Alla ventura! Alla sventura!

di Federico Balzan, pubblicato su Vividolomiti in data 27 agosto 2015

Una mattina, Renato C. partì con una mountain-bike sgangherata, in una pianura che più piatta non si può, per andare da una città coi piedi nella laguna ad un’altra poco distante, viaggiando da est a ovest. Alla sua destra, all’orizzonte lontano cento chilometri, si ergeva una corona di immote montagne, una fetta visibile di un arco smisurato.

Pedalò per circa due ore e non gli riuscì di capire dove finisse una città e ne iniziasse un’altra: c’erano solo la continuità delle grandi rotonde, il nastro d’asfalto, i centri commerciali brulicanti, le villette recintate, i cartelli stradali, le insegne colorate, la fila sghemba d’automobili, la striscia di rifiuti ai lati della strada.

Poco prima della destinazione, in periferia, si fermò a fumare di controvoglia una sigaretta, seduto sul muretto di una stazione di servizio. Una di quelle sigarette tenute di sguincio, che rendono gli uomini un po’ drammatici, come il vento quando disegna panneggi sugli abiti ampi e leggeri.

Alla terza boccata chiuse gli occhi, e sotto i suoi piedi vide fluttuare un enorme tappeto nerastro, dall’incedere di liquido denso. Lo spessore ricopriva già interamente tutta la pianura, non un solo centimetro ne restava immune. Con scuri tentacoli di cefalopode saliva lungo il fondo delle grandi valli alpine, ed ecco che già si spingeva molto in alto, seguendo ora le piste forestali, ora le direttrici delle funivie, le erte delle piste da sci. Rami sottili, come luppolo rampicante, si insinuavano infine su per le vie ferrate a conquistare già alcune vette, presidio della fatale avanzata.

Cefalopode. Foto: Federico Balzan

Spense il mozzicone, scacciando quella fantasia. Non seppe se ribellarsi o meno ad essa. In fondo ne sapeva ben poco di montagne e di avventure negate. Gli parve, inoltre, che quella pianura fosse sempre stata così com’era, densa di sicurezze antropiche. Gliene sfuggiva la memoria storica.

Osservò alcune formiche affaccendarsi sul cemento del muricciolo. Si immaginò piccolo-piccolo, a marciare assieme a loro. Divenne alto due millimetri soltanto, antenne e mandibole a quel punto incutevano paura. Schivò piccole crepe tramutatesi in voragini e ciuffi d’erba simili a foreste intricate. E, tra enormi relitti di lattine accartocciate e bottiglie di plastica, come navi arrugginite in secca nel lago d’Aral prosciugato, vide una formica che lo fissava con opachi occhi neri, silenziosi ed inespressivi, ciascuno grande quanto un suo pugno. E lì per lì Renato, che non era esperto di insetti, non avrebbe saputo dire se fossero occhi minacciosi o mansueti, carichi di interrogativi o di risposte, sottendenti giudizi o indulgenze.

Acuì i sensi, e udì un flebile e prolungato fischio, di richiamo.

Vide che l’insetto gli tendeva lentamente una zampa, in un gesto di salvezza.

 

Crediti: l’immagine dell’insetto che tende la zampa è ispirata dal racconto Non aspettavano altro di Dino Buzzati, solo che in quel caso è una donna, peraltro di dimensioni normali, che tende la mano verso l’insetto (un grillo) in cerca di aiuto e non viceversa. Impossibile resistere.

 

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