La Schola

di Lucia Dell’Aira, pubblicato su Ecochange in data 26 aprile 2020

Agosto 2019, riserva dello Stagnone, Marsala.

È incredibile come in questa fetta di Sicilia sole e vento convivano in armonia, così come modernità e antichità. In cielo volteggiano i kite, con gli antichi mulini a vento e le isole dello Stagnone immobili sullo sfondo. Le saline sono degli specchi d’acqua divisi da strisce di terra, sembrano una scacchiera; i mulini a vento un tempo erano il motore per il pompaggio dell’acqua e la macinazione del sale. La sera il sole dipinge lingue di un rosso infuocato che si rispecchiano nel mare, dove le piccole barche dei pescatori veleggiano e navigano pacatamente.

La Schola. Foto: Lucia Dell’Aira

Una mattina Sonia ed io decidiamo di svegliarci presto. La sera prima abbiamo adocchiato una canoa nel giardino della scuola di kite dove dormiamo: è un po’ sfasciata, ma farà il suo dovere. Il nostro obiettivo è raggiungere un’isoletta che sembra un grumo di colore dipinto sulla tela che ritrae la riserva. Si tratta dell’isolotto La Scuola (La Schola, in siciliano), unica isola di proprietà comunale all’interno dello Stagnone, nonché la più piccola, situata tra Mozia (Isola San Pantaleo) e Isola Grande.

Ci chiniamo sul molo e facciamo scivolare la canoa in acqua, liscia come l’olio. Il sole è sorto da poco, non ci sono rumori in giro, i kite sono ancora arrotolati nei depositi. L’unico suono che ci accompagna è quello prodotto ritmicamente dai nostri remi. È una sensazione stranissima pagaiare qui: il livello dell’acqua è bassissimo e non vi sono correnti, essendo una laguna incastonata tra Punta Alga, a sud, e San Teodoro, a nord. I colori pastello – l’azzurro del cielo, il verde dell’isola Grande, il rosso delle barche – sono ricoperti dal velo dorato del mattino. Il fondale è ad un tocco da noi, basta allungare la mano per accarezzare le alghe che fluttuano.

La Schola sullo sfondo. Foto: Lucia Dell’Aira

Pagaiamo, pagaiamo e pagaiamo. Siamo coordinate, in sintonia, come nella nostra amicizia. Arriviamo all’isoletta, che è un’esplosione di colori, profumi e forme, una macchia mediterranea in tutti i sensi: pale di fichi d’india si alternano ad arbusti bassi e all’erba color grano, bruciata dal sole.

Sistemiamo la canoa su un lembo di terra libero della vegetazione e cominciamo ad esplorare l’isola. È ancora presto, il sole è mite. L’isola è piccolissima, circa cinquanta metri per ottanta; la sua storia affonda le radici nel periodo romano e il suo nome ci riporta all’attività retorica. Si narra che Cicerone, oratore nonché all’epoca questore della città lilibetana (Marsala sorge sulle rovine della città punica Lilibeo), avesse fondato una scuola di retorica proprio su questo fazzoletto di terra e incantasse i suoi allievi con la danza delle parole. Oggi rimangono tre edifici diroccati, circa risalenti agli anni trenta, e una cisterna. Il desolato fascino di La Schola è ben presto interrotto da una amara scoperta. Camminando per l’isola, scopriamo cumuli di rifiuti: lattine, taniche, bottiglie, cannucce, tappi, resti di copertone. Ci sono addirittura dei pantaloni da lavoro colonizzati dalle chioccioline di mare e una bottiglia di ammorbidente. Più cerchiamo, più affiorano scarti, che nel tempo si sono inglobati nel paesaggio.

Parte dei rifiuti trovati sull’isola. Foto: Lucia Dell’Aira

Non sappiamo che fare, non abbiamo nulla per portare a terra almeno una parte dei rifiuti. Decidiamo di tornare indietro e recuperare dei sacchi per raccoglierne il più possibile, considerando che siamo in canoa. Al nostro ritorno sull’isola incontriamo dei ragazzi di Roma, anche loro in visita. Inaspettatamente, si offrono volontari per aiutarci. Si forma una squadra improvvisata, ma unita e vogliosa di ridare vita all’antico splendore dell’isola, ormai sommerso dai rifiuti. In quarantacinque minuti di lavoro, riempiamo un sacco grande dell’immondizia. Niente in confronto a quello che siamo a costrette a lasciare, su uno spazio microscopico. La maggior parte dei rifiuti che raccogliamo sono fatti di plastica.

Attualmente sono presenti oltre 150 milioni di tonnellate di plastica nei mari del mondo. L’80% di rifiuti in mare è composto da plastiche e microplastiche. Le microplastiche sono pezzi di plastica che vanno da 1 mm a 5 mm e provengono dalla disgregazione di plastiche più grandi o da altri rifiuti e materiali (tessuti, cosmetici, detergenti). Il processo di produzione della plastica attualmente in commercio è basato su combustibili fossili e questo fa sì che ogni oggetto di questo materiale provochi effetti nocivi all’ambiente in qualsiasi fase della sua vita, anche nella decomposizione. È chiaro dunque come l’inquinamento derivante dalla plastica vada di pari passo con i cambiamenti climatici.

Senza un’efficace inversione di rotta entro il 2025 gli oceani conteranno una tonnellata di plastica ogni tre tonnellate di pesce e entro il 2050 ci sarà in peso più plastica che pesce. Si prevede già che nel 2050 la maggior parte del petrolio che verrà estratto sarà destinato alla produzione di plastica, che da sottoprodotto del passato è oggi elemento dominante nella nostra società.

Perché la plastica finisce in mare? Proviamo ad immaginarlo con questo Ted:

L’Europa e gli Stati Uniti hanno una grande responsabilità per l’inquinamento plastico dei mari: pur producendo una percentuale inferiore di plastica rispetto all’Asia (40% contro il 45%), hanno venduto i rifiuti prodotti ai paesi asiatici bisognosi, non riuscendo a smaltirli da sé. Questi paesi però, in mancanza di mezzi idonei allo smaltimento, li riversano a loro volta in mare.

Il mar Mediterraneo rappresenta oggi la sesta grande zona di accumulo di rifiuti plastici al mondo: è un bacino su cui insistono tante attività antropiche – industrie, turismo, navigazione, pesca – che vi riversano qualsiasi cosa dando vita alla cosiddetta “plastic trap” o zuppa di plastica. Le plastiche in mare, dalle più piccole alle più grandi, vengono mangiate dai pesci, dalle tartarughe, dagli uccelli. Inevitabilmente dallo stomaco dei pesci finiscono direttamente nel nostro. Un danno ai nostri occhi invisibili è il deposito dei rifiuti che si trovano in mare sui fondali, a profondità dove è difficile intervenire e i processi di smaltimento sono lentissimi. A quasi 5.000 metri di profondità, nella fossa delle Marianne, è stata ritrovata una scatoletta di carne in scatola. Niente a confronto dei divani, motorini e altri “oggetti” ritrovati sul fondo dei nostri mari da pescatori al lavoro…

Oltre ai rifiuti già presenti nelle acque di tutto il mondo, occorre considerare che tutti gli scarti gettati a bordo delle strade nei pressi del mare finiranno inevitabilmente dentro: la fascia costiera che gli studi considerano impattante sul mare, si estende sino a 50 km dallo stesso.

Un’altra conseguenza dannosa sui mari derivante dal cambiamento climatico è dovuta al riscaldamento dell’acqua e all’acidificazione della stessa. Il mutamento degli habitat marini comporta uno stravolgimento della pesca tradizionale, in quanto le specie marine a sangue freddo migrano verso acque dalle temperature più basse (“meridionalizzazione”). All’opposto, vi è la “tropicalizzazione”, ossia l’invasione dei nostri mari da parte di specie aliene attraverso lo stretto di Gibilterra o il canale di Suez. Il pesce palla maculato, ad esempio, è una specie pericolosissima e velenosa, con i suoi denti distrugge le reti dei pescatori e il loro pescato.

I pescatori stanno giocando un ruolo chiave nella pulizia dei mari, nonostante non vi sia attualmente alcuna normativa che li legittimi alla raccolta dei rifiuti marini. Ad oggi non vi è una classificazione di questi rifiuti, che non sono né urbani né speciali. I pescatori, attraverso la pesca a strascico, operano quindi come volontari, fornendo un aiuto preziosissimo in questa battaglia, che esige però una regolamentazione nel più breve tempo possibile. La pesca a strascico, se inquadrata in modo sostenibile (periodi di ferma, divieti di pescare pesci troppo piccoli), può essere una risorsa inesauribile in questa battaglia, che deve partire dal basso.

I nostri mari non sono sinonimo di discarica, al di sotto della superficie dell’acqua c’è un ecosistema che reclama tutela a gran voce. A livello globale, la riduzione del consumo di plastica in generale deve essere l’obiettivo finale per ciascun singolo individuo. Ognuno di noi, nel suo piccolo, può contribuire a restituire il valore che la nostra terra e i nostri mari si meritano. Lo si può fare “fortuitamente”, come è successo a noi, trasformando un’occasione di svago in un momento costruttivo sia per noi che per l’ambiente. Sopra ogni cosa, però, occorre farlo consapevolmente nella vita di ogni giorno, riducendo al massimo il consumo di plastica e pensando davvero al (dis)valore futuro di ogni nostro acquisto.

Grazie isola La Schola.

Il mare ha bisogno di noi. Foto: Lucia Dell’Aira

 

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