Il ponte

di Alessandra Panvini Rosati

C’era una volta una vallata alpina, alta, stretta, poco ospitale, sormontata da alcune montagne di altezza dignitosa e meta di alpinisti per alcune vie di arrampicata classica di tutto rispetto.
Era fatta a V, con pareti ripide e i piedi a mollo nel fiume che scorreva nella gola.
Il fiume era poco orgoglioso ma sufficiente a dividere, come da manuale di orografia, la valle in due.

Sul lato sinistro – orografico direbbero i sapienti – della valle, a mezza costa attorno ai 900 metri di altitudine, c’era un paese.
Sul lato destro, sempre a mezza costa ma decisamente più in alto, si trovava un altro paese.
Il paese di sinistra era a est: in inverno si asciugava prima; il sole portava i suoi saluti già poco dopo l’alba.
Il paese di destra se ne stava a ovest: questo forse il motivo per il quale si sviluppò a circa 400 metri di dislivello più in alto, per farlo illuminare un po’ prima soprattutto in inverno, quando la valle si divideva davvero in due, tra chi il sole lo godeva e chi lo aspettava con leggera invidia.

Gli abitanti dei due paesi si riunivano da sempre per feste, scambi commerciali, una bevuta e qualche litigio di poco conto.

Sul fiume passava un ponte ad arcata singola, costruito con pietre squadrate anni e anni prima, nessuno si ricordava quando, ma doveva essere parecchio perché le pietre portavano i solchi delle ruote dei carri di un’epoca che fu.

A valle si scendeva solo dalla mulattiera che, biforcuta in alto, diventava singola dal fiume in giù, sotto il salto della cascata che, come una porta naturale, chiudeva le terre alte dei due paesi dal resto del mondo.

Ora invece, dal fiume sulla sponda destra, si apriva la strada carrozzabile; segno di civiltà, benessere e facilità di movimento per gli abitanti.
Scendeva a valle con parecchi tornanti.

Il ponte di pietra

Per la particolare geomorfologia del territorio, i due paesi si guardavano in faccia a pochi chilometri di distanza in linea d’aria ma, gli abitanti, per raggiungersi gli uni con gli altri avevano due alternative: scendere a valle sulla strada principale e risalire dall’altra parte con l’automobile, oppure usare i piedi e scendere sul sentiero, passare il ponte pedonale grigio di pietra e di ricordi, e poi risalire per l’altro versante.

Il sentiero era ripido in discesa e in salita, scivoloso e ghiacciato in inverno, comunque mal tenuto perché nessuno lo usava più.

Tutti o quasi lavoravano a valle nella cittadina a 40 km: partivano la mattina e tornavano la sera.

La corriera effettuava l’unica fermata proprio sotto la cascata, in uno spiazzo utilizzato come parcheggio per gli abitanti dei due paesi e come posto di sosta con qualche panchina per i turisti.

Chi imboccava il sentiero lo faceva per occuparsi la giornata, per escursionismo, per allenarsi alle salite in montagna o semplicemente per godersi il panorama dalla gola, bello e fiabesco.

In estate il ponte era la meta preferita degli abitanti dei due paesi, quando non volevano andare altrove o più lontano.

Si incontravano a metà, per distendersi al sole, pucciare i piedi nel fresco delle acque del fiume, fare qualche grigliata e spettegolare tra un bicchiere e l’altro.

Fu così che Maria e Alessandro si conobbero, giocando a far saltare i sassi piatti sull’unica ansa del fiume che si apriva proprio sotto il ponte, in un sabato afoso e lento.

Maria abitava a ovest, sulla destra, sul paese più alto, quello più freddo.
Non era nativa del luogo; aveva deciso di isolarsi o, meglio, circondarsi di altro da ciò che aveva vissuto fino al momento della decisione che la portò lassù, a ristrutturare una casa modesta ma accogliente, appartenuta ad un bisnonno materno. Casa che nessuno della sua famiglia aveva mai davvero considerato.

Alessandro abitava a est, al sole, sulla sinistra e più in basso. Come il sole tendeva al sorriso.

Un incontro casuale: una lei che arriva “da fuori” e un lui che non appartiene a “quel fuori” che si incontrano a una sagra di fine estate, sulla riva di un fiumiciattolo.

Lui aveva mani grosse ma precise: riusciva a far rimbalzare i sassolini almeno tre volte sul filo dell’acqua.
Maria aveva mani magre, nervose, invecchiate precocemente.
La fretta di lanciare il sasso faceva sì che tutto le si inabissasse subito, senza scampo.

Tra un lancio e l’altro si raccontarono la vita.
Si innamorarono.
Iniziarono così a incontrarsi sempre più spesso ed a scambiarsi intensi messaggi d’amore, anche senza aprire bocca, non ce n’era bisogno.

Si incontravano a volte alla cascata, dove lei lasciava la sua auto per salire su quella di lui e, terminati i tornanti, per divertirsi nel mondo che ad entrambi ora appariva più accogliente.

Ragazza alla finestra, di Edvard Munch, 1893

Oppure, lui saliva a piedi passando dal ponte mentre lei lo aspettava sulla porta della sua casa; una casa storica nel paese, con ancora gli odori e i fantasmi di un passato centenario e contadino ormai sepolto.
Cenavano insieme ascoltando musica, parlavano e ascoltavano, si parlavano e si ascoltavano.
Sentivano il bisogno istintivo di brillare, di presentarsi, di mischiarsi attraverso le parole dell’una e dell’altro.

Facevano l’amore, comunicando con le dita, con le labbra, con la pelle gli stati d’animo e i desideri del momento.
Si cercavano per restare chiusi nel loro infinito, fatto di niente.

Consapevoli, forse, che le reciproche ferite del passato non avrebbero garantito un facile futuro, nella burocrazia del termine abusato.
Fatto sta che si amavano.

E passò il tempo…
Alessandro e Maria perseveravano nella loro storia d’amore che, al posto di affievolirsi, si rinfrancava ogni volta che si stringevano le mani.

Finisce quello che non è mai stato, disse qualcuno.

Un giorno di fine inverno, dopo una lunga passeggiata sul crinale ovest della vallata, mentre scendevano per rifugiarsi nella casa di lei, desiderosi di restare nudi, videro uno strano movimento di veicoli e lampeggianti provenire dal paese di lui. I compaesani in strada.
Bruno, l’amico di sempre, venne loro incontro per chiarire il trambusto.

Uno strano virus aveva colpito un paio di malcapitati nel paese a sinistra, quello di Alessandro.
Il sindaco del paese era stato costretto ad avvisare le autorità che, in meno di dieci ore, avevano deciso di chiudere a titolo precauzionale l’intera vallata. Si trattava infatti di un virus subdolo e contagioso, nonché potenzialmente mortale.
Ricoverati in città i due malati, il virus doveva restare lì confinato fino a esaurire la sua potenza.

Non solo, gli abitanti del paese di sinistra non avrebbero potuto uscire dai confini né avere contatti ravvicinati con i loro vicini di fronte, né tantomeno scendere a valle.

Regime sanitario restrittivo e urgente data la gravità del fatto, così scrissero i giornali, sui quali apparve il nome di quei luoghi, fino a quel momento semisconosciuti.

Maria e Alessandro si salutarono in fretta, colti di sorpresa e confusi.
Poche ore bastarono. Capirono che non avrebbero avuto modo di rivedersi, qualche giorno dopo, come da abitudine.

Erano fin troppo adulti, erano fin troppo coscienziosi, ma questa spina inattesa pungeva il loro cuore di adolescenti risorti.
La ragion di Stato aveva le sue ragioni, comunque.

La betulla

I primi giorni passarono tranquilli, con i due paesi isolati dal comune vivere.
Gli abitanti si organizzarono rinsaldando il senso civico del darsi un aiuto.

Ci fu un fiorire di binocoli per salutarsi dalle piazze della chiesa dei due paesi e qualche bambino provò addirittura a far volare un aquilone per far giungere alla sua amichetta del cuore un fiorellino di plastica.
Non funzionò, naturalmente.
I più tecnologici ci provarono con aeroplanini telecomandati, miseramente precipitati tra l’ilarità generale.

Nessuno sapeva quanto sarebbe durata questa clausura forzata, seppur necessaria.
Nei due paesi si facevano scommesse su chi avesse indovinato la data esatta per la riapertura della valle al resto della nazione.

Maria e Alessandro volevano rivedersi, sfiorarsi, darsi un bacio.
Non erano i soli a voler eludere il divieto di trasferta.

Le autorità istituirono dei posti di blocco che, in quella zona, non si vedevano dai tempi delle retate nazifasciste.
Bloccarono l’unica strada provinciale. Era stato semplice, non avendo grandi vie di accesso.
Chi era dentro era dentro, chi era fuori stava fuori.

Alessandro non voleva assolutamente mettere in pericolo la sua Maria e accettava di “cattivo” grado la separazione forzata. Maria subiva, cercando il modo di poterlo rivedere.

Inutile dire che il virus intanto era dilagato oltre il confine naturale della cascata, ma loro stavano bene.

Una sera, trascorsi già alcuni giorni, Maria si sentiva particolarmente affranta e non le bastava sentire la voce di Alessandro attraverso il telefono.
Decise di uscire e dirigersi verso la balconata naturale che, dietro al piccolo cimitero, dava sulla gola e sul ponte.

Si accorse che le autorità, ragionando da bipedi che hanno perso l’uso degli arti inferiori per privilegiare i mezzi motorizzati, non avevano preso in considerazione la chiusura o almeno il presidio del sentiero e del ponte, che da secoli univa le due rive del fiume.

Poteva distintamente osservare i posti di blocco della provinciale ma anche il buio nero nella zona del ponte; segno che laggiù, dove non arrivavano automobili, non vi era presenza di essere umano.
Immediata fu l’idea. Perché non vedersi al ponte, di notte, al buio? Anche solo per darsi una carezza, se un bacio poteva dirsi rischioso?
Lo propose ad Alessandro.

Lui ne fu quasi entusiasta sul momento, ma decise di non voler mettere a rischio l’altrui salute, saggiamente, né di venire denunciati per avere commesso un reato.
Dare però una prova di vicinanza era comunque possibile!
Non potendo lasciare la valle, avrebbero avuto tutto il tempo a disposizione per organizzare la loro innocente, personalissima avventura.

L’idea era di lasciare piccoli segni, laggiù al ponte, concordando l’esatta ubicazione, come pollicini. Avrebbero seminato briciole di amore.

Decisero che sarebbero scesi al ponte ogni due giorni, alternativamente: se anche fossero stati scoperti, non avrebbero di fatto commesso alcun reato (lei soprattutto, libera di uscire dal suo paese ma non libera di salire a quello di Alessandro).

Alessandro invece, avrebbe potuto essere richiamato all’ordine, non potendo uscire dal paese ma, insomma, l’avrebbero scoperto vagante da solo di notte, in un bosco, la cosa poteva dirsi non eccezionalmente grave.

La data di inizio, importante per loro, sarebbe stata il 25 del mese.

Decisero altresì di non telefonarsi più, fino alla fine degli arresti domiciliari, di regalarsi l’amore attraverso ciò che si sarebbero reciprocamente regalati nei pressi del ponte.

Il dove fu scelto da Alessandro: dietro la betulla che solitaria si ergeva a pochi metri dal ponte, c’era solo quella tra una serie di faggi, impossibile non trovarla anche con la luce della luna, che faceva riflettere la corteccia argentea.
Iniziò Maria.

Il 25 si vestì di nero, prese lo zaino, per abitudine dato che nulla conteneva se non le chiavi di casa, un Kway e un sacchettino di plastica contenente la prima briciola per Alessandro.

Teneva la sua lampadina frontale nell’incavo della mano per non renderla troppo visibile, in caso ci fosse qualcuno oltre lei nei paraggi. Impossibile infatti scorgerla dall’alto della valle o dal posto di blocco, le fronde degli alberi sempreverdi coprivano la luce che, tenuta in mano, poteva sembrare un riflesso o una grossa lucciola.

Scese al fiume con qualche difficoltà dovuta alla visione non ottimale ma il suo passo era fermo e sicuro. Trovata la betulla prescelta, adagiò il sacchetto.
La sua prima briciola d’amore per lui fu proprio una lampada frontale, metafora di luce nell’oscurità, di aiuto su un terreno accidentato.
Nella fattispecie un aiuto pratico per Alessandro che non ne possedeva una.

Proprio per questo motivo, il 27, lui scese al ponte con ancora il crepuscolo in atto.
Scendere al buio su un sentiero di montagna è più pericoloso che salire; scelse cautamente di non rischiare la frattura di un femore subito al primo turno.

Teneva nello zainetto una torcia ma era davvero troppo illuminante e l’avrebbe accesa in fase di ritorno solo, esclusivamente, se proprio necessario. Non era certo un alpinista ma quel sentiero lo aveva percorso almeno 100 volte, poteva ben dire di ricordarselo sasso dopo sasso.

Non appena aprì il sacchetto e vide la frontale, si mise a ridere.
Maria era persona pratica, la sua prima briciola era stata tempestiva.

Alessandro invece teneva la testa più in alto, in grado di farla volare senza sporcarla con il resto della vita vera.

Per questo motivo la sua prima briciola fu uno dei suoi plettri, con i quali suonava (anche) per lei una chitarra acustica dal suono caldo.
Un piccolo oggetto tascabile di colore viola, che le avrebbe ricordato che non si è mai soli quando c’è musica: “una musica che è speranza, una musica che è pazienza (cantava Ivano Fossati)”.

Il 29 era sera di maltempo in tutta la valle che, stante le condizioni eccezionali, era tutto ciò che rimaneva del creato.
Maria stava quasi per telefonargli e avvisarlo che non sarebbe scesa al ponte.
Poi decise che un po’ di pioggia non avrebbe interrotto quelle comunicazioni tra loro.
Dopo cena, calzò gli scarponi, una mantellina scura e scese, quasi divertita nel sembrare un agente segreto nel mezzo di una missione importante per l’interesse nazionale!

Invece no, erano solo due esseri umani che giocavano a volersi bene durante un’emergenza inconcepibile fino a qualche settimana prima.
Era, la loro, un’evasione senza fuga.

Scivolò due volte, ruzzolando come un sacco di patate sul muschio umido che, crescendo sulle pietre, produce piccole e insidiose rampe di lancio per suole di scarpe. Comunque arrivò al ponte.

Recuperò il plettro e si ricordò della prima canzone che lui le dedicò, cantandola con leggero tremore: Have I told you lately that I love you (Van Morrison).
Lei stavolta scelse una pietra.

Un banale cristallo di rocca, poco più grande del plettro, recuperato durante una delle loro escursioni fuori dalla valle, su sentieri dolomitici, dove crescono dei magnifici fiorellini gialli dal gambo delicatissimo ma tenacemente caparbi nel raggiungere l’acqua anche su un ghiaione: i papaveri alpini.

Partendo dal significato originale “kristallos” avevano fatto metafore ardite: ghiaccio chiaro, acqua ghiacciata che mai più si scioglierà, il gioiello perfetto, simbolo dell’infinito, della costanza e dell’essenzialità. Maria aveva bisogno di sentirsi essenziale.
Strinse forte il cristallo con entrambe le mani, se lo portò al cuore, lo ripose nel sacchetto, protetto dalla pioggia appiccicosa di resina.

L’ultimo del mese, il 31, fu il turno di Alessandro.
Ancora il tempo non si era ristabilito e l’umidità trasportava odore di autunno, decisamente insolito per il periodo tendente alla primavera.
Scese con attenzione sul ripido e dovette anche starsene acquattato, come una bestia selvatica quando fiuta il pericolo, perché due persone che non riuscì a identificare stavano risalendo il pendio.
Pensò che davvero si stava tutti vivendo come latitanti, anche a pochi metri dal proprio uscio, e si mise a ridere di sottecchi.
Recuperò il cristallo che, nonostante la notte non proprio stellata, emetteva un piccolo chiarore, una goccia di sole racchiusa.
Alessandro depositò un libro: Cecità di Josè Saramago.
Maria avrebbe capito, pagina dopo pagina.

… I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono…

… Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi…

Furtivo riscappò all’interno del coprifuoco.

Nel frattempo, l’epidemia non si era fermata ma era dilagata e i blocchi imposti alla popolazione della vallata si estesero anche alla pianura.
Tutto era fermo, immobile, tetro, in attesa. Si percepiva una calma isterica.
Persino i cani non abbaiavano più e gli uccelli volavano basso sopra i prati che si predisponevano al verde.

I bambini e i due matti del paese (rigorosamente uno in quello di destra, uno in quello di sinistra) erano i soli a non essere intaccati da preoccupazioni di carattere pratico.

Quanto sarebbe durata? Che conseguenze avrebbe portato? Ognuno si organizzava per trascorrere al meglio il tempo, improvvisamente diventato un nemico.

Maria, già di suo insofferente alle costrizioni e a qualsivoglia ordine costituito, iniziò a disperare.

Leggeva il libro tenendo il plettro in mano, triste tentativo di percepire degli stimoli sensoriali che la riportassero a lui.
Non otteneva grandi risultati sul suo stato d’animo bisognoso.

Alessandro aveva dato prova di saper reagire meglio, forse…
Riusciva a guardare in svariate direzioni pragmaticamente.

Lei no, guardava solo verso di lui, pur sapendo che era un farsi male data la circostanza.

Con le loro escursioni notturne, a giorni alterni, fecero diventare la betulla una dispensa di allegorie sentimentali:
– un disco di John Coltrane, A love supreme (lei a lui);
– una bottiglia di Notte Fonda (lui a lei);
– un pezzo di corteccia di abete rosso (lei a lui);
– un braccialettino fatto di nylon (lui a lei);
– un portachiavi a forma di chitarra (lei a lui).

Dopo due settimane, la cosa divertente, nella severità del momento, era scoprire l’oggetto adatto che potesse strappare almeno un sorriso.

Per ovvie ragioni, non deponevano dietro la betulla del materiale deperibile, particolarmente prezioso o ingombrante.

Non potevano nemmeno uscire dalla vallata sospesa e gli oggetti a disposizione – con un minimo di senso – iniziarono a scarseggiare, tanto che i due protagonisti diventarono clienti affezionati della pesca di beneficenza del mercatino dell’oratorio (lei) e del negozio di vecchio ciarpame (lui). Intenzioni altissime si vedevano scontrarsi con oggettistica grossolana.

Continuavano comunque a scendere al fiume, a collocare piccole briciole, nel loro singolare passatempo:
– uno spartito per chitarra di How deep is your love dei Bee Gees (lei a lui);
– un berretto di lana cotta, color neve sporca (lui a lei, forse per vendicarsi del portachiavi);
– un quadretto vintage raffigurante Elvis (lei a lui);
– un sapone di Aleppo (lui a lei, che si chiese come fosse arrivato fin lì…).

Passò il tempo. Finalmente il periodo buio della malattia e della lontananza forzata terminò. Con le giuste cautele arrivò il giorno della ritrovata libertà, comunicata ufficialmente a reti unificate. Le autorità rimossero i posti di blocco.

Gli uccelli ripresero le loro evoluzioni in volo e i latrati tornarono a rompere la quiete. Rumori di pallonate infantili riempirono nuovamente i campetti degli oratori. C’era vita da vivere!

Si celebrò un matrimonio nel paese di Maria, al quale parteciparono tutti ma proprio tutti in una catarsi collettiva.

Quel giorno sarebbe stato il turno di Alessandro per scendere al ponte. Si telefonarono e decisero di aspettare e di rivedersi alla betulla, insieme. Era giusto chiudere per ricominciare, così.

Entrambi avrebbero recapitato l’ultima testimonianza, oltre a una bottiglia di Gewürztraminer, due bicchieri e una torta al pistacchio comprata nella pasticceria del paese di destra, quello di Maria.

Erano certi che, con la ritrovata libertà di movimento, tutti i paesani si sarebbero riversati in auto fuori dalla gabbia, giù verso la valle e la città, che li attendeva di nuovo operosa di luci e suoni.

Il ponte sarebbe stato ancora solitario.

Alle 22 si misero in marcia. Maria si era fatta bella e scese il suo sentiero. Alessandro si era rasato di fresco e scese il suo sentiero.

Arrivò prima Alessandro, di una buona mezz’ora, dovendo fare meno dislivello. Stappò il vino, stese un plaid proprio sotto la betulla. Tolse la chitarra dalla custodia e salutò la luna. La sua ultima testimonianza sarebbe stata una canzone.

Maria arrivò. Non aveva più un battito cardiaco ma un assolo di batteria nel petto. Adagiò la torta finemente confezionata e posò i due piccoli bicchieri sul plaid. Non si toccarono e non parlarono, bastava la luna a riflettere la loro gioia.

Alessandro si sedette e iniziò a cantare la sua ultima briciola:
And the things you can’t remember tell the things you can’t forget.
That history puts a saint in every dream…
And it’s time, time, time…
And it’s time, time, time
Always time that you love… (Time – Tom Waits)”.

Terminata la canzone, brindarono silenti.

Fu il turno di Maria che aveva scelto una brevissima poesia, quale ultima briciola:
Dio arriverà all’alba, se io sarò tra le tue braccia (Alda Merini)”.

Poi si abbracciarono e ritrovarono giustamente il posto più dolce del mondo.

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