L’ultimo re della Patagonia

Alberto Benini
Edizione di Alpine Studio

La quantità di nuovi titoli di libri di montagna che Alpine Studio da parecchi anni immette sul mercato è sempre assai alta. La collana OltreConfine è ormai al trentottesimo volume con la bellissima biografia di Casimiro Ferrari, L’ultimo re della Patagonia, di Alberto Benini. Già edito per Baldini Castoldi Dalai editore nel lontano 2004, il libro è stato rivisto, corretto e recentemente ripresentato nella prestigiosa collana.

Già Benini ci aveva abituati ad un suo stile particolare nel raccontare la storia, precisione senza pedanteria, attenzione al dettaglio, al risvolto psicologico, alla curiosità umana: in Ragni di Lecco, 50 anni sulle montagne del mondo aveva tracciato la storia di un gruppo, e forse in definitiva di una città orgogliosa del proprio alpinismo, tanto più nobiliare quanto proveniente dall’ambiente operaio e metallurgico.

Ma questa volta Benini ha potuto, grazie anche alle sue amicizie e alle convivenze nella stessa città, scavare a fondo nell’intera vita di una persona che, per certi versi, ha tutte le caratteristiche del mito.

 

Quindi, con la stessa serietà e con il medesimo rigore dimostrati in precedenza, con la miglior capacità di tagliare il particolare superfluo e ogni tecnicismo inutile, Benini ha costruito questa “vita” di Casimiro Ferrari, scomparso a Lecco il 4 settembre 2001, ma figura destinata a rimanere nei cuori di chi l’ha conosciuto e nell’immaginazione di chi ne ha solo letto le avventure.

Io, per esempio, non ho mai conosciuto Casimiro, al di là di superficiali incontri in qualche occasione alpinistico-celebrativa o fuggitive comparse nei bar di Lecco. Il grande rispetto che ho sempre portato per chi ha saputo creare cose nuove, o ha saputo dare realtà a idee che per qualcuno non erano neanche formulabili sulla carta, è stato l’ostacolo che ha impedito una miglior conoscenza reciproca. E oggi questo mi dispiace ovviamente più di prima, si può dire a cose fatte.

Le grandi capacità intuitive di Casimiro erano leggendarie già prima del libro di Benini, ma dopo la lettura se ne capiscono di più i numerosi perché.

Lo si intuiva già guardandolo in faccia, con quegli occhi furbi da faina che sapevano raggelarti prima di un sempre possibile scoppio d’ira o prima di una battuta sarcastica. Mi mancavano gli aspetti della dolcezza, in lui comunque sempre ben celati. Benini me li ha fatti leggere, avvicinandomi perciò ad un uomo e non soltanto ad un killer di montagne o di battibecchi.

Casimiro non aveva potuto partecipare alla grande spedizione nazionale del CAI alla parete sud del Lhotse, per il semplicissimo motivo che Riccardo Cassin non lo aveva voluto con sé, almeno così tutti hanno sempre pensato. Anche se nessuno saprà mai come andò veramente, credo che la voce popolare risponda pienamente al vero. Gli anni passati hanno di certo stemperato qualunque motivazione, ma ricordo molto bene che allora mi chiesi perché mai la sua esclusione. Giungo anche a pensare che magari non si trattò di esclusione ma di rinuncia dell’interessato, forse per la presenza nell’organico di altre star come Reinhold Messner.

Di fatto Casimiro non era con noi e nelle chiacchierate da campo base, fatte da chi magari era un po’ più addentro alle cose, sembrava chiaro, e non so quanto a ragione, che Casimiro se la fosse presa non poco.

Un episodio me lo raccontò Andrea Gobetti, acuto osservatore dei grandi del tempo. Un giorno di fine maggio 1975 si trovava anche lui al bar Milano, storico luogo d’incontri e discussioni alpinistiche in pieno centro di Lecco. C’erano parecchi alpinisti all’ora dell’aperitivo, quand’ecco entrare un Casimiro assai risoluto e sogghigante, con in mano un giornale aperto su una pagina precisa. Era l’articolo in cui veniva comunicato al mondo il fallimento della spedizione Cassin-CAI alla Sud del Lhotse.

Bel sucees! – commentò trionfante Casimiro, battendo con la mano rovesciata sulla pagina del giornale, buttata lì sul tavolino a rischio di fracassare i bicchieri.

Questo era Casimiro? Questo era certamente anche Casimiro. Prendere o lasciare, ma meglio uno così che le cose te le dice in faccia piuttosto che uno che ti sparla dietro.

Il libro di Benini è il racconto di tanti episodi come questo, magari più significativi, quindi più crudeli o più generosi. È il libro che narra di un uomo che si è fatto alpinista con la sua creatività e capacità inventiva, di un uomo che si muoveva in montagna, e particolarmente su ghiaccio, con movenze che ai compagni in più di un’occasione sono apparse divine.

Narra la storia di un grande che ad un certo punto della sua vita ha mollato baracca e burattini e si è trasferito in Patagonia per vivere fino in fondo il suo sogno. Già non sono molti quelli che dalla città si sono trasferiti in montagna, e comunque non certo in una montagna dura da vivere. Quei pochi hanno usufruito infatti degli agi e delle comodità che oggi, ma anche ieri, una Courmayeur è in grado di garantire. Fax, e-mail, internet e smartphone hanno fatto il resto.

Ma trasferirsi in Patagonia, in un luogo fuori dal mondo, e dedicarsi ad attività così diverse da quelle che gli avevano permesso una vita normale a Lecco, fu per Casimiro un motivo in più per accedere al mito che ancora oggi ci affascina.

La Patagonia per lui era stata la terra ospite, dove l’alpinista ex ragazzo scontroso della periferia montana di Lecco si è espresso al meglio.

Quella salita del Cerro Torre, che tanti storici ed esperti definiscono la vera prima ascensione della montagna, lo segnò  come San Paolo lo fu sulla via di Damasco. Ma anche le altre celebri vittorie lo portarono alla scelta senza ritorno di cambiare vita. E di terminarla, come solo i grandi sanno fare, avendola nel cuore più della paura della morte.

Alessandro Gogna

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