montagne, le curiosità.

Nella mia attività alpinistica per la verità non ho mai salito molte cime di 4000 metri, il mio indirizzo di ricerca era rivolto ad altri aspetti. Sono stato accettato nel Club dei Quattromila, ed è un onore per me: ma di certo non per la quantità di vette di quella quota da me salite. Ricordo che da adolescente catalogavo tutto, registravo quante salite a cime di 2000, o 3000 avevo fatto, quale era stata l’evoluzione del mio record di altezza personale. Per non parlare delle difficoltà. La mia mente razionale trovava spazio di grande gioco in queste conoscenze e l’immensità un po’ anarchica della montagna era da me ridotta alla mia misura, tramite liste, tabelle, elenchi. Tutte produzioni mentali che non ho mai rigettato, anzi. Si può arrivare alla contemplazione attraverso l’azione come la non-azione. Si può arrivare alla felicità analizzando e classificando come pure rifiutandosi di farlo in un tentativo di abbraccio totale. Il nome che diamo alle cose è l’unica vera impronta umana: ho il sospetto che sia più importante il nome di una vetta che le più o meno numerose orme che vi lasciamo salendola. E se alla vetta associamo anche un numero allora completiamo un processo di assimilazione che inizia nel momento in cui la vediamo per la prima volta, magari solo in fotografia.

Leggere questo bellissimo libro, tra l’altro ricco di belle immagini, non è solo un viaggio alpino in rarefatta alta quota. E’ un concedersi il lusso di peregrinare nel tempo, dalle epoche di Karl Blodig fino a quelle di Patrick Berhault e Ueli Steck. E’ essere compartecipi di un processo di conoscenza finalmente innocuo, al contrario di altri meccanismi conoscitivi che spesso finiscono per sottomettere gli oggetti. Qui l’oggetto montagna, studiato nei minimi dettagli, mantiene quella carica emotiva che dai tempi iniziali ha sempre esercitato sui suoi rispettosi ammiratori: quelli che hanno saputo sublimare le proprie necessità competitive in valori e definizioni piuttosto che in risultati agonistici.

Strahlhorn. Foto di Marco Gabbin.
Pubblicato il