Camargue, terra dai mille confini

di Luca Giraudo
(pubblicato su piemonteparchi.it il 26 febbraio 2020)
Foto di Luca Giraudo

Camargue. Un nome che evoca tradizioni secolari, tori neri dalle corna bianche, bianchi cavalli dalla criniera al vento. E il vento, anche lui evoca la Camargue. Agli estremi meridionali della Valle del Rodano, il delta di questo fiume è spazzato dal vento in media un giorno su tre.

Terra sempre in evoluzione, protetta ma anche imbrigliata, selvaggia eppure per molti versi gestita. Un territorio geologicamente giovane, formato dalla forza creatrice del Rodano, un grande fiume che porta la sue acque fino al Mediterraneo, depositando milioni di metri cubi di ghiaie, argille e limi provenienti dalle Alpi e formando uno dei più grandi delta europei.

Una terra che certamente affascina, per i suoi tramonti senza ostacoli, per i suoi colori contrastanti, per i suoi mas isolati che punteggiano di bianco il giallo oro delle stoppie di riso o dei canneti. Per il suo vento e le sue paludi, che cambiano colore dal grigio plumbeo al rosso cupo. Per le sue spiagge sterminate, estese e naturali, depositate o erose dalla forza del Mediterraneo.

Il suo nome potrebbe essere antico quanto la colonizzazione romana della Gallia, derivante, secondo alcuni storici, da Caii Marii Agger (il campo di Caio Mario) oppure da una toponimia successiva, celto ligure – ca-mar (campo inondato) – e poi franco-provenzale – cap marca (senza frontiere).

Plage de l’Espiguette

Acqua, mare, terra, sale senza confini. L’essenza della Camargue è questo e l’uomo l’aveva ben capito. Chiunque abbia vissuto la Camargue, cercando di andare oltre la baraonda estiva o le attrattive più “turistiche”, ne è rimasto stregato. Come me.

Diario di viaggio
La prima volta ci andai in vespa, nel lontano 1986. Era estate e ricordo il gracidare delle rane le lotte fra le grandi libellule, ai bordi degli stagni brulicanti di zanzare e fenicotteri.

Poi fu la volta del birdwatching, che scoprii poco dopo. E fu subito amore. Sono stato in Camargue molte volte, in tutti i mesi dell’anno, in inverno con il freddo e snervante Mistral, nel caldo umido dell’estate, durante la fresca e piovosa primavera, in autunno, quando molti uccelli sono partiti.

Gli uccelli, certo. Oltre al vento, ai tori e ai cavalli, l’icona della Camargue è il fenicottero rosa (Phoenicopterus roseus). Chi non ci è andato per vedere i fenicotteri? In effetti la colonia del Delta del Rodano è una delle più famose, conosciute e numerose del Mediterraneo, ammirata da decine di migliaia di turisti, anche dai più distratti e superficiali, studiata da oltre sessantacinque anni grazie a visionari come Luc Hoffmann, che ha fondato la stazione biologica della Tour du Valat, oggi un riferimento mondiale nello studio delle aree umide.

Il regno degli uccelli
Anatre, svassi, aironi, cavalieri d’Italia e avocette, corrieri, gru, folaghe, sterne, gabbiani, falchi di palude oltre agli onnipresenti fenicotteri.

Centinaia di migliaia di uccelli affollano il delta durante tutto l’anno, nidificano lungo gli argini dei marais, nei canneti a Phragmites, svernano negli étangs al riparo dal vento del Nord, migrano e si rifocillano durante il viaggio verso l’Africa o il Grande Nord. Tutta la Camargue è attraversata dai voli di questi sorprendenti animali. D’inverno alcune specie nordiche o orientali, rare per noi del Sud, vengono osservate qui e attirano gli appassionati: è frequente incontrare poiane codabianca, aquile anatraie, cigni minori, o le rare oche facciabianca e le morette codone.

In primavera i voli di corteggiamento dei falchi di palude riempiono il cielo di evoluzioni, mentre nella notte il “wooom” del tarabuso, sulle prime un po’ sconcertante, sembra provenire da un sax tenore solitario.

A primavera inoltrata, quando tutte le specie africane sono arrivate, è un concerto di stridii e melodie che provengono dal canneto: cannaiole, cannarecccioni, forapaglie si danno da fare per difendere il loro minuscolo e ondeggiante territorio.

D’estate sono i gabbiani rosei e le sterne a riempire il cielo con i loro stridii incessanti, insieme agli impavidi cavalieri d’Italia, che difendono accanitamente la loro prole. L’autunno è calmo, silenzioso, prepara ciò che sarà la stagione più fredda e ventosa.

Tori di Camargue

Ma anche di tori e i cavalli
Ovviamente la Camargue sono anche i tori e i cavalli. L’allevamento brado è uno degli artefici di questi paesaggi, mantiene aperte le estese zone al confine fra le lagune salmastre e le terre coltivate, è l’unico modo per poter sfruttare i pascoli a salicornia o a graminacee che in primavera e autunno si allagano e che invece d’estate seccano disperatamente. Per questo i tori di razza Camargue sono rustici, come lo sono i cavalli.

Così come il toro camarghese, dall’indole indomita e aggressiva, abitatore di queste terre da millenni, il cavallo di razza Camargue si è adattato da tempi antichissimi a vivere in questi ambienti. Viene ritenuto essere discendente del cavallo di Solutré, considerata una specie presente in Europa Meridionale intorno a 20.000 anni fa.

Entrambe le specie sanno utilizzare al meglio queste aree fra terra e acqua, contendendo ai giunchi spinosi Juncus acutus gli spazi aperti.

Con la colonizzazione neolitica e la rivoluzione agricola questi due animali diventano validi alleati dell’uomo agricoltore, che qui inizia a sfruttare le terre comprese fra i due bracci del Rodano.

Per chi la vive nella bella stagione, godendo del mare, del vento e dei bei paesaggi, la Camargue sembra quasi un paradiso. Ma per i primi colonizzatori e soprattutto per la gente che negli ultimi secoli ha voluto sfruttarne le risorse, per miseria o ambizione, la Camargue rimane una terra difficile, sempre in evoluzione, per sua natura mobile e in continuo cambiamento.

Un mosaico di ecosistemi
Anche oggi che il grande fiume è regolato nella sua portata, che le risaie hanno strappato molti ettari di terra al delta, che i livelli delle acque vengono gestiti in molte aree per assecondare la raccolta del sale, la Camargue non è vinta, non è domata.

Oggi la sua evoluzione è legata al mare, che tende ad alzarsi e quindi a erodere le coste, che spinge l’acqua dolce del Rodano sempre più indietro, che permea le falde superficiali e modifica la composizione floristica. E quindi la fauna, l’allevamento, l’agricoltura.

In effetti esistono diverse Camargue, ovvero esistono molti ambienti che ne fanno un mosaico di ecosistemi diversi, a cominciare dalle spiagge e dalle dune naturali, un tempo difesa per le piante dell’entroterra, oggi sempre più aggredite dal mare; esistono poi le estese lagune e le aree a salicornia, emblemi di questa terra. E poi i pascoli semi allagati e, salendo di pochi metri, le lagune bordate di cannuccia palustre, tipiche della Petit – Camargue, o Camargue Gardoise, dove nidificano il tarabuso, il pollo sultano e l’airone rosso. E infine le aree risicole, a Nord, verso Arles. Le foreste di un tempo rimangono lungo il Petit Rhone, a salici pioppi e ontani: sono ciò che resta, il 5%, delle foreste primitive che ricoprivano tutto il delta.

L’uomo europeo moderno, qui come altrove, non è mai stato in equilibrio con l’ambiente: da quando ha scoperto l’agricoltura ha tentato sempre di modificare e adattare ai suoi bisogni la natura. Qui come altrove ha cercato di sfruttare al massimo le risorse naturali, ha modificato, rettificato, stravolto le originarie condizioni ambientali. Ciò che conosciamo oggi è frutto di una lunga opera di addomesticamento del territorio, di millenni di storia e del ripetersi incessante delle tradizioni.

La Camargue delle tradizioni
Quella gitana naturalmente, che si manifesta nel suo massimo splendore in maggio, in occasione del pellegrinaggio del 24 e 25, quando Gitani da tutti gli angoli del mondo si radunano qui per venerare la loro patrona, Santa Sara la Nera, la cui statua e le cui reliquie sono custodite nella cripta della chiesa di Les Saintes Maries.

Ma anche quella della corsa camarghese è un’ antica tradizione che, rispetto a quella spagnola, non prevede l’uccisione del toro, il dio ancestrale degli agricoltori neolitici. Al toro, più sovente un bue, il biòu in occitano, devono essere rubati gli attributi: ghirlande, fiocchi, nastri colorati, in una prova di agilità e coraggio incruenta, per il toro s’intende.

Il centro nevralgico culturale della Camargue, dove queste manifestazioni antiche hanno luogo in tutta la loro espressione, è Les Saintes Maries de la Mer, lo sanno tutti.

Un piccolo centro storico, una chiesa fortificata, un villaggio di case bianche intorno. Stupenda all’alba, quando il sole invernale la colora di rosa, nel silenzio del mattino. Caotica di giorno, quando migliaia di persone ne riempiono le vie.

Un piccolo gioiello che si vede da lontano, nel paesaggio piatto e apparentemente monotono. Una meta che si raggiunge sempre volentieri.

Un volo di uccelli rosa e neri, eleganti eppure buffi, dalla silhouette inconfondibile, sta passando davanti al tramonto infuocato. È sera e i genitori rientrano alla colonia per portare l’ultima razione di cibo al proprio pulcino. L’isola dei fenicotteri brulica di zampe e colli lunghissimi, di impacciati pulcini grigi e di slanciati e flessuosi adulti. Con il vento a favore si ode un continuo e gutturale ronfo, un’apoteosi di versi che provengono dagli oltre trentamila uccelli accalcati sulla piattaforma fangosa. Uno spettacolo che non lascia indifferenti. Per garantire la nidificazione e tenere lontani i predatori terrestri vengono regolati i livelli delle vasche, il sale può essere risorsa ma anche opportunità di tutela, per fortuna.
E così, con il loro volo rettilineo, i fenicotteri lasciano in me l’ultima immagine della Camargue prima che scenda la notte. Un’immagine fatta di tanti colori, un cielo blu, sole e linee lontane all’orizzonte: fra tutte il faro della Gacholle che veglierà sui naviganti. Arrivederci, Camargue.

Aigues Mortes

Quando, come e dove andare
Il clima
Qualche informazione sul clima la trovate qui: https://it.climate-data.org/europa/francia/provenza-alpi-costa-azzurra/saintes-maries-de-la-mer-66243/

Come ci si arriva in Camargue?
Arrivare in Camargue non è difficile. Dall’Italia del Nord forse il mezzo più comodo è l’auto, con 4-5 ore di viaggio si arriva da Ventimiglia o da Cuneo a Les Saintes Maries.
Per visitare i vari hot spot ornitologici l’auto può essere comoda, ma una volta in loco la bicicletta può essere veramente un buon mezzo per scoprire lentamente questa terra.
Un’alternativa può essere il cavallo: un’escursione su questo antico mezzo di locomozione è senz’altro un’esperienza da provare in Camargue.
E poi la canoa, magari lungo il Petit Rhone, perché no.

La Camargue protetta
Riconosciuto come Riserva delle Biosfera e Zona Ramsar, ovvero un’area di importanza fondamentale per la conservazione degli uccelli acquatici, oggi come oggi la maggior parte del delta è protetto dalla Reserve Nationale du Vaccarés, la laguna interna più estesa e inaccessibile, e dal Parc Naturel Regional de Camargue, che gestisce le aree intorno, dove è possibile accedere per osservare gli uccelli o compiere escursioni a cavallo o in bicicletta.

Ai margini del Vaccares esistono comunque molte aree ornitologiche gestite da vari organismi:
http://www.reserves-naturelles.org/camargue
http://www.parc-camargue.fr/
http://www.reserves-naturelles.org/scamandre
http://www.marais-vigueirat.reserves-naturelles.org/
http://www.palissade.fr/
https://tourduvalat.org/

Dove dormire?
L’accoglienza alberghiera in Camargue è molto varia e parte dagli hotel per arrivare alle chambres d’hotes e agli ostelli. Fra Arles, Les Saintes Maries e Aigues Mortes troverete tutto ciò che più vi aggrada: https://www.camargue.fr/hebergements

Alcuni link utili e interessanti
https://it.wikipedia.org/wiki/Corsa_camarghese
http://www.cavallicamargue.it/ita/chi.htm
https://www.arlestourisme.com/it/la-corsa-camarghese.html
http://www.museedelacamargue.com/

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