Quando arrivi in cima continua a salire

Quando arrivi in cima continua a salire
di Walter Polidori
Alpine Studio, 2018

Presentazione
di Alessandro Gogna

Il sottotitolo Riflessioni, racconti e aneddoti di un alpinista dilettante, che decide di mettersi in gioco e vivere davvero esprime la realtà di una sempre faticosa trasmissione di ricordi ed emozioni, ma è il titolo Quando arrivi in cima, continua a salire che incuriosisce e attrae verso le profondità di una vita solo apparentemente normale.

Il libro di Polidori è la storia di come, da un’infanzia al di là d’ogni sospetto, diventare alpinista e poi restarlo per tutta la vita. Perché, come diceva Roberto Iannilli, “fare alpinismo è sentirsi vivi, talmente vivi da rischiare di morirne”.

E’ lo stesso Polidori ad avvertire il lettore di essersi sentito per anni una persona insignificante. La montagna e l’alpinismo lo hanno “salvato e condannato nello stesso tempo”. Condannato perché “ora, il giorno dopo di una salita penso già alla successiva. La dipendenza è forte, non riesco e non voglio privarmi di questa droga”. La giustificazione è l’amore: perché “una via inizia quando si comincia a pensare di farla, quindi anche anni prima di salirla veramente”. Per questo non si chiude mai con le salite, perché l’amore pretende sempre di essere eterno, dunque quando sei in vetta devi continuare a salire.

L’autore inizia nel 1994 una formazione alpinistica in tutto e per tutto simile a quella degli anni Sessanta, a dispetto del fatto che in quei trent’anni tante cose hanno cambiato l’alpinismo stesso. E ne fa di strada: dal “bivacco” fuori della sezione del CAI di Legnano, con un panino e un po’ d’acqua, sapendo che l’offerta di posti era limitata, all’incidente al polso che lo fermerà per un bel po’ di tempo (gustosissima la scena di lui che è ricoverato in ospedale la moglie Giulia gli vuole bruciare l’attrezzatura).

Dalle prime salite in Grignetta all’apertura nel 2012 e con Simone Rossin di Sogno Infinito, sul Pilastro di Spescia del Sasso delle Dieci; e poi ancora Enjoy the Silence sulla Sentinella di Val Mala (2016) con Mattia Guzzetti, fino a Delirio Giallo alla Torre Prosser, nelle dolomitiche Conturines, con Mattia Guzzetti e Tommaso Lamantia.

Il libro è zeppo di riflessioni: “Sono veramente un bambino di fronte alla grandezza della natura, la curiosità e l’incoscienza prevalgono su tutto” precede la descrizione di come sia una prassi comune per lui, appeso alla sosta appena raggiunta, registrare con la macchina fotografica un breve filmato, dove a voce alta dice la lunghezza del tiro appena fatto “ricavata per sottrazione dai metri, contati a bracciate, di corda rimasta”.

C’è molta autocritica: dice che il suo rapporto con le persone è complesso, anche per via di una sua doppia personalità, quella volitiva che non molla mai e lo mette in contrasto con gli altri e quella bisognosa del consenso e del riconoscimento altrui. “Cerco il buono negli altri, ma alcune persone le giudico subito “indesiderabili”, magari senza conoscerle, affidandomi alle sensazioni e alla prima apparenza, e purtroppo spesso ho ragione”.

Da non perdere la lettura di come, dopo le prime arrampicate, si trova in netto disaccordo con i compagni: in dovere di seguire il suo destino, con dolore è costretto a rompere con il “giro” di amici con i quali fino ad allora aveva condiviso ogni cosa.

Polidori spesso ritorna sul tema della famiglia e delle sue donne, la moglie Giulia, sua compagna ancora prima di iniziare ad andare in montagna, e l’adorata figlia Erica. “Giulia inizialmente era stata molto felice per me, solo più avanti si sarebbe resa conto che la mia era una strada senza ritorno e con pochi compromessi”. Ma, come dice Erica “io e Giulia siamo come hamburger e patatine: molto diversi, ma buonissimi insieme”.

Altra bella caratteristica del libro autobiografico di Polidori è la continua associazione fatta dall’autore tra gli amici che lo hanno accompagnato e le vie che va raccontando. Questo si nota in modo speciale nel bellissimo capitolo dedicato a Fabrice Calabrese, quello che diceva sempre “È solo un passo, però bisogna farlo quel passo”.

Fabrice era malato da molto tempo, un mare incurabile che lo costrinse più volte ad assentarsi dalle scene arrampicatorie per necessità chirurgiche. Ebbene, il modo in cui ne parla Polidori è quanto meno sorprendente perché il dolore per la sua perdita è distillato dai suoi genuini sensi di colpa: “Una persona così forte per spirito e volontà non l’avevo mai conosciuta prima. Io però ero troppo preso nella mia egoistica voglia di fare vie impegnative, per cui sono state poche le occasioni in cui abbiamo arrampicato insieme. Questo mi pesa, perché quei pochi ricordi non mi abbandonano, e vorrei averne di più. La sua semplicità, la sua passione, la sua cruda accettazione della condizione personale, mai passiva, mi sono stati di esempio. Nonostante tutto però non ho colto il messaggio, ho continuato a fare ciò che mi interessava, senza pensare che potevo dargli di più, a lui che dava tanto agli altri”.

 

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