Sciatori di montagna

Nel 2016, dopo aver letto lo stimolante Ski spirit, scrivevo: “[Alla] fine se ne vorrebbe ancora: avventure su avventure, viaggi dopo viaggi in ogni parte del mondo vicino e lontano. Dagli angoli più disparati delle Alpi e Appennini fino all’Albania, dalla Nuova Zelanda al Muztagata, dalle Rocky Mountains ai raid in Karakorum, dallo Hielo Norte in Patagonia agli Ottomila e altre decine di location. Dai domestici fuoripista di Chamonix alle discese che più remote non si può, quelle che richiedono vere e proprie piccole spedizioni per essere realizzate… […] Lo stile di racconto è abbastanza essenziale, preciso nell’esposizione dei particolari del viaggio, ricco di impressioni proprie e dei compagni di avventura: la perenne ricerca, quella di una vita, di ciò che [l’autore] Daidola chiama ski spirit, un atteggiamento, uno stile, forse una regola, di certo un destino”.

E oggi concludo, dopo aver letto Sciatori di montagna, Mulatero Editore, 2017, che lo stesso autore, Giorgio Daidola, ha chiuso un ciclo tornando alle radici e raccontandoci la vita e le imprese di dodici uomini che hanno fatto la storia dello sci d’avventura. Ma anche qui, alla fine, se ne vorrebbe ancora e si fa fatica ad accettare che Daidola ce ne proponga “solo” dodici…

L’invenzione dello sci si perde nella notte dei tempi, ma sappiamo bene chi sono stati i primi temerari che hanno osato sfidare le Alpi d’inverno per salirne le cime con gli sci. La storia di Daidola inizia tra l’Ottocento e il Novecento con Wilhelm Paulcke, Arnold Lunn e Marcel Kurz, i tre padri nobili; per poi continuare con coloro che sono stati definiti i “primi grandi esploratori degli spazi bianchi” o i “fuoriclasse delle pelli di foca”, Paul Preuss, Ottorino Mezzalama, Léon Zwingelstein, Ettore Castiglioni, Piero Ghiglione, Toni Gobbi, Philippe Traynard e Michel Parmentier. Il dodicesimo è uno dei due padri dello sci estremo, Heini Holzer.

Ed è dopo aver letto questi nomi che appare chiaro come manchino all’appello Fridtjof Nansen (traversata della Groenlandia, 1888), oppure l’altro padre dello sci ripido, Syilvain Saudan, e tutti i grandi realizzatori delle discese più pazze sulle pareti più ripide. Ma ogni autore fa la sua scelta, e lo stesso Daidola scrive che nel libro parla solo degli “eredi di Nansen”. E a ben pensare, la narrazione della grande quantità di eroi dello sci ripido fino ai giorni nostri richiederebbe un libro a parte, se non di più.

Dice bene Daniel Anker nell’introduzione a Sciatori di montagna, che lo stesso Giorgio Daidola potrebbe a pieno titolo impersonare il tredicesimo personaggio: “La scelta dei dodici alpinisti è personale e non esaustiva. Sono quelli che mi hanno influenzato di più”.

I dodici ritratti sono completi perché sono il risultato di attente ricerche storiche unite all’esperienza personale di un uomo che mille volte è andato sulle loro tracce. La lettura corre sciolta come quando si scia un pendio di neve polverosa, senza retorica: solo fatti, suffragati alla fine del volume da un’ingente bibliografia. Nessun giudizio, solo amore.

Oggi l’alpinismo è declinato in molte discipline, ciascuna delle quali è più o meno ricca di “mountain spirit”, tra i due estremi dell’assenza di spettacolo e dello show business: a noi scegliere ciò che più ci si addice. Nel panorama delle discipline che hanno come teatro la montagna vediamo anche mountain bike, canyoning o trail running che non possono vantare origini così nobili come lo scialpinismo. Qui siamo noi che dobbiamo nobilitarle, senza pescare a piene mani nella storia. E ci si può riuscire facilmente se non dimentichiamo la ricerca della semplicità, quel fattore che da solo è in grado di riportare in ogni momento allo spirito originario.
Alessandro Gogna

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