Una giornata in montagna nel 2055

di Dario Zampieri, pubblicato su Altitudini in data 26 dicembre 2019

Fine d’anno 2055. Mio figlio ha l’età che ho io adesso

Seguendo le mie volontà, anni prima aveva già sparso le mie ceneri dalla cima della montagna sulla quale ora torna per bisogno di una pausa di riflessione. Cammina in salita sulle rocce degli spalti finali, guardandosi attorno ma soprattutto per terra, come se cercasse qualcosa, qualcosa che ha perso. È il solstizio d’inverno, giorno del mio compleanno, meglio, quello che secondo il vecchio calendario si chiamava inverno, una stagione dove le giornate sono troppo brevi per una gita in montagna, a meno di partire presto e tornare molto presto, prima del buio. Ora è la stagione migliore, d’estate fa troppo caldo per camminare in salita, anche verso i duemila metri.

Gli scenari elaborati dai climatologi si sono rivelati troppo ottimistici e comunque irrealizzabili per quanto riguarda la mitigazione del riscaldamento del pianeta. È mancato il tempo, la situazione stava precipitando, ma a parte gli scienziati più responsabili che lo denunciavano e i giovani più svegli che protestavano, nessun altro aveva capito o voluto capire. Accettare che non si poteva più continuare con i consumi insostenibili, vomitando in atmosfera decine di miliardi di tonnellate all’anno di anidride carbonica, sembrava un sacrificio eccessivo. Meglio incrociare le dita e far finta di niente, del resto l’anidride carbonica non si vede e non puzza. Ma la termodinamica non lascia scampo e l’amplificazione dei fenomeni autorinforzanti, come il rilascio del metano dalla tundra artica e la scomparsa del ghiaccio marino hanno accelerato il cambiamento climatico.

D’estate le città della pianura sono invivibili, dei forni dove non si può uscire per la strada. Gli anziani vivono barricati in casa, terrorizzati per le continue interruzioni della corrente elettrica, causa eccessivo uso dei condizionatori. La “bella” stagione è divenuto il periodo di maggiore mortalità, cadono come mosche. Chi aveva le risorse per farlo si è già trasferito definitivamente in montagna, dove i prezzi delle case sono saliti alle stelle. Gli altopiani si sono popolati di genti della pianura, venuta specialmente dalle zone della costa, rese inospitali da violente trombe d’aria e mareggiate autunnali sempre più invasive. Del resto, molte delle attività economiche che vi si svolgevano non sono più possibili, l’acqua dei pozzi è salmastra, fa troppo caldo per passarvi le vacanze, le pinete sono impraticabili per il pericolo di caduta degli alberi e la puzza esalata dalla mucillagine in decomposizione è insopportabile. Venezia è stata praticamente abbandonata a sé stessa, non esiste quasi più il turismo, se non per i curiosi che non vogliono perdere il macabro spettacolo dell’affondamento dei suoi famosi palazzi. Un po’ come accadeva col turismo clandestino nei territori contaminati dall’incidente nucleare di Cernobyl.

La concentrazione in atmosfera del principale gas serra continua a salire inesorabilmente, anno dopo anno. Foto: Dario Zampieri.

Non è che altrove la vita sia molto migliore. Le auto in circolazione sono poche, per pochi ricchi. Di conseguenza è crollato tutto il sistema economico basato sul movimento frenetico di persone e merci. Si è tornati ai consumi degli anni Cinquanta del secolo scorso, con la differenza che si è persa irrimediabilmente la cultura dei contadini, ma bisogna comunque mangiare, quel che serve e soprattutto quel che si trova.

La montagna è la salvezza, un ambiente ancora adatto alla vita, seppure con momenti difficili. Come quando il vento sferza la terra e abbatte gli alberi, quando le frane interrompono le strade, quando le sorgenti si seccano e bisogna razionare l’acqua. I giovani, quelli sono i più adatti ad una vita dura, che richiede energie fisiche. Mio figlio non lo è più, ha la mia età di adesso, però ha vissuto parte della sua vita ancora decentemente. Si ricorda di quello che suo padre raccontava esponendo i risultati allarmanti di una ricerca scientifica appena letti. Ed è fiero di lui, per il suo impegno, anche quando sembrava solo un rompiscatole. Per questo oggi è tornato sulla montagna, non senza difficoltà di trasporto per raggiungere la base di partenza della salita. Forse, lì attorno alla cima in qualche accumulo di suolo o in qualche tronco di mugo ci sono ancora atomi di materia appartenuti al corpo del padre. E questo gli da una sensazione di pace e di eternità, di conforto per continuare a tirare avanti.

È così, tutto si trasforma incessantemente, da sempre. In fondo homo sapiens è stato un lampo di luce nel buio cosmico, troppo breve per poter essere importante nella storia della Terra. Da duecentomila anni si è evoluto, moltiplicato, ha invaso tutti gli spazi e modificato a tal punto l’ambiente tanto da innescare da solo la propria estinzione. L’Antropocene è un costrutto del pensiero scientifico, un ultimo bagliore di consapevolezza prima che il vuoto riprenda il sopravvento. Le montagne, anch’esse nascono, crescono e poi si consumano, ma in centinaia di milioni di anni. Noi apparteniamo alle montagne.

La montagna che sovrasta i luoghi dove abbiamo vissuto l’adolescenza è anche una entità metafisica indissolubilmente impressa nella nostra coscienza. Sullo sfondo della valle dove sono in atto profonde trasformazioni fisiche, che a tratti ne hanno letteralmente cambiato i connotati come raccontato nel recente libro “Una valle nell’Antropocene” (Dario Zampieri, Cierre edizioni, 2019), la montagna che ha dominato le vacanze estive ed invernali di anni indimenticabili rimane un punto di riferimento passato, presente e futuro, per chi è rimasto.

Il vento è uno dei nuovi pericoli emergenti. Foto: Dario Zampieri.

 

 

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